CAOS E RESILIENZA – Cap6

«Resilience amid disruption»: resilienza nel bel mezzo del caos. Così si potrebbe tradurre il titolo di un interessante rapporto della «Economist Intelligence Unit» sulle prospettive africane attuali. L’inglese ha il dono della sintesi e la formula scelta dall’autorevole centro studi londinese ne è la prova.

Il caos è quello che tutto il mondo sta vivendo dal 2020, tra pandemie, guerre, inflazioni e crisi climatiche. La resilienza è una virtù tipica degli africani o, per meglio dire, di tutti i Sud del pianeta. Abituati ad attraversare senza flettersi gli ostacoli di un quotidiano difficile, coloro che vivono a Dakar o a Bangalore, a Rio de Janeiro o a Kuala Lumpur, a Nairobi o a Napoli maturano una forza interiore che, alla lunga, vince.

Consentitemi una brevissima divagazione del cuore: è un po’ come il terzo scudetto del Napoli, conquistato dopo trentatré anni di fatica grazie a una somma di lavoro, tenacia, disciplina, talento e incrollabile passione di una città intera. Tutte virtù che troppo spesso i Nord del mondo, chiusi nella loro visione pregiudiziale, non riescono a riconoscerci. Ma ci sono. E, appunto, vincono. «Sarò con te e tu non devi mollare», canzone che i napoletani hanno intonato per trentatré anni allo stadio e nelle strade, può leggersi, in fondo, come un inno alla resilienza.

Caos e resilienza sono anche le caratteristiche marcanti dell’economia africana. Per capirla credo sia utile adottare un duplice punto di vista, cioè una prospettiva di breve e una di medio-lungo termine. Per dirla in sintesi, nel breve termine sembra prevalere il caos, nel medio-lungo si imporrà la resilienza.

Gli ostacoli attuali

Negli ultimi anni la crescita del PIL africano è stata ondivaga: è calata drasticamente a meno 2% nel 2020 a causa del Covid-19 per riprendersi nel 2021 e andare oltre il 4% e poi calare di nuovo, sia pure più moderatamente, nel 2022 (3,8%). Quest’anno la Banca Mondiale prevede una crescita media del 3,1%.

Quali sono state e sono le cause di questo temporaneo declino? Prima di tutto la pandemia e le sue conseguenze sull’economia internazionale. In Africa, stando ai dati a disposizione, il tasso di mortalità per Covid è risultato assai inferiore a quello degli altri continenti, probabilmente in ragione della giovane età media della popolazione che ha meglio resistito al virus. Tuttavia la crisi economica che ha colpito l’intero pianeta ha avuto un un impatto severo sul continente, dove sono diminuite sia le importazioni di capitali sia le esportazioni di beni.

Al Covid ha quindi fatto seguito la guerra tra Russia e Ucraina, che ha determinato in Africa un incremento dei prezzi del cibo, dei carburanti e dei fertilizzanti agricoli. Come noto, il continente africano dipende in larga misura da forniture provenienti dai Paesi in conflitto. Basti citare due esempi: il 30% del grano del Kenya e il 44% dei fertilizzanti impiegati in Camerun provengono (o provenivano) da Ucraina e Russia.

Infine e soprattutto, è importante citare tra gli ostacoli cui l’Africa deve far fronte la crisi climatica, che di tutti è probabilmente il più pericoloso. Kofi Annan, il diplomatico ghanese scomparso nel 2018 che fu segretario generale delle Nazioni Unite dal 1997 al 2006, illustrò bene i termini del problema dicendo: «Se si parla di cambiamento climatico, tutti i continenti sono sulla stessa barca, ma non tutti ne sono ugualmente responsabili». Un modo elegante per sottolineare come il suo, di continente, sia la parte del mondo meno inquinante ma più colpita.

Pur producendo solo il 3% delle emissioni globali di CO2, in ragione della sua massa e della sua posizione geografica l’Africa è l’area della terra più duramente affetta dal riscaldamento globale: ogni aumento della temperatura di un grado centigrado nel resto del mondo si traduce nell’incremento di un grado e mezzo in Africa. Secondo il Global Climate Risk Index – che indica il livello di esposizione a eventi estremi – pubblicato nel 2021 dall’istituto German Watch, dei dieci Paesi maggiormente minacciati dal cambiamento climatico, la metà sono in Africa: Mozambico, Zimbabwe, Malawi, Sud Sudan e Niger. Le conseguenze sono facilmente intuibili: scarsità di cibo, aumento delle malattie, conflitti tra Stati per il controllo delle acque di confine, crescita delle migrazioni.

Per contro, quali sono invece i luoghi più inquinanti del mondo? Nell’ordine, Cina, Stati Uniti, Unione Europea (con in testa la Germania), India, Russia e Giappone. Nessuno è in Africa e tutti hanno aumentato le loro emissioni nel corso degli anni, compresi il 2021 e 2022, fino a produrre il 70% di CO2 fossile del pianeta.

Questi dati suscitano una riflessione sulla ripartizione delle responsabilità. O dovrebbero indurre a farlo. Gli africani ne sono consapevoli e si stanno rivelando sempre più compatti e combattivi su questo fronte. Hanno creato l’AGN (African Group of Negotiators on Climate Change) che riunisce tutti i Paesi del continente e chiede un rafforzamento della cooperazione internazionale in termini di riduzione delle emissioni, investimenti, condivisione di tecnologie e know-how. Auguriamoci che qualcuno ascolti il loro appello, per il bene non solo dell’Africa ma di tutti noi.

