CARA AMICA TI SCRIVO… ITALIANI, BRAVA GENTE

di Aldo Di Russo

Cara Amica,

Non ricordo se ti ho già raccontato di quel giorno. Avevo 8 anni, era il 3 settembre 1960, il caldo asfissiante che conoscono quelli della tua età era inimmaginabile. L’estate al sud, per noi affacciati sul mare, era una sorta di “prossimamente” del paradiso. Di pomeriggio poi non ti dico, dalla grande finestra della “camera della nonna” spalancata sul golfo, il maestrale, puntuale ad una certa ora del pomeriggio, aveva imparato a evitare che il tasso di umidità potesse provocare fastidi, si perchè il vento soffia con intenzioni diverse a seconda del popolo che accarezza. Dalle mie parti soffiava per rendere la vita serena, silenziosa, sentiva e interpretava il famm’ sta quiet’ di mio padre e senza uso di elettricità, senza condizionatori, senza rumore, si viveva la “controra”.

Questo modo di dire tipico delle mie parti deriva senza ombra di dubbio dal latino contra che esprime si contrasto, ma in forma di vera ostilità nei confronti delle avversità della vita. È l’ora in cui ogni sventura cessa per diventare meditazione interiore, svago dell’anima, conoscenza, e questo al sud negli anni ’60 lo sapeva anche il vento.

Quel giorno, in quell’ambiente, si correva per la finale dei 200 metri maschili alle Olimpiadi, mio padre ed io eravamo di fronte alla televisione con l’attesa e la speranza dovuta ai tempi che Livio Berrruti aveva fatto registrare nelle semifinali, tutto questo amplificava e indirizzava i sogni della controra.

Quando lo starter alzo la pistola la tensione cominciò a salire. “On your marks” e gli atleti si posizionarono sui blocchi, un lungo e profondo respiro unì me e papà all’unisono. “Set” tutti gli atleti distesero le gambe mentre io e papà fino ad allora praticamente spalmati sulla poltrona di palissandro finimmo seduti sulla punta del cuscino stringendo i braccioli neri pronti a schizzare in avanti con la mente. Poi il colpo di pistola che fece scattare i finalisti e invece paralizzò noi come due statue incapaci di respirare. Solo il cuore accelerava come quello di Berruti eravamo in sincrono perfetto, sempre di più, sempre di più, sempre più vicini al traguardo, una ventina di secondi che sembravano non finire mai. Quando il petto di Berruti ruppe il filo di lana successe l’impensabile. Nasce da lì una catena di sensazioni in relazione le une con le altre e la voglia di raccontartele in questa lettera. Papà scattò “berrutamente” in avanti e si lanciò verso la televisione baciando più volte lo schermo, poi si affacciò alla finestra per condividere dal secondo piano di altezza la notizia e la gioia con il primo passante in strada, solo che nel deserto di un pomeriggio di settembre durante una finale olimpica c’era solo zio Alfredo che non so cosa rispose rimosso di colpo dai suoi pensieri peripatetici.

Io credo che i ricordi possano essere fonte di analisi per trovare le ragioni profonde degli accadimenti. Ad esempio, ti sembrerà strano, ma mi sono convinto che il bacio allo schermo della televisione fosse un omaggio alla mitologia divina. Mi spiego: mio padre sapeva benissimo che la gara si stesse svolgendo nello stadio Olimpico di Roma, avrebbe dovuto baciare Berruti, ma non c’era, la televisione aveva avuto la funzione di un messaggero, era la personificazione di Hermes che, nella mitologia greca, era anche il dio della velocità. Quel bacio cara amica, era l’equivalente di una offerta di ringraziamento, senza latte, senza miele, senza libagioni si era trasformato nel contatto delle sue labbra con lo strumento della sua gioia: la televisione. In fondo la sua esultanza era il frutto di una notizia piuttosto che di un fatto, e la televisione era colei che aveva portato l’annuncio e quindi meritava ricompensa. C’era anche il fatto che la gloria, il primato del mondo si era posata su di un concittadino – connazionale. Livio Berruti era uno di noi, aveva studiato e viveva in paese, lo vedevamo passeggiare la sera, di lui sapevamo che era un atleta della nostra nazionale, ma niente di più, da quel giorno in poi sarebbe stato famoso ovunque nel mondo e noi con lui. Si, perché il paese in cui vivevo era punto di attrazione per gli atleti più importanti provenienti da tutto il mondo, avevamo una scuola di alto livello, avevamo un clima mite tutto l’anno, un clima dove i pescatori potevano fare ottimi affari, ma gli ombrellai avevano davvero poco da vendere.

