Democrazia tra Stato e mercato, tra libertà e autocrazia nelle due placche tettoniche in movimento USA – Cina nel digitale e AI.
Quale ruolo e sovranità per l’Europa nella marginalità italiana?
di Luciano Pilotti
1 – La competizione tecnologica tra Occidente e Oriente
La competizione tecnologica e la supremazia statuale tra Occidente (guidata dagli USA) e Oriente (guidato dalla Cina) sembra opporre due sistemi politico-istituzionali e culturali in atto ma coinvolgendo sia le forme Stato e sia le forme della competizione (economica e militare) di entrambi attraverso una tecno-chiave e che cambia sia la natura della guerra e sia lo stato della deterrenza. Così da evidenziare torsioni sia nella configurazione di democrazia degli Stati Costituzionali trasferita dal ‘900 così come mutamenti del Partito-Stato dopo Mao con le “Quattro Modernizzazioni” del Dragone avviate da Deng Xiaoping nel 1978, quasi 50 anni fa. Entrambe insistono su un modello di prosperità e di condivisione del rischio che mostra di sottoporre a torsione (per entrambi i casi) sia le funzioni del mercato come rigeneratore delle fonti dell’innovazione e distributore della prosperità che si vorrebbe estrarre e sia le funzioni dello Stato come regolatore o termostato degli equilibri emergenti con diversi modelli di welfare e con trasformazioni delle basi tecnologiche che lo scontro russo-ucraino ha disvelato con precisione e trasmutando i caratteri stessi della forza: con l’Orso Russo (Golia) fermato dal giovane Ucraino (Davide). Innestando due diverse spinte energetiche per il “salto tecnologico” oggi rappresentato dall’AI e sue configurazioni economiche-industriali e sociali e relativi impatti sul welfare e benessere di miliardi di persone, sia a Ovest che a Est oltre che su confini sempre più ibridi e porosi tra pubblico e privato nella configurazione di poteri imperiali, ma incompatibili con le interdipendenze globali che vorrebbero invece alleanze fluide e ampie. Perché la spinta tecnologica emergente da almeno tre decenni ha un impatto assimilabile forse solo alla diffusione dell’elettricità di 150 anni fa e poi di Internet nel 1970. In entrambi i casi assistiamo al ruolo di comando di famiglie del potere politico, connesse al complesso militare -industriale oggi controllato dalle big tech in USA ( e dal Partito-Stato in Cina) e capaci di influenzare gli equilibri finanziari a Wall Street (come a Pechino), detenendo il controllo di funzioni pubbliche strategiche come la Difesa (gestione dei dati con Palantir di Thiel) e la supremazia nei cieli con i satelliti (X Space/Tesla di Musk) o nell’energia (nucleare e petrolio o carbone, oppure delle “terre rare” in Cina) e realizzato con “concessioni dirette” senza alcuna gara e imposte dalla forza economica di pochi grandi gruppi oligarchici che hanno eletto Trump come soggetto adatto in quanto controllabile a sua volta con il suo arricchimento personale e della sua famiglia come mai prima. Meccanismi che condizionano lo stesso funzionamento dei mercati borsistici visto il loro peso vicino al 40% per le prime dieci big tech a Wall Street. La Presidenza in USA è funzionale a questo assetto e scelta e costruita a questo scopo con immensi finanziamenti nella campagna elettorale di Trump e dunque condizionato sul lato commerciale e di arricchimento della famiglia presidenziale “allargata” ad amici e famigli, seppure “protetto” dal Movimento Maga in un “ircocervo panteistico” di conflitti di interesse stratificati corrosivi di Stato di Diritto e della Democrazia di cui le elezioni di Mid Term disveleranno la densità.
