di Giancarlo Governi
Un’altra caratteristica della comicità è la sua apoliticità. Il comico non è di sinistra né di destra. Il comico è contro il potere, contro colui che si è posto su un piedistallo. Questo non significa che se io sono di sinistra non debba ridere di una battuta su D’Alema o che il comico che ha bersagliato il mio beniamino politico mi possa convincere a diventare di destra. Anzi, mi fa piacere che l’uomo politico a cui vanno le mie preferenze sia così popolare da attirare gli strali del comico satirico, che mi conferma, in un certo senso, nella mia preferenza. Per questi motivi la comicità dovrebbe uscire fuori dal paniere delle trasmissioni televisive soggette alla cosiddetta ‘par condicio’, che sarà una forma di garanzia democratica ma finisce per uccidere non solo la comicità ma la stessa informazione.
Fa parte della schiera dei comici satirici a cui abbiamo concesso una speciale licenza politica Dario Fo, anche se lui personalmente era schierato eccome però quando Dario saliva sul palco diventava un grande affabulatore moderno, uno di quelli, sempre più rari, che si riallacciano all’uso antico della parola come mezzo di racconto. Provate a pensare alla corte riunita intorno al signore ma provate a pensare anche alle veglie contadine, alle famiglie riunite attorno al focolare con un personaggio che racconta… Racconta le favole, ma racconta anche di uomini e cose, accende l’interesse attorno a questo o quel personaggio, narra di viaggi, di persone incontrate, di cose viste…
Il teatro comico colto, iniziato da I Gobbi, continua con la compagnia di Giustino Durano, Franco Parenti e Dario Fo che produce due spettacoli (Il dito nell’occhio, I sani da legare). Questa esperienza di duraturo produce soltanto Dario Fo che, insieme a sua moglie Franca Rame, darà vita, dalla fine degli anni Sessanta ad un teatro alternativo, fuori dagli schemi e dai luoghi deputati, in sintonia con i fermenti ed i malesseri che accompagneranno gli anni che seguirono il Sessantotto.
Significativo della produzione di Dario Fo è il Mistero buffo, un lungo monologo ispirato ai vangeli apocrifi e recitato in gramlot, una lingua inventata e derivata da tutti i dialetti italiani.
L’inizio della scalata al vertice della popolarità che lo porterà addirittura al Nobel paradossalmente Fo la deve alla televisione italiana che fu licenziato in tronco insieme a sua moglie Franca Rame dalla televisione.
Le cose erano andate così. Ettore Bernabei, nominato da poco (siamo nel 1962) Direttore Generale della Rai, decise di dare uno scossone a questa televisione bacchettona e velinara (nel senso che, anziché fare dell’informazione, si limitava a passare le veline del Governo e della Democrazia Cristiana che era il partito di maggioranza). Assunse Enzo Biagi come direttore del Telegiornale e affidò alla coppia Dario Fo e Franca Rame la conduzione del programma di punta dell’epoca, Canzonissima, legata alla lotteria di Capodanno.
Biagi resistette pochi mesi e Dario Fo fu cacciato per uno sketch sulle morti bianche nell’edilizia che a quell’epoca erano molto frequenti, perché gli operai venivano sottoposti ad uno sfruttamento bestiale da padroni senza scrupoli che non rispettavano nessuna norma di sicurezza. Lo sketch che nessuno ha mai visto, anche perché non fu mai registrato, mostrava operai edili che si sfracellavano dalle impalcature per mettere nei guai il povero padrone innocente. Dario Fo, quando ancora recitava al Sistina e non ancora nei teatri alternativi, rappresentò in una sua commedia i manifestanti che facevano un grande dispetto alla polizia, che aveva l’abitudine di sparare in aria e si ritrovava sempre dei morti per terra. Studia che ti ristudia alla fine vennero a capo del mistero: i manifestanti avevano imparato a volare e intercettavano in aria le pallottole sparate dalla polizia. Questo era il teatro di Fo, comico e satirico nello stesso tempo.
La cacciata di Dario Fo dalla TV provocò una autentica rivolta della stampa e di gran parte dell’opinione pubblica. Fo tornò al teatro, però non ai teatri classici come il Sistina o l’Eliseo, ma ai teatri del circuito alternativo, e passò di trionfo in trionfo, battendo anche strade e circuiti alternativi, arrivando al Premio Nobel.
Ma quando, con la riforma della Rai arrivò la seconda rete retta da un socialista come Massimo Fichera, alla fine dei Settanta, Dario Fo e il suo teatro fu recuperato dalla televisione e ritornò ad essere patrimonio nazionalpopolare.