La gioia di papà era legata anche al suo patriottismo innato e sfrenato sul quale vorrei soffermarmi e sul quale avrei ancora qualche cosa da dire perché fu contagioso, e mi provocò, una decina di anni più tardi, un trauma che ho potuto superare solo attraverso lo studio e l’impegno e di cui vorrei parlarti.

Quell’anno, il 1960 si celebrava il centenario dell’Unità d’Italia e un po’ a casa, un po’ a scuola, un po’ a causa delle collezioni di figurine Panini uscite per l’occasione, il Risorgimento, la patria gli eroi erano la nostra nuova mitologia. “Italiani, brava gente” si diceva, e qualche anno dopo, un film con lo stesso titolo ebbe un successo di pubblico superiore alla qualità del film stesso perché solleticava, spandeva e rafforzava l’dea che l’italiano, soprattutto se soldato, fosse immune da disumanità verso il nemico.

Questa idea fu la mia culla per anni fino a quando, di anni ne avevo 17, scoprii che le cose non stavano esattamente così, episodi molto poco onorevoli erano stati cancellati dalla Storia come ce la raccontavano a scuola, qualcuno negava la realtà e creava una narrazione nazionale edulcorata ad arte. Non andava bene per niente. Vale la regola secondo cui se si scopre una menzogna si crede che tutto possa essere menzogna, allora, aveva mentito mio padre o avevano ingannato anche lui? La guerra, a quei tempi attraeva noi bambini, giochi, film, conquiste che ci facevano sentire grandi e potenti senza sapere che invadere gli altri è solo infamia, una confusione dalla quale fu uno sforzo poterne uscire. Ricordo che una volta chiesi a mio padre quanti nemici avesse ucciso in guerra e ci rimasi male nel venire a sapere che contro i nemici non aveva mai sparato. Oggi ne sono fiero, ma andiamo avanti.

Sappiamo molto bene e oggi abbiamo prove e documenti, dei crimini di guerra commessi dal nostro stato maggiore in Etiopia, in Libia, nei Balcani, in Grecia, In Albania e, come ebbe a dire Vittorio Foa che, come Berruti, visse in quello stesso paese, i tedeschi sono stati una grande risorsa per tranquillizzare le coscienze degli italiani. Per avere dei bravi italiani occorrevano i cattivi tedeschi. Non che siano stati bravi, per carità, ma il metro di misura creato ad arte dopo la Seconda guerra mondiale ha creato una narrazione che negava i fatti e creava traumi, perché nascondere cause e circostanze funziona solo per il tempo in cui ha effetto l’anestetico, la volontà funziona come antidoto che svela l’ignoto e ricostruisce il contesto culturale non fosse altro per vivere con coraggio e risolutezza.

Questa idea preconcetta che assolve gli italiani da qualsiasi delitto cozzava contro le letture mazziniane di quei giorni, ma è emersa proprio dalla rilettura che feci al seguito del trauma. Scoprii i crimini contro le popolazioni civili, l’occupazione era una invasione di territori che legittimamente appartenevano ad altri, scoprii i combattenti partigiani che erano uomini che legittimamente si difendevano dagli invasori. C’era il fascismo, gli uomini, i fatti, i documenti sono pregni del razzismo che permea l’idea stessa di fascismo, risentono di quella superiorità dettata dall’ignoranza che tanto diventa crudeltà quando coincide con la sconfitta sul campo. Anche se quelle storie non cancellano l’eroismo dei soldati che negli stessi anni lottarono per la libertà contro un altro invasore, pesano ancora sulla nostra cultura. Il fascismo, le sue regole, la sua presunta autarchia hanno lasciato un segno nella classe dirigente di questo paese che ancora oggi confonde il patriottismo con il suo contrario: il nazionalismo.