2 – Il Partito-Stato e la monade – autopoietica della Cina moderna vs. l’Occidente delle libertà, dello Stato di Diritto, del welfare e del mercato competitivo
In Cina vediamo invece il dominio del Partito-Stato assicurato dalla corte dei fedelissimi fino al vertice del potere enorme del Presidente su Partito e Forze Armate. Il controllo sulle big tech cinesi è assimilabile in quanto il Partito-Stato detiene spesso quote di controllo maggioritarie nelle aziende strategiche della Difesa, satelliti, aerospaziale, mentre in quelle non strategiche può condizionarle con quote di minoranza e con un controllo stringente sui top manager (spesso imprenditori ma con quote minoritarie) e dove si afferma un “modello clanico” in equilibrio con i poteri assoluti del Partito-Stato, alimentando una governance ibrida e con confini di potere e controllo piuttosto porosi e sempre a favore del Partito-Stato come “cupola dei clan funzionali e regionali”.
Un esempio, citato da più studi, è la storia di Huawei, diventato in pochi anni primo produttore mondiale di strumenti e apparecchiature di telecomunicazioni 5G e cresciuta all’ombra del partito e con la famiglia Ren come gestore nominale con meno dell’1% del capitale. Una azienda che in occidente potremmo definire una public company, cioè a capitale frammentato senza azionisti di riferimento, ma di fatto controllata con regole ibride dal Partito-Stato in un coacervo di impresa familiare e Stato nel triangolo autopoietico tra mercato, gerarchia del potere statuale (fino ai dipendenti e al comitato sindacale) e clan familiare. Una impresa che non può fallire se non per ordine del partito, ma che semplicemente sostituirebbe un clan familiare con un altro. Un triangolo autopoietico dove il prezzo è definito dal mercato ma controbilanciato dai poteri della gerarchia dove la regolazione non si appoggia tanto su contratti ma su catene di fedeltà reciproca, ritualità e senso di appartenenza clanica tra famiglie, partito e dipendenti. Relazioni talmente forti da essere impastate con legami di sangue, parentali e familistici ( come per tutte le mafie). Queste diventano le mura interne di difesa militarizzata dagli attacchi esterni di un collettivismo che si è fatto bio-genetico oltre che ideologico e culturale di cui il mercato è uno strumento diffusivo e non il più rilevante di affermazione di un dominio che vuole essere globale con l’ape-regina rappresentata dalla monade del partito-Stato e del suo potere impenetrabile se non con un crollo sistemico dall’interno. Un potere allora “condannato” alla crescita permanente e alla difesa dalla sua patologia congenita, la corruzione, perché il merito contrasta con la fedeltà ideologica. Solo la crescita permanente offre possibilità di stabilità al potere distribuendo i benefici di massa dei vantaggi del mercato e quindi da qui un Partito-Stato che accelera l’innovazione sistematica nei vari settori industriali per la primazia mercatistica globale, unico antidoto contro le mafie e l’erosione corruttiva di un potere che se immobile accelera la sua auto-corruzione interna, quindi con la sola via di fuga della crescita forzata. Mentre, in Occidente, proprio il mercato accompagnato da democrazia e Stati Costituzionali sconfiggerà con reti orizzontali i poteri delle mafie e degli ideologismi fideistici attraverso la leva distributiva del merito e del welfare per offrire a tutti la stessa protezione (economica e sociale) e le stesse opportunità incentrate sulle capacità mobilitando appunto l’ascensione sociale, sconfitte le ideologie e le fedeltà con il pensiero scientifico e le università nella libertà, individuale e collettiva. Con il mix virtuoso tra fiducia impersonale e competitività l’Occidente esce dalla schiavitù dell’assolutismo e del colonialismo per entrare nella democrazia liberale e nel primato della innovazione e della prosperità diffuse per tutto l’ultimo millennio dopo il buio medioevale nella “grande convergenza parallela e virtuosa” dell’ultimo secolo tra Cristianesimo e Socialismo liberale.
