GRAMSCI E IL CULTO BOLSCEVICO DEL GIACOBINISMO

Quando il dispotismo veniva esaltato come regno delle libertà

di Salvatore Sechi

È noto, ma non è diventato senso comune tra gli studiosi, che Gramsci identifichi la Rivoluzione russa del febbraio 1917 come la marcia risoluta verso il socialismo, malgrado il persistere delle divisioni in seno al movimento operaio.

Questa interpretazione non aveva l’accredito unitario di tutti i movimenti politici. Era, però, presente nei bolscevichi nei quali Gramsci si identifica. Ciò ha luogo nelle Note sulla Rivoluzione russa (29 aprile 1917)prima che in Italia circolino le Tesi di Aprile di Lenin. 

Com’è stato mostrato puntualmenteegli sovrappone allo svolgimento reale delle vicende russe la sua idea (assolutamente soggettiva e soggettivistica) di rivoluzione. Il testo più esemplificativo è quello più noto, ma è anche il commento più originale (e allo stesso tempo più infondato e meno affidabile) sulla conquista bolscevica del potere, cioè La rivoluzione contro “Il Capitale”.

Indipendentemente, anzi contro, le analisi di Marx (che nelle letture degli esponenti della Seconda Internazionale le aveva individuato il crollo del capitalismo all’altezza del suo massimo sviluppo e mai della sua fragilità o arretratezza, qual era la sua condizione in Russia), Gramsci pensa che già il sommovimento del febbraio 1917 avesse lastricato il percorso verso un socialismo non esposto a insidie e ipoteche giacobine. 

I due elementi cruciali che intravvede e sottolinea sono, infatti, la formazione di un nuovo ordine politico fino al farsi Stato del proletariato (assai poco industriale) e l’instaurazione di una nuova etica, di un inedito costume morale, ad opera dei bolscevichi.

A suo avviso i rivoluzionari russi rifuggirebbero dall’idea che per conservarsi al potere debbano servirsi della violenza come si fece in Francia nel 1793.

E’, questa, una lettura del processo rivoluzionario che serve a descrivere la concezione gramsciana della rivoluzione, ma che con quanto avviene in Urss non ha che un vaghissimo fondamento.

 Infatti, la sindrome del giacobinismo farà valere subito le sue prescrizioni.

Lenin si premurò di sciogliere l’Assemblea Costituente che, in seguito alle elezioni del gennaio 1918, non aveva dato la maggioranza ai bolscevichi. Era, dunque, la spettacolare imposizione di una supremazia estorta, della volontà della minoranza- uscita per dente dalle elezioni- di farsi valere, esercitando le prerogative di un comando di cui gli elettori non l’avevano investita, anzi le avevano negato.

La vicenda avrà un rilievo storicamente decisivo. La prassi, se non la cultura, dell’autoritarismo e della violenza contro le istituzioni e progressivamente delle persone e dei loro elementari diritti sarà il carattere saliente del comunismo, anche dopo la sua debacle. Mai ha avuto nulla a che spartire né con la democrazia dei regimi liberal-democratici né con l’idea di una democrazia diretta, cioè senza i partiti, in cui il popolo si autogovernava. Fosse del padronato agrario e industriale, fosse della classe operaia, congiunturale o organica, il dispotismo, cioè la forma dittatoriale del potere ha dominato i governi succedutesi anche nei secoli XIX e XX fino ad oggi in Russia.

Commentando questa vicenda, Gramsci la considera poco significativa in quanto la Costituente (che nel 1937 raccomanderà al suo partito come la prima manifestazione popolare del post-fascismo) sarebbe stata una forma vecchia e decrepita di espressione della volontà popolare.

In altri termini, la rappresentanza propria del parlamentarismo liberale e occidentale ai suoi occhi era una ben misera cosa rispetto a quella manifestatesi ben più sovranamente nei Soviet. In secondo luogo, la giustificava perché il ricorso alla violenza da parte di Lenin e dei bolscevichi sarebbe stato un atto contingente, una parentesi, un’eccezione che non si sarebbe ripetuto.

