ANCHE GLI ANGELI VOLEVANO RIDERE

IL 19 FEBBRAIO MASSIMO TROISI COMPIE 70 ANNI

I placidi anni Sessanta volgono alla fine. E il mondo sembra scuotersi dal torpore della scoperta del benessere e dei consumi.

Tra i tanti ragazzi che salgono ogni mattina sul treno della circumvesuviana, c’è anche Massimo Troisi, classe 1953, quinto di sei fratelli. Viaggia insieme a Costantino Punzo, un amico con cui condivide la passione per il teatro. Il viaggio da San Giorgio a Cremano a Torre del Greco è breve ma in quei pochi minuti c’è tempo per parlare di progetti e di idee, delle cose che amano. La destinazione è l’Istituto Pantaleo dove si formano i nuovi geometri. Perché il padre Alfredo, ferroviere, di questo figlio vuole fare un geometra.

Venti anni dopo la Liberazione, a San Giorgio, tutto – la guerra, le devastanti eruzioni del Vesuvio che arrivarono fino alle porte del paese – è dimenticato. Dalle nuove generazioni che non sanno e dalle vecchie che non vogliono ricordare. Il boom economico sta investendo anche quei paesi che sembravano condannati a stare ai margini, della modernità, della storia stessa.

A Napoli e dintorni in quegli anni si costruisce molto, dappertutto, persino sulle falde del Vesuvio, in maniera sconsiderata, tanto che fra la città e quei paesi di periferia si annullerà ogni distanza. In questo clima, quella del geometra, sembra una professione redditizia e sicura.

Massimo non pensa certamente a costruire i palazzi. Il mondo della scuola, con i suoi insegnamenti e i suoi valori, gli è estraneo. Soffre del malessere di cui soffrono tutti i suoi coetanei che sono alla ricerca di sé stessi e di un mondo fatto a loro misura.

A scuola magari si studia poco e si fanno molte assemblee. Tutti prendono la parola, arringano, scrivono proclami, lanciano slogan, si danno sulla voce, urlano, si indignano. Anche Massimo ogni tanto sale in cattedra a dire la sua. Ma quando parla, con quella bella faccia da povero ragazzo di periferia, si accorge che i suoi compagni fanno silenzio, e poi ridono, e lo pregano di continuare.
La loro rabbia non si stempera, ma sembra prendere strade diverse.

Con lui diventa reale lo slogan tante volte pronunciato nelle assemblee che dice che «una risata vi seppellirà». A sentir parlare Massimo vengono anche dalle altre scuole e il futuro geometra si rende conto che i suoi non sono discorsi, ma scenette, sketch, monologhi, i quali ottengono più risultati degli slogan infuocati e fini a se stessi.

Sono gli anni in cui la politica è entrata prepotentemente nella scuola ed anche Massimo sente viva la problematica sociale e politica e se ne fa interprete alla sua maniera, con grande ironia.

I professori accettano la sua satira, qualcuno si diverte. Gli vogliono bene e lo giudicheranno “di notevole attitudine al dialogo educativo” e “nonostante le precarie condizioni di salute” lo riterranno idoneo agli studi universitari, consigliandogli però di iscriversi alla facoltà di… agraria.

Ma oramai Massimo ha trovato la sua strada che per ora passa per il teatrino della parrocchia di Sant’Anna a San Giorgio a Cremano.

Negli anni Settanta la musica e il teatro napoletano stanno vivendo una nuova era. Totò è morto da poco, Eduardo e Peppino sono in declino. Il teatro di varietà è al tramonto. Resiste ancora con i fratelli Maggio, i De Vico e Nino Taranto ma ancora per poco e quasi ai margini. Ma ci sono fermenti nuovi, tra i quali la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De Simone, che rinnova la musica napoletana, cantautori come Bennato e Pino Daniele, gruppi di base come le Nacchere Rosse, legati alle lotte operaie e al movimento dei disoccupati organizzati.

In questo clima culturale, di cui arrivano gli echi a San Giorgio a Cremano, cresce il gruppo di Massimo, che si produce in una attività frenetica, spinto dal grande successo che riscuote. I nostri eroi sono diventati infatti i beniamini di San Giorgio: ogni settimana una commedia nuova. E poi c’è la serata dedicata al cabaret e il pomeriggio domenicale dedicato ai bambini.

Dopo la grande scuola delle farse di Petito, di Scarpetta e il teatro di Eduardo, la svolta verso un teatro originale e impegnato che risenta delle tematiche sociali.