Così come l’innovazione cinese trova le proprie forze anti-corruttive nello sviluppo e nella crescita delle università scientifiche (non anche di quelle umanistiche), ma sotto il controllo statolatrico dello Stato-Partito che (verticalmente e gerarchicamente) sovrasta ogni altra istituzione. Perché l’unica libertà cinese possibile è solo quella di arricchirsi partendo dalle tecno-scienze, e tuttavia fin dove è deciso dal Partito-Stato per un controllo verticale e clanico radicato e non inclusivo che persiste e dove il mercato è solo funzionale a questo processo di produzione e distribuzione della ricchezza. Il limite di una tale prospettiva è che l’innovazione non è semplicemente un processo tecnologico-scientifico, ma anche sociale, umano e dunque emotivo e cognitivo (che in Occidente si accende con Rinascimento e Illuminismo), e alla fine anche spirituale e che parte dalla libertà di ognuno che si fa forza d’urto di un’onda da individuale a collettiva attraverso la democrazia parlamentare. Che soprattutto in USA e in Europa ha prodotto varietà politica e culturale e contesti istituzionali orizzontali favorevoli a reti di istituzioni e di impresa distribuite nei territori e regioni dove coesione e fiducia impersonale hanno prodotto e alimentato la divisione tecnica del lavoro di Adam Smith (1771) e oggi trasmutata in cognitiva di stimolo alla competizione tra pubblico e privato, tra imprese e tra istituzioni per regole condivise in un processo circolare di innovazione dal basso e dall’alto alimentato dal liberalismo delle democrazie costituzionali. Un processo lungo almeno 300 anni e dal quale gemmerà la più grande democrazia liberale del pianeta che sono gli USA con le guerre di indipendenza e l’abolizione della schiavitù e il lento rilascio del colonialismo.
3 – La rottura di faglia dalla nascita dell’Unione Europea alla caduta del Muro di Berlino alla doppia crisi dot.com (2000) e finanziaria del 2008 e al Covid (2019): la “Grande Convergenza”
Ma questa narrazione trova un punto di rottura recente con la Cina che dopo 50 anni di rincorsa e auto-riforma accelerata dall’interno e con la crescita del reddito per 50 milioni di super ricchi cinesi che crescono con una classe media da 250 milioni e oltre 450 milioni di ingegneri dalle università tecniche e scientifiche attenua la propria dipendenza estera. Conquistando in questo modo posizioni di primazia in vari campi anche attraverso una lenta e lunga strategia di controllo sulle materie prime per i mondi “digitali” delle quali è sottodotata , ma via via controllate da una diffusa penetrazione geo-strategica nei paesi del sud del mondo. Avanzando in settori strategici delle tecnologie per la difesa, l’aerospaziale, Internet e i microchip del supercalcolo e più in dettaglio – giù lungo li rami – nei mercati di massa dell’automotive, delle rinnovabili-solare e del 5G. Costruendo in questo modo una diversa “muraglia planetaria esterna” dopo quella interna del potere del Partito-Stato e assolutamente impenetrabile fatta del controllo delle filiere strategiche dalle terre rare ai chip all’AI espressione delle tecnologie general purpose. Come espresso esplicitamente nel programma pluriennale del World Artificial Intelligence Conference del 2026.
Ora la questione emergente è se la corsa tecnologica planetaria e la globalizzazione stiano mutando la natura della democrazia da un processo partecipato e inclusivo ma “inefficiente” dal lato del tasso di innovazione ( e diffusione dei benefici) tanto da spostare le forze del potere oltre la polis e a favore di grandi concentrati industriali-militari alla conquista della frontiera del dominio imperiale globale attraverso l’”uso privato” delle tecnologie dei dati e digitali ( con il controllo di Internet e dei social). Piegando le democrazie in senso autocratico e autoritario e con uno stato snello e/o privatizzato (dalla sanità ai trasporti, dalla ricerca scientifica alle università) che assimila uno stato di polizia guidato dal controllo delle funzioni strategiche di Difesa e della Sicurezza interna/esterna (dall’informazione ai dati, dai droni ai satelliti fino alle pratiche Ice in USA) cambiando la stessa natura della guerra come l’avevamo conosciuta nel ‘900. Che avviene in generale, manipolando le opinioni pubbliche (e plasmandole) con i social media come parte costruttiva di realtà surrogate e di guerre ibride permanenti tra i vari appuntamenti elettorali periodici delle (ex)democrazie e al lavoro nei prossimi 12 mesi tra e due sponde dell’Atlantico. Immersi in divenire incerto e instabile con la Russia al centro di questi eserciti ibridi in azione da almeno un decennio e con un crescente uso politico dell’immigrazione (cfr. Ceuta) con i terribili richiami alla “remigration” dell’Internazionale della Destra Globale.