L’idea che un confine si difenda con tutto quello che c’è dentro di buono o di cattivo lascia da parte i valori e unifica eccellenza e mediocrità, semplifica e offende la forza e la dignità degli italiani che credono nella umanità. Prima gli italiani avrebbe detto mio padre, no papà, prima i migliori da qualsiasi parte vengano perché ho intenzione di crescere, di imparare, e solo i migliori me lo permetteranno. Non biasimo mio padre, credo che sia stato ingannato come me, e temo che anche tu, cara amica, possa essere ingannata dalla propaganda senza fine, dalla vendita della paura come base di consenso. Per questo vorrei spendere qualche parola ripartendo dalla scuola elementare degli anni sessanta, un vecchio edificio in parte fatiscente alle spalle della chiesa di Santa Teresa dove è cresciuta la mia generazione, ma vorrei farlo con il senno di oggi.

La patria secondo Mazzini è davvero altra cosa dai confini di una nazione, è la dimora della libertà e dell’uguaglianza, ne “Dei Doveri dell’uomo” scrive:

Non vi è patria dove l’eguaglianza dei diritti è violata dalla’esistenza di caste, privilegi, ineguaglianze. In nome del vostro amore di patria, combattete senza tregua l’esistenza di ogni privilegio, di ogni diseguaglianza sul suolo che vi ha dato vita… I primi vostri doveri, primi almeno per importanza, sono verso l’Umanità. prima di essere cittadini o padri. […] In qualunque terra voi siate, dovunque un uomo combatte per il diritto, per il giusto, per il vero, ivi è un vostro fratello: dovunque un uomo soffre, tormentato dall’errore, dall’ingiustizia, dalla tirannide, ivi è un vostro fratello. Liberi e schiavi, siete tutti fratelli.

Più chiaro di così si muore, il senso di umanità è lo strumento attraverso il quale si tutela la dignità dell’uomo e si diventa patrioti. Per Mazzini la Patria è Umanità. Lo stesso Mazzini imponeva di combattere la propria patria se opprime le altre patrie e, in quanto ad oppressione degli alti, durante il ventennio abbiamo fornito le migliori prove della nostra stupidità. Sempre continuando si legge:

Quelli che v’ insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla famiglia o alla patria, v’insegnano, più o meno ristretto, l’egoismo, e vi conducono al male per gli altri e per voi medesimi. Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro un circolo maggiore che li contiene; come due gradini d’una scala senza i quali non potreste salire più alto, ma sui quali non v’è permesso arrestarvi.

Mi pare chiarissimo: restringere i doveri alla propria famiglia alla propria nazione, al proprio orto di casa, genera l’egoismo che conduce fuori della regola di un patriota e afferma:

…tra l’egoismo e lo schiavo non c’è che un passo.

Se a scuola lo avessimo letto così, senza retorica e con l’unica fede nei valori dell’uomo sarebbe stato davvero diverso, umanità significa civiltà e dignità significa diritti sociali. Ecco un modo per essere davvero orgogliosi di essere italiani, un paese che ha dato i natali ad un uomo che prima della metà del secolo diciannovesimo aveva chiari i doveri di una democrazia che si affermava attraverso uno Stato repubblicano è davvero entusiasmante, questo anche grazie alle Patrie vicine che lo accolsero esule e gli permisero di scrivere e pubblicare. Mazzini sognava l’Italia Patria in mezzo ad altre Patrie, senza le altre non esisteremmo e ogni forma di superiorità è un inganno per se stessi. Passando ad un altro testo: “Pensieri sulla democrazia” Mazzini scrive parole che diventeranno ispirazione per gli articoli sui diritti sociali nella nostra Costituzione.