Massimo, con i suoi amici Costantino Punzo, Peppe Borrelli, Lello Arena ed altri fonda un nuovo gruppo, che si chiama “RH negativo”.

Scrive un testo sull’emigrazione dei contadini meridionali verso le grandi fabbriche del Nord. Si intitola “Crocifissione oggi” e Massimo appare in scena sulla croce, novello Gesù dei tempi moderni industriali. E’ un testo drammatico, ingenuo e fortemente pessimista che scontenta tutti. Persino il corrispondente locale dell’Unità che lo accuserà di non tenere conto delle conquiste del movimento operaio.

Il gruppo, però, non può dare da mangiare a tutti, e poi quindici persone sono difficili da gestire, specie quando cominciano le richieste di recite in altri teatrini della provincia, e non mancano neppure le divisioni politiche. Sicché l’organico si riduce drasticamente, prima a quattro elementi, poi a tre: Massimo Troisi, il comico, Lello Arena, la spalla che sa giocare anche di rimessa, Enzo De Caro, l’utilité.

Il trio è agile, funziona, diverte, lascia il segno. Si sceglie un nome programmatico che è sinonimo di antiche scorrerie che portano lo scompiglio nel tranquillo mondo borghese, di abbordaggi repentini nelle tematiche sociali : I Saraceni.

La svolta è molto impegnativa per il gruppo di amici che comincia ad assottigliarsi sotto la spinta delle discussioni, dei contrasti ma anche perché quello che prima era un gioco sta diventando un lavoro.

E’ nato un nuovo comico. Ma quando il successo è a due passi e sta per esplodere, qualcuno e qualcosa presentano imperiosamente il conto. Una sera Massimo si sente male e la diagnosi è terribile: c’è un cuore che non va, la sua vita è in pericolo. Bisogna intervenire subito, in maniera drastica.

In Italia la cardiochirurgia è ancora agli inizi. Tutti parlano di Houston, dove si fanno le operazioni a cuore aperto. Dove operano veri e propri maghi come il professor De Backey. Ma Houston costa caro, anzi carissimo ed i contributi pubblici sono ben lontani dalla copertura della spesa.

Non resta che ricorrere alla sottoscrizione. I suoi compagni di palcoscenico prendono l’iniziativa di raccogliere il denaro per il viaggio e l’operazione. Ne parla Il Mattino, il giornale di Napoli, e tutta S. Giorgio si mobilita per quel ragazzo buffo che è diventato il suo beniamino.

La somma necessaria viene raccolta e Massimo, accompagnato dalla sorella Rosaria e dal cognato, parte per Houston.

Siamo nel 1976 : la sua vita deve subire una battuta d’arresto.

Li hanno ribattezzati “viaggi della speranza”, quelli che anche Massimo, come tanti ragazzi, intraprende con tanta trepidazione per l’America, dove si sottopone ad un intervento a cuore aperto per la sostituzione della valvola aortica, gravemente danneggiata. Forse per una malattia congenita, o anche per le tanti febbri reumatiche sofferte da bambino e dovute ai tuffi in una vasca di irrigazione di un orto dove andava a giocare. Non si sa, non si può sapere.
Si sa soltanto che quel cuore così com’è non può andare avanti.

L’intervento riesce pienamente: ora vivrà con una valvola meccanica che gli permette di fare una vita normale. Ed eccolo di nuovo a San Giorgio a Cremano, tra la sua gente; eccolo ancora a scuola per il sospirato diploma. E poi di nuovo in teatro, pronto di nuovo a salire in palcoscenico, con più energia e più voglia di prima.

La grande occasione si presenta : li invita a Roma Marcello Casco che gestisce un cabaret elegante che si chiama La Chanson. Una sera a teatro Casco chiama Enzo Trapani che sta allestendo un programma televisivo dedicato ai nuovi comici.

Enzo Trapani, un regista sensibile ed attento alle nuove tendenze, ha capito che c’è un’altra leva pronta, dopo quella dei Montesano e dei Villaggio: basta cercarla e darle l’occasione giusta. La seconda rete, con Onda libera ha fatto conoscere Roberto Benigni, la prima rete con Non Stop farà conoscere al pubblico della televisione Carlo Verdone e La Smorfia. Così si chiama ora il trio composto da Troisi, Arena e Decaro.