Sembra allora di leggere il passaggio dalla “Grande Divergenza” tra democrazie e stati assoluti ( o tra capitalismo e comunismo del ‘900) alla “Grande Convergenza” di autocrazie-autoritarie (a volte anche elettive) forzando gli Stati Costituzionali “oltre” la divisione dei poteri di Montesquieu e della Rivoluzione del 1789 di fronte al ritorno dei dazi, di nuovi colonialismi (dal Venezuela al “Grande Israele” fino alla “Via della Seta”), di guerre per il dominio (Gaza, Hormuz, Libano) o delle fonti di energia (Venezuela e forse Cuba?) e di emergenti “imperialismi” fuori dalle istituzioni di garanzia e pace del ‘900 (ONU, Banca Mondiale, FMI e la stessa Unione Europea e la BCE). Istituzioni che furono fondate a Bretton Woods gemmate dal pensiero vibrante di John Maynard Keynes verso una prosperità condivisa e per tanti e dunque per orizzonti di pace. Una destrutturazione che disvela invece la mutazione di una nuova e inquietante prosperità per pochi e dunque con venti di guerra con il nuovo matrimonio o accoppiamento tra autocrazie-autoritarie (anche elettive) e populismi-sovranisti anti-istituzionali e anti-statalisti verso una nuova anarchia globalista per caos punteggiati di tutti contro tutti con poteri clanici e familisti ad occupare il vuoto valoriale e di idee e ideali. Dove vincerà il sistema “più ordinato” (Cina) o quello “più sponsorizzato” (USA) ? Comunque, qui il ruolo strategico dell’Europa nell’offrire la terza (o seconda?) opzione alternativa, perché altro non c’è, essendo le prime due “convergenti”,. Che potrà avverarsi purché l’Europa realizzi la propria autonomia strategica di Difesa e di Sicurezza oltre che commerciale e industriale-tecnologica verso gli Stati Uniti d’Europa e perché Bretton Woods non sia passato invano dopo le due catastrofiche Guerre Mondiali! Perché noi europei forse non sappiamo ancora cosa vogliamo, ma sappiamo bene cosa non vogliamo.
4 – Potere, conflitto di interesse, familismi e controllo dell’opinione pubblica per il consenso surrogato
L’ordine mondiale e relativi sistemi di alleanze usciti dalla Seconda Guerra Mondiale e costruiti dagli Stati Uniti è stato demolito ma ciò ha indebolito l’America della Statua della Libertà (donata dalla Francia) a partire da un formidabile conflitto di interesse interno come arricchimento della famiglia Trump (come delle famiglie del Partito-Stato del Dragone) sfruttando i poteri presidenziali ma di fronte ad un impoverimento del suo elettorato e dunque con un consenso che è sceso drasticamente e per questo controllato dai social e da un quasi “Stato di Polizia” (ICE come esercito di “pretoriani del Presidente”). Una sorta di corruzione interna auto-condotta dal capo e sostenuta dalle big tech come “grande scambio” consegnando a queste pezzi di controllo statuale (Difesa, dati, satelliti) che trova un parallelo in Cina con il Partito-Stato condannato a crescere nell’innovazione per “bilanciare” il peso delle mafie e dei poteri clanici facendo crescere il ceto medio in ricchezza ed estraendone per questo il consenso (pure non richiesto). Conflitti di interesse elevati a logica statuale fino alla statolatria.
