di Beppe Attene
Sul fatto che stiamo vivendo, come specie e forse non soltanto, una immensa transizione sembra che nessuno possa nutrire dei dubbi.
Altrettanto chiaro è, tuttavia, che nessuno la sta minimamente governando e, soprattutto, che nessuno è in grado di credibilmente comprenderla e di conseguenza prevedere in che direzione essa spingerà il nostro futuro.
È importante tener presente che si tratta di una assenza di prospettiva abbastanza nuova e sconcertante rispetto al cammino che l’Umanità ha compiuto sino a questo punto.
Non si può e non si deve ritenere che un unico pensiero consapevole abbia, di volta in volta, accompagnato e guidato le complesse transizioni succedutesi nel tempo.
Piuttosto si trattava di percorsi in cui differenti e contrastanti letture hanno comunque illuminato ogni passaggio, contrapponendosi fra loro e costruendo forme di interpretazione dei fatti.
Consideriamo la più importante transizione globale degli ultimi 500 anni, vale a dire il passaggio dal feudalesimo al sistema capitalistico.
Attorno a questa profondissima mutazione, le cui conseguenze costituiscono ancora il nostro panorama, sono state vissute, elaborate e trasmesse migliaia di percezioni (anche contrastanti tra loro) che costituiscono tuttora la profondità della nostra coscienza collettiva.
Nel 1415 si svolse la battaglia di Azincourt che William Shakespeare avrebbe poi trasformato in una eterna narrazione letteraria.
Al di là di questo aspetto la battaglia segnò un passaggio storico non solo per la sua conclusione militare favorevole agli inglesi, ma soprattutto per la decisione di Enrico di non offrire una comoda e rispettosa prigionia ai nobili avversari, ma di consegnarli ai più cinici e spietati arcieri gallesi.
Ad essi, del resto, doveva la vittoria.
Un mondo stava cambiando e la direzione appariva evidente, per quanto ad alcuni dolorosa.
Passano appena quattro secoli e la “Legge delle chiudende” impone la creazione della proprietà privata della terra in quella Sardegna che i Savoia gestivano da un centinaio di anni e che praticava da sempre soltanto la proprietà collettiva.
Vanamente i sardi si ribellano chiedendo il ritorno a “Su Connotu”, alle norme conosciute ed eterne di convivenza fra gli esseri umani.
La risposta del potere sabaudo è, ovviamente, l’introduzione forzosa del denaro per gli scambi e la successiva abolizione anche dei diritti ademprivili.
Il mondo cammina in una direzione e, come è normale, qualcuno soffre e prova a resistere.
Tutti, però, da una parte o dall’altra, hanno una percezione e un giudizio in merito al senso del cambiamento che in quel momento si prospetta loro.
Si potrebbero fare, naturalmente, moltissimi altri esempi e non sarebbero soltanto relativi all’avvento del sistema capitalistico.
Quel che colpisce è però che si può vincere o perdere, estinguersi o crescere, guardare al passato o a un qualche futuro ma in nessun caso sembra che il mondo deli uomini possa modificarsi senza indurre atteggiamenti e valutazioni.
Già, sembra. Ma forse sarebbe meglio dire “sembrava”.
Nel passaggio attuale nessuno propone credibili, per quanto parziali, chiavi di lettura.
In un unico spazio temporale e geografico tutto viene smosso, senza una coglibile direzione.
Si modificano i rapporti fra gli esseri umani, si modificano le modalità per la creazione di valore, si modificano i concetti di classe sociale e di sistema socio – economico, si modificano i significati e le funzioni dei confini delle Nazioni, si modificano i concetti di appartenenza linguistico – culturale, si annullano gli usuali metodi di identificazione degli uni con gli altri.
Per quanto cerchiamo di rifugiarci in location concettuali accertate come il Manifesto di Ventotene o il concetto stesso di Nazione immediatamente esse ci appaiono incerte come il pagliolo di una barca in mezzo alla tempesta.
Ci sorregge, certo, l’Etica e una idea antica del rapporto con il Dovere ma non possiamo nascondere a noi stessi che si tratta di strumenti assolutamente di carattere individuale.
Essi sono come la casa provvisoria che Cartesio invitava a costruirsi prima di abbattere e iniziare a ricostruire il sistema di credenze e di analisi della Realtà.
Mentre si prende atto della distruzione occorre, sosteneva il Filosofo, avere un luogo dove vivere e rifugiarsi per poter ricostruire.
Tutto giusto, ma i limiti di questa Loggia Muratoria appaiono oggi più forti che mai.
Ciò anche perché in questo quadro di mutazione incomprensibile ognuno viene spinto a presentare e dare il peggio di se stesso.
Quello che, inequivocabilmente, ci caratterizza e racconta più di ognuno di noi, come singoli o come collettività.
Un unico quadro di assenza unifica il piccolo orrore con il grande e grandissimo.
Il giovane che distrugge una antica statua e posta orgoglioso sulle sue chat quel che ha fatto è paradossalmente in sintonia con l’orrore della dittatura islamica che punisce i medici quando osano curare le vittime della selvaggia repressione da essa operata.
In un romanzo giovanile, intitolato “Giro d’Italia”, Alessandro Pavolini definì la pratica di scrivere un messaggio sportivo su un muro come “il desiderio di fare del proprio stato d’animo un elemento stabile del paesaggio” (mi scuso per la citazione soltanto mnemonica).
Ora, tragicamente, nella completa assenza di riferimenti e di analisi che ci circonda ogni entità individuale (elementare o complessa che sia) si fa prendere dal bisogno di proclamare la propria presenza e di evitare che essa venga disciolta nel quadro in movimento.
È difficile immaginare quante possibilità ci siano che si possano creare zone di appartenenza identitaria che aiutino ciascuno di noi a comprendere la mutazione e a disporsi in qualche modo nei suoi confronti.
Sembra piuttosto che ognuno difenda il proprio “hic et nunc” per farne (come da Pavolini) una stabilità nel contesto.
E tuttavia, protetti nella casa provvisoria fatta di Etica e Dovere, non possiamo fare altro che lavorare perché quel che speriamo avvenga davvero, almeno in parte.












