DIVERSAMENTE DISABILI

di Diego Castagno

Roberto Mercadini è un attore teatrale, scrittore, poeta e divulgatore culturale. Mercatini è un ingegnere informatico dai mille interessi, grande conoscitore di letteratura, filosofia, storia della scienza e della religione, insomma: Mercadini è bravo, brillante ed ironico, la sua logica è rigorosa e accurata. Forse una delle cose migliori che abbia visto al Festival Internazionale dell’Economia 2026. 

A Torino va in scena “Diversamente disabili. Storie e pensieri sulla disabilità”, il suo monologo teatrale in cui si affronta il tema della disabilità fisica e intellettiva. Mercadini evita il pietismo e la retorica del mainstream e si focalizza sul paradosso della normalità, smontando i concetti di “abile” o “normale” e le convenzioni della statistica, e soprattutto si fa capire attraverso i racconti di vicende umane, casi storici e aneddoti legati alla disabilità acquisita o congenita.

Il focus passa dal limite individuale alle barriere culturali e sociali che definiscono la disabilità stessa.

NEW DISABILITY THEORY

Anche Mercadini parte dalla teoria della disabilità ma si concentra su due aspetti poco frequentati dagli studiosi, quello semantico e quello statistico, che dà alla “norma” il suo valore assoluto, i filosofi parlerebbero di status “ontologico, intendendo forse quello biologico.

La decostruzione del concetto di norma in questo caso è soprattutto logica e procede per passaggi analitici. 

Si parte dalla definizione classica di norma in senso statistico, la media, la maggioranza.

Il “medio” è un astratto. Un individuo che possiede esattamente la media di tutti i tratti umani, l’altezza, il peso, la vista, i tempi di reazione, le attitudini e il Q.I. semplicemente non esiste. La “norma” è un modello matematico astratto, non un’entità reale. La maggioranza non è fatta di “normali”, grande tema di oggi vista la deriva di certa politica che si definisce proprio dura biologia e la statistica.  

La vera costante, la maggioranza statististica invece è la “varianza”. In biologia e in natura, la regola non è l’uniformità, ma la variazione costante. Definire “deviante” o “disabile” (ricordate l’invettiva contro gli “INVERTITI” dell’onorevole  pensionato Vannacci?)  chi si discosta dalla media significa trasformare una semplice misura di “frequenza” o di “combinazioni” di medie in un giudizio di “adeguatezza”. DI fatto è una somma di approssimazioni che si combinano tra di loro.

Un gioco matematico che potrebbe essere utilizzato per il Deep Learning di una IA…

ABILE DISABILE NORMALE ANORMALE

Lo stesso vale per  il modo in cui definiamo cosa sia un’abilità o una funzione “normale”.

La dipendenza dal contesto, quello che i radical americani chiamano “l’ambiente disabilitante” fa sì che un’abilità non sia una proprietà dell’individuo, ma la relazione tra l’individuo e l’ambiente circostante. Se la società fosse progettata interamente per persone alte 1 metro e 20, le persone di 1 metro e 80 sarebbero considerate gravemente “disabili”, inabili a entrare nelle porte, a guidare auto o a stare sedute su sanzioni progettate per altri. Statisticamente le persone nel secolo scorso erano più basse, e tra le altre cose avevano un’aspettativa di vita media inferiore  a quella di oggi. Se la media è dipendente dall’evoluzione e dal contesto è per forza relazionale, non assoluta. 

Se infine allarghiamo lo sguardo all’ecosistema dei viventi allora l’essere umano è di per sé un organismo “limitato” rispetto ad altre specie, o meglio ha “superpoteri” diversi, non vola, non vede al buio, non respira sott’acqua. Se in questo nuovo ecosistema fatto di viventi, la Zoé della Grecia classica e dei postumanisti, ci mettiamo anche le macchine e le IA la storia resta la stessa. Le macchine sono più potenti nel calcolo, non si stancano, lavorano senza fermarsi mai, hanno superpoteri diversi dai nostri.

Le persone utilizzano protesi sia culturali che tecnologiche da sempre, oggi alcune sono ritenute scontate, ma restano protesi tecnologiche inventate dal sapiens sapiens. Facile fare l’esempio dello smartphone, ma pensiamo agli occhiali, alle scarpe, alle automobili. Con questi strumenti riesciamo a compensare le nostre “inabilità” di specie senza considerare le persone che le usano “diversamente abili”. La disabilità certificata quindi diventa una soglia che dipende dagli strumenti che abbiamo a disposizione,  socialmente condivisa, oltre la quale la tecnologia non si adatta più al singolo individuo. Quindi dobbiamo essere ottimisti: la tecnologia digitale e le IA potrebbero spostare ancora più avanti questo limite. Pensiamo a cosa è oggi la medicina e la bioingegneria che si avvale dei modelli di calcolo di oggi, o come funziona gli esoscheletri.