In entrambi i casi, una concezione estrema del potere come processo a “somma zero” dove per vincere un’altra parte deve perdere, escludendo ogni logica win-win (o inclusiva) avvicinandosi in questo ai regimi totalitari dei Xi Jinping e ( con qualche differenza criminale) dei Putin e in quest’ultimo caso senza nessuna legittimità statuale. Vediamo anche qui una “grande convergenza” in un “nazionalismo di destino” centrato su anti-progressismo e anti-migrazione a salvare una certa “purezza della razza” dei pochi contro i molti, mescolata in un anti-socialismo à la carte. Rovesciando il tavolo di una democrazia politica costituzionale a stelle e strisce che ha guidato il mondo dagli anni ’50 in poi, incardinata in eguali libertà civili e politiche e in programmi egualitari per le pari opportunità di inclusione incentrate sul merito e sulle capacità in una virtuosa spinta di ascensione sociale alla ricerca della realizzazione personale e delle comunità. Un’America ormai archiviata e rimossa con le idee e ideali di una democrazia matura dei John Dewey, dei Robert Dahl e dei John Rawls incardinati nel sogno di una eguaglianza di dignità delle persone come bandiera di un liberalismo social-democratico che poi contagerà l’Europa. Con questa finisce anche l’etica calvinista del lavoro, della responsabilità e del rifiuto della ostentazione del successo come peso delle capacità che dovevano riunire “ricchi e poveri” , “istruiti e non” in una stessa corsa con uno Stato e un welfare nella terzietà e nella giustizia, sostituita da una antica e nota narrazione del potere come esercizio della forza in un campo dove riscontrare solo “vinti e vincitori” e dove il giusto è asimmetrico e a favore solo dei secondi e dunque dove “gli ultimi non saranno (mai) i primi”. Una società immobile allora dove il potere è riflesso di un consenso indotto (social) in una realtà artefatta e cosmetica, da cittadini che tornano ad essere puri consumatori come criceti o pappagalli nella gabbia delle giostre e dei colori. Con tutto ciò finisce anche il cosmopolitismo e il multiculturalismo verso un “razzismo riciclato” che unisce tutte le destre di un destino scelto da una sola parte anche come “pulizia etnica” di popolazioni mescolate e rimescolate nei secoli dei secoli. Una chiusura che ci riporta al ‘500 delle caste e dei clan e ad una “nobiltà per nascita” come se la borghesia (industriale, commerciale, intellettuale) – e non solo quella “illuminata” – non fosse mai arrivata nella Storia con la sua potenza di concorrenza e cooperazione, etica del lavoro nella varietà, di un capitalismo dinamico e bilanciato da istituzioni di garanzia come costrutti di una democrazia liberale-socialdemocratica compiuta e di uno Stato di Diritto costituzionale per una società aperta e libera tra eguali. Come può questa società cristallizzata innovare nella creatività ? Anche religioni e Cristianesimo sono sostituiti da evangelismi e chiese laiciste per poche tasche e “comunità omogenee” fuse nell’incenso per il capo e la sua corte familistica. Ma da dove il merito potrà mai sgorgare da tali caserme rigide e gerarchiche della capocrazia ? Potremmo allora dire con Carlo Levi che Cristo è “ritornato ad Eboli” e forse da li non si è mai mosso. Eppur l’Europa c’è e si muove, dovrebbe solo accelerare sul proprio destino perché ora è sola senza più protezioni e forse è un bene e può solo unirsi. Perché un “mondo giusto” è possibile e non solo desiderabile e ancora nel triangolo tra Stato (costituzionale), Mercato (competitivo) e Democrazia (social-liberale), e dove nella speranza – ancora con Levi – passato, futuro e memoria non rimangano stagni morti!
5 – La “guerra al core AI” USA-Cina: tra open weights (OW) e open source (OS). Aperto o chiuso e per quale sovranità digitale in Europa?