Se la sovranità dell’individuo è legittima, la sovranità sociale del popolo non può risiedere in una frazione della società, bensì nel suo complesso.

Quasi un anno fa, in occasione del messaggio di fine anno, il Presidente Sergio Mattarella, in piena tradizione mazziniana: pensiero ed azione, ha sviluppato l’idea di Patria:

…trama di sentimenti, di valori, di tensione ideale quel che tiene assieme le nostre comunità e traduce in realtà quella speranza collettiva.

Dunque la patria è umanità, contrasto della desertificazione delle relazioni, opposta agli individualismi e alla paura della differenza, la patria non è una cultura, ma convivenza e dialogo di culture diverse, come la fisica classica insegna, la differenza è fonte di energia.

Perdona se ti ho rubato del tempo, ma quel pomeriggio di settembre in cui Berruti fece battere il cuore di due italiani deve avere un finale. Ora che uno dei due non c’è più, è giusto che l’altro, prima di raggiungerlo, rimetta in fila i ricordi per distinguere i pregiudizi e gli errori.

Negare, nascondere serve solo a vivere bendati in un confine costretto intorno ai propri pregiudizi. Bertolt Brecht immaginava Galileo raggiunto da un suo ex allievo: Filippo Muzio. Nonostante il grande maestro, Muzio aveva scritto contro le teorie copernicane, così Galileo ribadisce con forza che per uno scienziato, lottare per la verità è un obbligo affrontando e superando perfino la peste.

Sig Galileo cosa c’è peggio della peste.

Chi non conosce la verità è solo uno sciocco, ma chi conoscendola la chiama menzogna è un criminale.

Costruiamo la nostra memoria sulla Storia e mai sui pregiudizi di una narrazione imposta da altri. Solo le fonti documentali ci mettono al sicuro da traumi futuri.

Con immutato affetto

Tuo Aldo


Commenti

Una risposta a “CARA AMICA TI SCRIVO… ITALIANI, BRAVA GENTE”

  1. Avatar Renato Marchese

    Ho letto con grande attenzione e profonda emozione il tuo racconto che è molto più di un semplice ricordo. Mi ha colpito la bellezza con cui hai dipinto quel giorno di settembre del 1960, con il caldo asfissiante e la controra, momento di pausa e meditazione che mi hai fatto sentire quasi presente. La tua descrizione del vento maestrale che «soffiava per rendere la vita serena» è un’immagine poetica che rende tangibile il senso di pace e attesa in quel giorno speciale. La storia di tuo padre che bacia la televisione come omaggio a Hermes, il dio della velocità, mi ha fatto riflettere su quanto sia potente la fusione tra mito, sport e affetti familiari, un gesto che parla di gioia, orgoglio patriottico e appartenenza. Apprezzo molto anche la tua onestà nel raccontare come quel patriottismo si sia poi misurato con la realtà storica, con le sue ombre e contraddizioni, e come tu abbia scelto di affrontare il trauma della disillusione con studio e impegno. Le tue parole sul senso profondo di patria, così come interpretato da Mazzini e ribadito da Mattarella, mi trovano pienamente d’accordo. La patria come «umanità», come responsabilità verso gli altri e come dialogo tra culture diverse, è un messaggio di speranza e civiltà di grande attualità. Il tuo racconto è un invito potente a costruire la memoria basandoci sui fatti e sui documenti, per leggere la storia senza condizionamenti e con coraggio. Ti ringrazio per avermi condiviso questo pezzo di te e della nostra storia comune, e per avermi ricordato l’importanza di guardare oltre i pregiudizi con la certezza che il valore più grande sia l’umanità. Con affetto e stima, ti abbraccio. Tuo Renato

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