Le prospettive future

Passo ora alla resilienza africana e alle prospettive future che ne conseguono.

Innanzi tutto è bene precisare che, fin da ora, il suo affresco economico è quanto mai variegato. Se è vero che alcuni Paesi di rilievo sperimenteranno una crescita mitigata nel 2023 (3% in Egitto, 3,1% in Nigeria e 1,5% in Sudafrica), è altrettanto vero che altri reggeranno bene alle turbolenze congiunturali. Tra questi emerge il Kenya, per il quale si prevede una crescita del 5% grazie alla stabilità di cui ha dato prova durante e dopo le elezioni presidenziali dell’agosto 2022 e all’efficacia delle riforme strutturali avviate dalla precedente amministrazione e da quella attuale.

Inoltre ci sono alcuni vettori di sviluppo che potranno manifestare i loro effetti positivi negli anni a venire. I principali, a mio avviso, sono quattro.

  • Il primo è rappresentato dalle disponibilità di materie prime. Secondo l’UNEP (United Nations Environment Programme), l’Africa possiede il 30% delle riserve minerali del mondo. In particolare detiene il 40% dell’oro, il 90% del cromo e del platino, l’8% del gas naturale e il 12% del petrolio. Come ben noto, la richiesta di queste risorse è in grande aumento, soprattutto per quanto riguarda le ultime due, e di conseguenza stanno crescendo gli investimenti internazionali nel settore, che molti Paesi africani intendono impiegare per incrementare a casa loro i progetti inerenti la sostenibilità ambientale e sociale.
  • Il secondo vettore è costituito dalle potenzialità offerte dall’AFCFTA (African Continental Free Trade Area), la zona di libero scambio più vasta del mondo, avviata nel 2021 e sottoscritta da 54 dei 55 Stati africani (44 domande sono già state ratificate e 10 sono in fase di valutazione e, per la cronaca, il solo Paese che non ha sottoscritto l’accordo è l’Eritrea). Tale intesa consente scambi interni di grande portata soprattutto nel settore agricolo, assicurando così una maggiore stabilità nella disponibilità di alimenti.
  • Il terzo è il talento imprenditoriale africano, di cui sono stato testimone diretto. Ho conosciuto ,durante gli anni che ho trascorso laggiù, giovani imprenditori dinamici, capaci e innovativi, attivi in settori come l’import-export, l’edilizia, la nautica o l’agricoltura. Oggi il numero di start-up è in impressionante aumento (640 sono state create nel solo anno 2021) e il settore su cui maggiormente si concentrano è quello della digitalizzazione. L’Africa sta diventando infatti un temibile concorrente per l’Asia nello sviluppo di nuovi software, reti cloud e applicazioni. Un gruppo nutrito di imprenditori, fondato nel 2018 e chiamato Empower Africa, ha di recente identificato sei Paesi del continente come ideali per diventare business and technological hubs (snodi cruciali per lo sviluppo degli affari e della tecnologia): Egitto, Ghana, Kenya, Etiopia, Nigeria e Sudafrica.
  • L’ultimo vettore, ma non certo il meno importante, è costituito dalla giovinezza del continente, la cui età media – come già ho scritto in questi articoli – è di 18 anni. 18 anni! Per qualunque società, la fame di vita e di realizzazione personale e professionale dei giovani è sempre un motore di crescita, soprattutto se sostenuta da adeguati investimenti nella loro istruzione. E l’Africa sta progressivamente dando prova di impegno concreto in questo ambito. Stando ai dati della Banca Mondiale, sono sette i Paesi africani che investono in pubblica istruzione una cifra superiore al 7% del PIL, il primo tra i quali è la Namibia con il 9,6%. Diventano una dozzina con investimenti superiori al 5%. Per avere un termine di paragone, la Germania investe il 4,7% e l’Italia il 4,3%. Si tratta di cifre di importanza assai diversa in termini di valore assoluto, ma il loro divario percentuale mostra una ben differente consapevolezza del valore economico e sociale dell’istruzione.

Uno dei maggiori esperti del mondo africano, Brahima Coulibaly, direttore del settore Economia e Sviluppo Globale della Brookings Institution di Washington, ha dichiarato non a caso: «Questo decennio è promettente per l’Africa. L’azione collettiva dei suoi governi per migliorare la democrazia e la vita quotidiana delle persone ne farà un territorio dove si potranno stabilire relazioni commerciali, culturali e finanziarie fruttuose come mai prima d’ora».

Beneficiarne dipenderà in larga misura da noi europei: dalla nostra volontà e capacità di farlo. Sintetizzo il punto con una citazione africana, attribuita a Jomo Kenyatta, primo presidente del Kenya dopo l’indipendenza, e resa celebre da Desmond Tutu, primo arcivescovo di colore di Città del Capo. Afferma: «Quando i missionari vennero in Africa loro avevano la Bibbia e noi avevamo la terra. Essi ci chiesero di pregare a occhi chiusi. Quando li riaprimmo, noi avevamo la Bibbia e loro la terra».

Ecco, cerchiamo di non accostarci di nuovo agli africani chiedendo loro di chiudere gli occhi. Anche perché non lo farebbero più.


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