Dio è morto, ma poi risorge
Aldo Di Russo
Una strana coincidenza di lessico appare dalla lettura dei giornali di oggi. L’analisi antropologica, psicologica, giuridica e sociale sui fatti della “‘banda’ della minicar nera” di Roma continua con accenti e inquadrature diversi.
In poche parole, si tratta di due giovani sedicenni, uno alla guida e l’altro armato di bastone che, scorrazzando Monteverde e Trastevere di sera, avrebbero provocato diversi feriti oltre a lesioni molto gravi a un giovane che viaggiava su un monopattino elettrico e che è attualmente ricoverato in gravi condizioni all’ospedale San Camillo. È uno dei tragici, ma frequenti episodi di violenza gratuita sui quali non avrei scritto se non mi fosse capitato davanti un piccolo stralcio della deposizione di uno dei due: quello con il bastone per capirci che ha affermato:
l’abbiamo fatto per divertirci, non sapevamo cosa fare.
Nulla di particolarmente serio o cosciente, solo noia, senso di inutilità riempito bastonando l’altro (magari pensando: se l’altro è in monopattino e io in minicar, per superiorità sociale e di censo, me lo posso permettere).
Su un’altra pagina dello stesso giornale si legge invece che la questura di Trieste avrebbe vietato ai volontari di Linea d’Ombra e Fornelli Resistenza, associazioni che aiutano fornendo cibo, beni di prima necessità e cure mediche a chi ne avesse bisogno, di operare in piazza della Libertà:
…per garantire il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento e svago e tutelare le attività economiche nel weekend.
Certo, sono due notizie separate, in due città diverse: nel primo caso due adolescenti, nel secondo un’istituzione a tutela dell’ordine pubblico. La congruenza è solo lessicale, ma mi suggerisce qualche riflessione. In entrambi i casi al centro c’è il “divertimento”, la tutela dello svago, e in entrambi a spese dell’anonimo “altro”: un professionista che torna a casa in un quartiere romano dove abita il benessere, o un migrante in difficoltà sulla rotta dei Balcani, senza mezzi e forse senza fissa dimora.
In entrambi i casi lo svago è visto come il fulcro nevralgico delle attività umane, il fine da difendere per nascondere, ancora nascondere, il crollo del senso della vita e di scopo che la società dei consumi ha costruito e che ora difende per non essere schiacciata da quello stesso vuoto di valori che ha creato per affermarsi. Solo che a potersi affermare con le proprie forze sono sempre meno persone. Quando l’ascensore sociale si blocca, il bene comune si ferma davanti all’altro, trattato come se non esistesse, e ripiega su ciò che la società considera un valore: una macchina, un gioiello, l’aperitivo come forma di socialità.
Tranquillizzatevi, non sono un bacchettone che ripudia il divertimento e lo svago. Mi colpisce che vengano presentati come una finalità, un riempitivo del vuoto di senso: un nichilismo esistenziale, dal latino nihil, nulla. È la perdita di ogni punto di riferimento e di ogni aspirazione, una vita senza desiderio, che può trasformarsi in disperazione e generare la violenza gratuita della banda della minicar, oppure provvedimenti firmati senza valutarne le conseguenze né la reazione di quel mondo civile che dedica il proprio tempo libero agli altri anche quando le istituzioni scappano.
Ho notato un’altra cosa confrontando le due notizie: il bisogno di nascondere. La sorpresa della madre di uno dei due ragazzi, davanti a un figlio quasi sconosciuto, sembra voler tenere lontano il disagio. A Trieste il decoro della piazza nel weekend sembra venire prima di ciò che i volontari rendono visibile, distribuendo cibo e coperte e curando chi non ne avrebbe la possibilità. In entrambi i casi si direbbe che ci si voglia sottrarre allo sguardo ciò che disturba.
Nessun rimpianto o nostalgia, naturalmente, nessun “eravamo meglio noi”: se abbiamo lasciato questo mondo, le responsabilità le abbiamo, e non sono poche. Il fatto è che quando la metafisica cessa di guidare le aspirazioni dell’uomo si arriva a quella che Nietzsche chiamò la morte di Dio. Senza alcuna intenzione antireligiosa, il filosofo intuì il crollo delle certezze su cui poggiavano i valori, la fine della stabilità garante di un punto di appoggio esterno a sé stessi. Proprio ai tempi di Nietzsche qualcosa di simile accadde alla scienza. La stabilità era data dall’idea che ogni evento fosse la conseguenza necessaria di una causa precedente, tutto era determinato attraverso leggi note o da scoprire, certo, ma la dinamica aveva sempre un punto di arrivo certo.
