IL MIO REGNO PER UN CAVALLO

di Dalisca

Così declamava Riccardo III, Duca di Gloucester, divenuto in seguito Re d’Inghilterra.

Re crudele e informe nel corpo e nello spirito. Il suo regno fu breve, ma intenso infatti durò solo due anni. In particolare, egli è ricordato per la sua malvagità e passato alla storia per la sconfitta nella battaglia di Bosworth contro il futuro Enrico VII. Trovandosi ormai accerchiato e solo chiese aiuto a parenti ed amici, ma nessuno rispose alla sua richiesta che, pertanto, rimase inesaudita.

Così in breve la storia opera del grande Bardo, ma niente paura! Non voglio ripetere ciò che molti già conoscono, ma per dovere ricordarne la trama. Al teatro India dal 22 al 26 di Aprile è andato in scena qualcosa su Riccardo III ovvero “Storia di un cinghiale” ispirata liberamente a Riccardo, scritto e diretto da Gabriel Humberto Calderón, drammaturgo e regista uruguayano.

Vi chiederete che cosa c’entra il cinghiale con la storia?

Storicamente il cinghiale era l’emblema personale di Riccardo II nonché stemma degli York e Riccardo lo scelse perché rappresentava la forza, il coraggio e la ferocia in battaglia.

Altresì: Ebor (contrazione di Eboracum il nome latino di York, anagramma di Boar = cinghiale in inglese).

Lo spettacolo, assegnato ad un bravissimo Francesco Montanari, ha dato una sferzata di novità salutare per un teatro che langue e che necessita di innovazione per essere seguito da tutti democraticamente e a passo con i tempi.

La pièce è durata cerca due ore ma il tempo è volato; la verve e l’entusiasmo del giovane attore hanno reso tutto molto fluido pur non togliendo nulla alla scrittura originale cui faceva riferimento, anzi aggiungendo ad essa ulteriori osservazioni che hanno fatto apprezzare la bellezza e l’essenza dell’opera prima.

La scena ridotta ad un sipario strappato, ma che ancora l’attore, nonostante tutto,  riusciva a manovrare con leggerezza e padronanza  a suo piacimento e accompagnato da una buona gestione di luci  riusciva a cambiare scena e atmosfera.

Lui da solo ha intrattenuto il pubblico con un linguaggio forbito ma accessibile a chiunque magnificando ogni momento della narrazione e sublimando i vari monologhi che si intrecciavano di tanto in tanto con la storia del cinghiale fil rouge di tutto lo spettacolo.

Da sottolineare in particolare il monologo che Montanari, indossato, volutamente in modo furtivo, un abito corrispondente a quello di una regina dell’epoca, recita con la mente e con il cuore tenendo così molto alto l’ascolto del pubblico.

Il messaggio contestativo è affidato all’attore che, con gli interventi al di fuori della narrazione, richiama l’attenzione sulla questione attuale del teatro; potremmo definirlo un metateatro quindi una scena nella scena. L’intento sta nella necessità di sottolineare i malesseri del teatro; infatti, l’attore simula una compagnia teatrale con tanto di attori e regista che lo aveva reclutato per una parte importante nella suddetta opera di Shakespeare.

Il suo orgoglio era alle stelle finalmente qualcuno lo aveva notato; ma, man mano, che il lavoro proseguiva egli si accorgeva che l’attore era nelle mani del regista una specie di fantoccio che doveva rispettare tutti i canoni ormai per lui obsoleti e non rispondenti alla sua performance; sta di fatto che alla fine litigò con il finto regista. Il suo disappunto continua e lamenta  al pubblico le sue perplessità dovute a fattori che affossano le caratteristiche personali di ognuno.

Spudoratamente dichiara che non bisogna arrendersi al momento storico che non è dei migliori per il teatro, ma ribellarsi ridando all’attore tutto lo spazio che richiede senza intermediari, né critici e lasciare al pubblico la possibilità di capire e di giudicare secondo propria scienza e coscienza.

Infine, con la modestia che distingue il vero attore, chiede al pubblico un segno di approvazione, a questo una persona si alza e lo abbraccia fra gli applausi scoscianti e di lunga durata.