I CLOCHARD SONO NOSTRI “CITTADINI-CLIENTI”

di Giorgio Fiorentini  

Quando agli studenti dei miei corsi in Bocconi dico che i “clochard sono cittadini-clienti” del sistema sociale (in filiera composta da aziende pubbliche-imprese sociali non profit e profit) e del capitale sociale dei territori mi guardano un po’ stralunati e si guardano fra loro. Chi sorride con sufficienza, chi mimetizza un gesto che vuol dire “è fuori?”, chi si incuriosisce.

Forse non si concepisce che il clochard debba essere destinatario di servizi come cittadino, ma anche come cliente che è soddisfatto delle attenzioni e delle relazioni. Essere cliente non vuol dire seguire la via della bassa emotività, dell’impulsività sostituendo i diritti con l’empatia e la solidarietà, ma cogliere la razionalità che ci permette di scegliere e fruire di un bene o servizio razionalmente. Forse che i clochard non hanno razionalità? Certamente: in parte secondo principi tradizionali ed in parte secondo riferimenti originali. In questo caso non c’è cessione di diritti (beni e servizi che hanno origine da sfruttamento), ma scambio positivo di diritti: diritto a vivere del clochard e diritto-dovere della società a far vivere.

Nello specifico se vi capita di girare alla mattina presto per il centro di varie città, specialmente Milano, Roma, Palermo, Bologna ed altre, troverete i “condomini di cartone”.

Alcuni senza tetto irriducibili dormono in un sacco a pelo delimitando la loro stanza con i cartoni che hanno un doppio valore: salvaguardano la privacy della loro stanza e li riparano dal vento o dal freddo che spira fra i portici. Le città devono intervenire in modo istituzionale e, oltre all’arredo urbano, devono costruire “case sociali” per evitare queste contraddizioni: archistar che costruiscono grattacieli accanto a clochard che fanno della strada la loro casa.

Non è semplice per i comuni intervenire e quindi bisogna affidare questo “presidio” alle associazioni (al non profit,al volontariato o all’ intervento sociale remunerato).

È difficile far convivere in alcuni luoghi di turismo e di pregio artistico la vecchina, stile Hansel e Gretel, con le suites a 7 stelle.

La povertà è di tutte le città; è una componente strutturale perché ci sarà sempre una” povertà più povera”.

È sufficiente andare in tutte le città del mondo.

L’intervento è in emergenza continua e di pronta operatività. Non per nascondere, ma per prevenire, intervenire e riparare. Questa narrativa sembra una mozione di sentimenti. Invece ci interpella e ci chiede risposte organizzative e mobilitazione di risorse. A Milano la Caritas Ambrosiana, per esempio, fornisce i cartoni per gli homeless alla sera e li ritira alla mattina; il cibo che viene portato, in alcuni casi, tiene conto delle patologie del senza tetto. Altre associazioni di volontariato offrono servizi di ristoro, di pulizia, di vestiti ed altro ancora agli homeless che sono i loro “clienti” in difficoltà. I City Angels e la Fondazione Arca hanno attrezzato camper per i senza tetto: offrono servizi essenziali alle persone come docce calde, assistenza sanitari, pasti caldi, cambio di biancheria e così via.

Infatti, organizzativamente, per le associazioni di volontariato, mense sociali, fondazioni, comuni i clochard sono i loro “cittadini clienti”.

I dati del censimento ISTAT hanno contatto circa 96.000 persone senza tetto e senza fissa dimora (per difetto nel 2021).

Il 38% è straniero, la maggior parte sono uomini con una età media di 41,6 anni e circa 13.000 sono minori.

Per specificare la differenza il termine “senza fissa dimora” si riferisce a una persona che non ha una casa stabile e riconosciuta legalmente e potrebbe gestire il “couch surfing” e dormire di qui e di là non necessariamente in strada. Invece i “senza tetto” (o “clochard” in francese) è più specifica si riferisce a una persona che vive per strada o in luoghi non adibiti a uso abitativo, come panchine, portici, stazioni, o parchi. Cioè non hanno un tetto dove ripararsi.

Esiste un dovere fiduciario sostenibile come scelta di management delle imprese sociali specializzate nell’offerta di servizi per senza tetto e senza fissa dimora che costruiscono servizi ed ausili ad hoc. Come esiste il dovere fiduciario per la gestione degli investimenti delle spa, così esiste un dovere fiduciario per le imprese non profit e profit per trarre il massimo relativo dagli investimenti-risorse-persone volontarie che svolgono questo servizio.

È di questi giorni l’attività di Fody Fabrics (una Società Benefit e start up innovativa a vocazione sociale) che fabbrica coperte salvavita per senza tetto e rifugiati.

Fody è il nome di un piccolo uccello tessitore del Madagascar, capace di costruire nidi a disposizione di altri uccelli con materiali di recupero

Creare coperte salvavita utilizzando rimanenze tessili e per il tramite di un laboratorio volto all’inclusione lavorativa di persone con disabilità intellettiva, lo è coniugare economia circolare, inclusione lavorativa e sostegno ai clochard. È l’ibrido economico-sociale che si materializza.

Cioè trasformare materiali inutilizzati in risorse di valore, destinandoli a coloro che non hanno risorse per acquistare una coperta. Oltre alle coperte borse e zaini in prospettiva.

È un aspetto del capitale sociale di un territorio dove volontari e non profit integrano le risorse a disposizione non tanto per mantenere un assetto conservativo di senza tetto e senza fissa dimora ma progressivamente sviluppando opzioni di miglioramento.

Per dirla con Robert D. Putnam (1993):    

“[il capitale sociale è] l’insieme di quegli elementi dell’organizzazione sociale – come la fiducia, le norme condivise, le reti sociali – che possono migliorare l’efficienza della società nel suo insieme, nella misura in cui facilitano l’azione coordinata degli individui”. Le reti sociali agìte sono uno strumento non tanto riparativo, ma di costruzione di opportunità per affrancarsi dalla condizione di senza tetto e senza fissa dimora. Per questo i clochard sono i nostri “cittadini-clienti”.