Vediamo alcuni elementi su quanto avviene sulla frontiera dell’AI tra conflitto e convergenza USA-Cina. Modelli software nel core dell’AI dove tutto sembra “tutto aperto” ma di fatto “tutto è chiuso” seppure con qualche differenza non banale tra Ovest e Est. Nei modelli OW prediletti in Cina ma usati anche in USA si mettono a disposizione i pesi, cioè il “forno dei dati” con miliardi di parametri come “mente di addestramento” e che possono essere scaricati da chiunque da varie piattaforme (tipo Hugging Face o altri). Dopo il download sui propri server gli acquirenti possono adattarli ai loro contesti operativi di aziende, istituzioni o anche di privati cittadini con uno specifico addestramento per settore e/o attività. Ma del tutto segrete le basi di quel “forno di dati” nel mixare quelle enormi basi di calcolo, le logiche di addestramento, i codici e i filtri selettivi di tipo culturale utilizzati nell’impasto: un “lievito madre” di cui non conosciamo alcun ingrediente, ma possiamo apprezzare gusto, densità e malleabilità senza conoscere l’origine. Tra questi troviamo: Llama di Meta, le basi dei modelli Mistral in Occidente, mentre tra noti modelli cinesi abbiamo DeepSeek, Qwen3 , Kimi K3, ecc. I modelli invece cosiddetti “chiusi” vanno invece maneggiati solo con Api, ossia il modello rimane sui server nei data center del fornitore, vengono inviate le query varie e il sistema risponde da remoto e in house dell’acquirente non c’è nulla. Qui insomma è tutto “chiuso”, perché siamo ad un approccio proprietario, ma un approccio “Open source” richiederebbe invece tutto il necessario per operare in autonomia con quel software e sui propri PC in-house: quindi disponendo di pesi, codice, forme di addestramento, informazioni sui dati. Risorse per avere a disposizione sistemi equivalenti per agire, esplorare, controllare, integrare e correggere. Pochi lo fanno perché costoso e rivelando peraltro il processo che è la chiave di valore aggiunto fondamentale.
Quindi il “lievito madre” è fornito chiavi in mano senza conoscere come è stato realizzato che è un limite significativo sulle qualità del composto (dati, processo, bias culturali, copyright, ecc.) e relativi bias e distorsioni dei “tortellini” che ne potrò derivare, ma questo è un primo “modello di business” come una black box trasferibile, ma sempre “chiusa” anche se non disponibile sui propri server in-house e che configura la Pax Silica sulla sponda occidentale che segue una linea di tradizionali modelli proprietari (che potremmo definire di tipo tecno-contrattuale). Come peraltro avvenuto per software e piattaforme standard negli ultimi 60 anni costruendovi attorno una “alleanza selettiva tra partner” ma che condividono la frontiera del know how con pochi fedeli alleati, limitando l’accessibilità anche per i costi superiori. La risposta cinese a Pax Silica è invece un sistema di alleanze definito Waico, come una sorta di “Grande Alleanza Anti-occidentale” rivolta al sud del mondo con la quale condividere “tutto” purchè dominato dal Dragone (pesi, codici, processi). Con un esito paradossale: l’Occidente della società aperta offre “sistemi chiusi” (o iper-protetti), mentre la “società chiusa” offre “sistemi aperti” a tutti (pesi, codici, processi) in un processo che alcuni analisti definiscono correttamente di commoditization. Cioè laCina standardizza e semplifica il prodotto e i servizi e lo commercializza a prezzi bassissimi come fatto negli ultimi 70 anni: ha copiato, imparato, rielaborato, trasformato e semplificato per una diffusa accessibilità dei suoi prodotti a livello planetario. Come peraltro avvenuto nell’automotive o nei computer ( o negli smartphone) con effetti che sono sotto i nostri occhi con la penetrazione in Europa di auto ( o PC o smartphone ) cinesi prodotte in sovracapacità vista la debolezza della domanda interna. Una strategia con i vantaggi da second mover senza i costi del first mover che taglia l’erba sotto i piedi delle Api USA, sottraendo a questo quote di mercato globali e rendite. Allora, con buoni prodotti medio-bassi anche se non sulla