I bolscevichi erano minoranza nel momento presente, in una dimensione temporale assolutamente contingente, ma nel futuro erano destinati a “diventare maggioranza assoluta, se non addirittura la totalità dei cittadini”.

Dunque, per Gramsci il comportamento usurpatorio dei bolscevichi non era da considerare l’opzione per una “dittatura perpetua”. Un investimento sul futuro dell’esercizio della violenza politica non faceva parte del programma della rivoluzione socialista perse guida da Lenin. Il suo obiettivo era un nuovo sistema di libertà, la sperimentazione di una democrazia di tipo nuovo che si sarebbe avvalsa, all’ inizio e in un contesto di provvisorietà, dello strumento della forza e dei mezzi dell’autoritarismo.

Questo intermezzo della dittatura proletaria secondo Gramsci sarebbe servito a reprimere le forze contro-rivoluzionarie che impedivano la trasformazione del paese; e in secondo luogo a rendere possibile quella che era sembrato irrealizzabile.

L’utopia di cui scrive era il consolidamento dello Stato dei Consigli, cioè la nuova architettura del potere “in cui la dittatura si dissolverà, dopo aver compiuto la sua missione”.

Era un episodio destinato a durare il tempo necessario perché i bolscevichi, che erano la sola forza politica rivoluzionaria, ma ancora una minoranza, si costituissero e si manifestassero come maggioranza. 

È comunque assai significativo che “La prima volta che l’attenzione di Gramsci si fissa sui Soviet è in corrispondenza proprio dello scioglimento della Costituente: quello è il punto di partenza del cammino che, attraverso la tematizzazione dello Stato dei consigli, disegnerà un nuovo profilo della sua concezione del socialismo”. 

Non disponiamo di nessun giudizio di Sraffa su questo uso della dittatura per ampliare la costruzione di un nuovo stato democrati co. È probabile che il suo interesse per la Russia non fosse allora in primo piano. Lo erano invece i mutamenti in corso in altri paesi europei, compreso il Regno Unito in cui sostava da ricercatore e che dopo la prima metà degli anni Venti sarebbe divenuto il suo luogo stabile di residenza.

Non credo che non possa essere stato colpito da quel che si imporrà all’attenzione del suo compagno e amico. Gramsci, infatti, dopo avere accentrato la sua attenzione sulla Russia, volse lo sguardo a quanto avveniva in Ungheria, Germania e Austria. Erano i paesi in cui il dispiegarsi esteso e combattivo di un movimento consiliare funziona va da uscita di sicurezza, una sorta di nuovo inizio a paesi che, come questi, erano investiti dalla grande crisi del capitalismo post-bellico. Ne enfatizza l’aspetto catastrofico come un sintomo della marcia verso il disfacimento delle loro strutture statali e dell’estendersi di quelle che chiamava le “rivoluzioni proletarie del 1919”.

In realtà, il contesto cambia sensibilmente con l’azione armata della contro-rivoluzione. Ad essa ricorrono i vecchi Stati per soffocare gli impulsi rivoluzionari scaturiti nei paesi dell’Europa centrale e con l’intervento degli eserciti stranieri in Unione sovietica. Lo stesso Turati non mancherà di condannarli. 

Pertanto, la concezione dello Stato di Gramsci è costretta a fronteggiare una doppia incombenza: un programma di “democrazia operaia” fondata sui Consigli nel cuore della produzione capitalistica; e un concentrato di comando e di forza (cioè la dittatura del proletariato) per arginare e debellare la contro-rivoluzione.

Le ragioni della difesa prevarranno sulle ragioni dell’innovazione e del cambiamento radicale. Sarà, quindi, la fine di una grande illusione.

Ma, insieme, il preludio alla nascita di un sistema e di blocco di potere a livello non solo russo, ma centro-europeo, poi asiatico, latino-americano ecc. in cui soccomberanno i richiami sia allo stato democratico-parlamentare forgiato dal liberalismo sia alla democrazia consiliare e allo Stato nuovo in cui si dava per scontato si fosse espressa la partecipazione popolare.