La rottura venne dalla termodinamica, la scienza nata per capire quanto lavoro si potesse ricavare dal calore delle macchine a vapore della rivoluzione industriale. Fu Boltzmann a darle un fondamento nuovo proponendo una lettura statistica del secondo principio: il calore passa da un corpo caldo a uno freddo e non torna indietro, e questo si sapeva già, ma non perché sia vietato, solo perché il contrario è estremamente improbabile. La certezza cedeva il posto alla probabilità. Fu una perdita. Andavano riscritte le regole, nulla sarebbe stato più stabile come prima, cadevano i punti di riferimento. Ma fu anche l’apertura di uno spazio: dove prima c’era una regola ferrea ora c’era un campo di possibilità. Da lì passa la strada che porta alla meccanica quantistica, con cui oggi esploriamo l’infinitamente piccolo. Quel nihil, quel vuoto, quel nulla può determinare la rinuncia allo slancio vitale, al desiderio, alla capacità di sperare, e diventare una svalutazione dell’ordine morale: la morte di Dio.
Nella scienza quel vuoto ha prodotto una resurrezione, pur non senza contraccolpi. Lo stesso, spero, può accadere per quei giovani che oggi vedono solo disperazione e vuoto di valori: una via d’uscita deve esistere. Questo vorrei raccontare a quei ragazzi come una storia di speranza nata subito dopo il nulla. Alla mia spetta il compito di aiutare da lontano raccontando quello che anche un articolo di giornale fa venire alla mente in un giorno in cui le notizie, sulla stampa, sono nuvole che rendono tutto più grigio.
Ma basterebbe ricordare un altro “Dio è morto” dopo Nietzsche, quello di Francesco Guccini, nella versione portata al successo dai Nomadi nel 1967: la Rai la censurò perché considerata blasfema, mentre Radio Vaticana la trasmise ampiamente, comprendendone il senso rivoluzionario oltre le parole.
nei campi di sterminio Dio è morto
coi miti della razza Dio è morto
con gli odi di partito Dio è morto.
Questo scriveva il poeta emiliano nel secondo ritornello. Quante volte ci siamo chiesti dove fosse Dio ad Auschwitz o durante i naufragi a Lampedusa o a Cutro, una reazione semplice, immediata, istintiva, quasi una conseguenza pratica, oggettiva, devastante di qualcosa di più grave. Il male Guccini lo aveva già identificato nei versi che chiudono il primo ritornello, che precede quelli sui campi di sterminio, sul razzismo, sull’odio politico. Ci riportano dritti dentro la nostra cronaca e dimostrano, se ce ne fosse bisogno, il valore degli artisti nel comprendere prima degli altri il disagio verso cui stiamo marciando a passo spedito. Leggeteli con attenzione.
nelle auto prese a rate Dio è morto
nei miti dell’estate Dio è morto.
Il j’accuse di Guccini è affine a quello di Nietzsche: ha per bersaglio un mondo che, ucciso l’essere, riempie il vuoto con l’avere e si impegna, attraverso beni materiali tanto costosi quanto inutili, a omologare l’essere umano. Contro questa omologazione lottò un altro grande artista, Pier Paolo Pasolini, che per le sue denunce, quelle sul consumo e soprattutto quelle sulle stragi, secondo molti pagò con la vita.
La poesia-canzone ricorda il dramma del nichilismo ma diventa l’inno di metà anni Sessanta che propone la resurrezione all’interno dei valori civili di pace, giustizia, solidarietà che quella generazione aveva usato come bandiera. Risorgere oggi significa ricostruire il futuro, come è risorta la scienza dopo la crisi delle sue certezze. Spetta alle giovani generazioni risollevarsi dal torpore che è ormai diventato disagio fisico, fatica nel relazionarsi, difficoltà di sostentamento.
Forse Dio è stato ucciso da noi, come sosteneva il folle narrato da Nietzsche che con una lanterna accesa cercava Dio al mercato di giorno, forse anche nelle minicar a sedici anni Dio è morto, ma questo, nel 1965, Guccini non lo poteva sapere e per questo potè concludere così:
In ciò che noi crediamo, Dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, Dio è risorto
Nel mondo che faremo Dio è risorto













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