Infine c’è il mondo della semantica. I disabili sono una categoria che esiste in relazione a quella degli “abili”, altro passaggio logic che si può smontrare mostrando che le condizioni umane sono un continuo che cambia nell’arco dell’esistenza di ogni persona, che banalmente invecchia e si ammala, guarisce, nasce e muore. 

È dura ammetterlo ma l’abilità è uno stato temporaneo e provvisorio. Nessun essere umano è sempre e completamente “abile”. La disabilità è una condizione potenziale o futura per chiunque: separare l’umanità in due categorie fisse, abile e disabile, è un errore logico.

E l’idea di sostituire “disabile” con “diversamente abile” non risolve il problema logico, perché il punto non è trovare un sinonimo più “gentile” o politicamente corretto, ma riconoscere che ogni abilità umana è singolare, specifica e relativa a un contesto.

Il discorso si sposta quindi dal piano dell’assistenzialismo, o della “inclusione”, a quello della coerenza logica, che invece porta ad accettare la diversità come l’unico modo razionale di descrivere la realtà umana.

COS’È LA DISABILITÀ, QUINDI?

Mercadini fa la cosa giusta secondo me: parte dal presupposto che oggi ci mancano le “parole” ed evita di perdersi nel tentativo di trovarne di nuove. Si concentra invece sulla definizione della disabilità e sulla condizione dei “disabili”. Per Mercadini, una persona con disabilità non è un individuo “incompleto” o “difettoso”, ma una persona la cui struttura fisica, cognitiva o sensoriale non coincide con lo standard prestazionale su cui è stato progettato l’ambiente circostante. La disabilità risiede nel corpo o nella mente dell’individuo, ma nell’attrito che si genera tra quell’individuo e un contesto organizzato a misura di una “maggioranza statistica”.

Tutti gli esseri umani sono strutturalmente disabili, perché nessuno è in grado di sopravvivere autonomamente senza protesi culturali, senza occhiali non si legge, senza riscaldamento, scarpe o vestiti si muore di freddo, senza un’automobile o una bici non si può lavorare.

Ed in questo senso la persona definita “disabile” è quella per cui la società non ha ancora inventato la protesi o la cura necessaria adeguata. La differenza tra chi è considerato “abile” e chi “disabile” non è biologica, ma politica e poi tecnologica.

Nel frattempo la diversità resta una forma specifica di esistenza. Non va pensata come la mancanza di un’abilità ma come una modalità differente di fare esperienza del mondo. Non è una “sfida da vincere”, ma un modo di essere che richiede strumenti, linguaggi e forme di adattamento specifici, esattamente come qualsiasi altra variazione della specie umana.

Per Mercadini una persona “disabile” è “disallineata” rispetto alle aspettative dell’ambiente circostante. La disabilita non è una questione di identità. 

ESPERIENZE E MISURE

Se si parte dall’idea che il corpo nell’ecosistema  sia una esperienza e un misura allora il ragionamento di Mercatini non fa un piega.

L’etica, cioè l’obbligo di “includere”, può stare insieme e trovare uno spazio concreto nella progettazione di strutture accessibili nell’ambiente o nelle nostre città.

La visione clinica classica individua il “problema” o il “deficit” dentro il corpo o la mente della persona. La visione della relazione all’interno del modello sociale individua il “deficit” nella progettazione degli spazi, dei tempi, delle città e dei linguaggi, pensati sulla base di un’astrazione statistica chiamata “uomo medio”.

Nel momento in cui la norma viene riconosciuta per quello che è, cioè una convenzione tecnica e statistica, l’accessibilità smette di essere una forma di “assistenza” e diventa semplicemente buona progettazione urbanistica, sociale e culturale.

Questo approccio dialoga molto da vicino con la sociologia urbana, la filosofia della tecnica e le teorie delle capacità, la Capabilities Approach, dove l’attenzione si sposta da “cosa manca alla persona” a “quali condizioni e infrastrutture abilita l’ambiente”.

PS: Roberto Mercadini, da Cesena, è giovane. Da seguire con attenzione…