Tutti i nuovi comici guardano al cinema e anche per Massimo i tempi sono maturi. Verdone troverà nel grande Sergio Leone il suo Pigmalione, che produrrà il suo primo film (Un sacco bello) e lo incoraggerà a debuttare anche nella regia.
Ma Verdone si può dire che sia nato regista, prima che attore, essendo diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia. Massimo pensa al cinema, però non pensa alla regia, anche perché è completamente digiuno di tecnica cinematografica. «Quando mi proposero la regia» disse una volta «io non avevo mai scattato neppure una fotografia…».

Qualche produttore comincia a farsi avanti ma quando sa che Massimo ha subito un’importante intervento di cardiochirurgia si ritira. Mauro Berardi, un giovane e coraggioso produttore gli offre di interpretare la parte di Franceschiello, l’ultimo re di Napoli spodestato da Garibaldi, in un film scritto e diretto da Gigi Magni. Massimo accetta con gioia ma il film salta. Allora Berardi gli offre di fare un film tutto suo da produrre con Fulvio Lucisano.

Massimo ha conosciuto, quando registrava a Torino le puntate di Non Stop, Anna Pavignano, una giovane studentessa di psicologia che frequenta gli studi televisivi come figurante.

Anna, diventata la compagna di Massimo, lo ha seguito a Roma e vive con lui. Con lei Massimo affronta il capitolo cinema e nasce il primo film, Ricomincio da tre, che ottiene un grande successo e batte tutti i record di incasso. In una sala di Roma viene proiettato per più di un anno. Il film – che mostra il giovane meridionale che cerca di uscire da un cliché in cui è stato relegato, senza prospettive di cambiamento e di progresso – apre il più importante capitolo della carriera di Massimo Troisi : quello dell’autore che lascerà al cinema italiano sei opere di grande valore.

Alla soglia dei quaranta anni, Massimo, che ha interpretato tre film importanti per Ettore Scola, come autore sembra in crisi. Anche fisicamente ha perso il suo smalto: gli amici si sono ridotti a pochi, all’amatissimo calcio ha detto addio. Molti amori sono finiti, anche se le donne sono rimaste al centro dei suoi interessi. E’ chiaro che il film comico non gli interessa più e che è stanco di ripetere lo stesso film sulla crisi dei sentimenti, sull’impossibilità di esprimersi e di capirsi. Ora è alla ricerca di opere mature. Per questo esamina copioni su copioni, che arrivano alla società di produzione. Legge molti libri ma non trova ciò che sembra fare per lui.

Di questa sua inquietudine parla anche con Nathalie, la nuova fidanzata, la cui immagine solare gli si è parata davanti, una sera, in un ristorante. Un rapporto che non si dimostra facile, all’inizio, ma che poi si consolida. Ed è Nathalie a regalargli il libro di un autore cileno, Antonio Skarmeta, intitolato Ardiente paciencia e tradotto in Italia col titolo Il postino di Neruda, che narra una storia curiosa, quella di un postino che nel Cile della vittoria di Salvador Allende e di Unidad Popular porta lettere e pacchi al grande poeta Pablo Neruda. Il postino impara da lui che cos’è la poesia, come la si immagina e la si scrive.

Anche Massimo, nel 1992, viene conquistato dalla storia del postino di Neruda. E’ una vicenda che sente sua e che gli risveglia il ricordo di una passione giovanile, quando sicuramente anche lui scese in piazza, nel 1973, come milioni di ragazzi come lui, per gridare lo sdegno del mondo per la morte del governo democratico di Salvador Allende, soffocato nel sangue dal golpe di Pinochet e per cantare insieme agli Inti Illimani “El pueblo unido jamas sarà vencido”. In quei giorni Massimo avrà sicuramente sentito parlare di un poeta morto di crepacuore per il suo popolo ancora una volta oppresso e sconfitto. Quel poeta era Pablo Neruda.

Pablo Neruda, Don Pablo, venne effettivamente in visita in Italia e, nel 1953, vi soggiornò a lungo. E in quegli anni vinse il Premio Nobel. Il suo Canto generale fu il grande poema epico di un popolo misero ed oppresso che anela al riscatto. Ma Neruda fu anche il poeta delle piccole cose, il poeta che dà vita alla cipolla “luminosa come ampolla”, o i “pomodori dalla polpa viva”, o i carciofi con la loro buffa “corazza medievale”. Ed anche il poeta dell’amore. Di quell’amore che Mario il postino vuole poter esprimere alla sua Beatrice.

Massimo ha deciso: farà il film sul postino di Neruda spostandone l’azione in Italia. Neruda, esiliato e ramingo, aveva soggiornato a Capri ma per la trasposizione cinematografica viene scelta Salina, meno mondana, più rurale e somigliante alla Isla Negra del poeta cileno.

Per la parte di Neruda viene scelto Philippe Noiret, anche per la sua straordinaria somiglianza con il poeta. Per la parte di Beatrice viene scelta Maria Grazia Cucinotta, dalla prorompente bellezza mediterranea.

Massimo ha da poco festeggiato i quaranta anni e, prima di realizzare Il postino, parte con Nathalie per gli Stati Uniti. Per prendere accordi con il regista Michael Redford e forse anche per liberarsi da una stanchezza che sente crescere sempre di più… vuole distrarsi, divertirsi. Poi pensa di fermarsi a Houston, ma sarà solo per una breve visita di controllo. Ma a Houston il grave responso degli specialisti: la vecchia valvola al titanio non funziona più e deve essere cambiata. Massimo non ci pensa due volte: lui è lì, i chirurghi facciano quello che devono fare.

Ma questa volta l’operazione non va bene. Il mito di Houston è finito. Massimo ritorna a casa spossato e preoccupato, ma vuole il film a tutti i costi. I medici lo incoraggiano perché l’impegno in un lavoro può distoglierlo dal pensiero che lo riporta sempre lì, al cuore, alla malattia, a Houston.

Gli hanno prospettato la possibilità di un trapianto. L’idea è di effettuarlo in Inghilterra. Dopo il film, dice, dopo il Postino. Perché questo film lo voglio “fa’ co’ ‘o core mio…”.

Ha così inizio questa immensa fatica per una persona nelle sue condizioni, perché il film non si gira soltanto nei comodi studi romani di Cinecittà ma il set dovrà trasferirsi a Procida e nelle Eolie, nella lontana isola di Salina. E tutti – la produzione, i famigliari, i compagni di lavoro, Nathalie, persino il carissimo amico d’infanzia Alfredo Cozzolino – lo aiuteranno, gli staranno vicino, lo rinchiuderanno in una fortezza di premure e di affetto. Nell’aprile del 1994, Salina accoglie la troupe del Postino con tutti i colori della sua radiosa primavera mediterranea. Nell’isola i tecnici venuti da Roma hanno provveduto a costruire le scenografie: sono stati realizzati dei muri posticci e un cancello attorno alla casa rosa che sarà del poeta, e che verrà arredata con i mobili trasportati per nave. Mentre giù, alla scogliera dove si arriva attraverso un percorso impervio, i rifugi delle barche sono stati sopraelevati con cantinelle e cartapesta per diventare la modesta dimora del postino.

L’evento è talmente importante per gli isolani ché vengono organizzate gite scolastiche sul set pronto per le riprese. E finalmente, con l’arrivo di Massimo in elicottero, cominciano le riprese. Accanto a lui, vigilerà costantemente una piccola équipe medica.

Dopo ogni ripresa, Massimo appare provato e stremato. Appena può si rifugia nella sua camera all’Hotel Signum e viene prelevato solo all’ultimo minuto e soltanto quando la sua presenza è indispensabile. Ma scendere fino alla scogliera è ormai una fatica insopportabile. Lo farà una sola volta, per la scena dell’incontro sulla spiaggia con Noiret. Per le altre si ricorre ad una controfigura.

Finalmente gli esterni a Salina sono finiti. Massimo accompagnato dal premuroso amico d’infanzia, Alfredo Cozzolino, saluta la gente dell’isola che è orgogliosa di essere stata scelta da lui. Ora rimangono alcune scene da girare a Procida, poi gli interni a Cinecittà. La fine della lavorazione è prevista per il 3 giugno, con la scena della manifestazione durante la quale il Postino, che è stato chiamato sul palco per leggere una poesia del suo amato poeta, viene travolto da una carica della polizia.

Le riprese del film sono finite, Massimo cercherà di recuperare le forze a casa di una sorella che abita a Roma e poi penserà al trapianto. Ma l’indomani, quando la sorella va a svegliarlo dal riposo pomeridiano, si accorge che Massimo non dormiva. Era andato dal suo poeta, dagli “angeli che volevano ridere delle sue battute”, come dice una scritta su un muro di San Giorgio a Cremano.
Era entrato per sempre nell’immaginario degli italiani, con la sua comicità arguta e ora anche con questo personaggio tenero e struggente del Postino poeta.


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