frontiera viene ridimensionata la dipendenza dai pachidermi americani dei paesi “ritardatari” (in Africa e Asia soprattutto). Prodotti americani che sviluppano potenza e velocità per il “mondo di sopra”, ma non necessariamente utile al “mondo di sotto”, dove ci si può accontentare anche di prodotti meno sofisticati con l’effetto di imporre uno standard tecnologico con la diffusione che è l’obiettivo strategico. È la guerra nei software, nei supporti fisici o nei chip e ora nell’AI avvenuta in Occidente dal 1950 ad oggi, ma al presente con un player potente come la Cina che è entrata in questo grande gioco globale con al guinzaglio la Russia come “cane da guardia armato”. I big tech USA rispondono alzando gli standard di sicurezza e l’affidabilità. Infatti, dal Center for AI Standards and Innovation sono stati riscontrati nei modelli Deep Seek debolezze significative nella sicurezza e con implicazioni geostrategiche sempre “favorevoli “ alla Cina, come peraltro evidente dato il controllo del Partito-Stato sui grandi gruppi cinesi come Alibaba e sui relativi oligarchi. Se il prodotto cinese non è sulla frontiera (troppa potenza e capacità di calcolo non sempre utili) ma viene adottato diffusamente il potere di mercato migra nelle mani dell’erogatore ( Deep Seek o Qwen di turno) e non del produttore di frontiera (Anthropic o OpenAI). Peraltro, le rendite di questi ultimi si ridurranno perché i margini scivolano verso la infrastruttura di base (cloud, chip, applicazioni settoriali, standard medi, ecc.). La Cina che non può competere (per ora) sui “modelli chiusi” più veloci, potenti e affidabili USA, allora cerca di abbattere i costi medi per tutti, come peraltro avvenuto anche con i vaccini anti-Covid acquisendo quote di mercato globali e “riducendo le rendite del leader tecnologico”. La Cina – come global follower – regala i pesi, ma guadagna in quote di mercato e diffusione degli standard comprando tempo sulle traiettorie tecnologiche future riducendo drasticamente le rendite del monopolista, oltre che rallentandone la corsa. La storia di Google e Android avvenne in questo quadro intra-occidentale, facendo “dono” al mondo del sistema operativo ha ridotto le rendite del super-monopolista di allora che era Apple e le sue quote di mercato nel mobile e guadagnando nell’orto dei servizi e sulla gestione dei dati associati.
In questo quadro dei due blocchi contrapposti (Occidente-Oriente) il ruolo dell’Europa diventa urgente e necessario alla ricerca di una (A) “sostenibile sovranità digitale” che ci consenta di non aderire a modelli industriali decisi da altri e fuori dai confini europei. Cioè dobbiamo (B) avere buone regole ma su tecnologie che controlliamo e non solo per difenderci da quelle che non controlliamo (vedi multe a Facebook-Meta e a Google o ad Apple In UE). Inoltre, (C) ci dobbiamo chiedere di chi stiamo alimentando l’addestramento con miliardi di informazioni e dati riservate che facciamo transitare ogni secondo in cloud da parte di cittadini, lavoratori, imprese e istituzioni europee con i prompt e documenti che riversiamo nel mare magnum digitale dell’AI e che viene pescato a strascico sempre in cloud e ritrasferito ad altri cittadini, lavoratori e imprese e istituzioni di tutto il mondo, cioè regalando saperi e know how, di fatto gratuitamente. La difesa digitale non passa esclusivamente attraverso l’adozione del “modello chiuso” o degli “open weights”, perché il produttore mantiene enormi capacità di accesso a quei dati. Quindi sovranità digitale significa darsi una autonomia sul controllo dei dati ma anche sul modello e sui processi a valle qui siamo in ritardo. (D) Se così, allora l’Europa deve cambiare facendo chiarezza su (1) quale il confine tra “open” e “closed”, per chi e a quali condizioni. Inoltre, (2) vanno esercitate le clausole di non addestramento con i dati versati nel cloud e regolato l’uso da parte dei lavoratori di modelli AI in azienda con grande trasparenza perché è il canale del cosiddetto shadow AI da cui passano fiumi di informazioni riservate. (E), Ne consegue allora – quinto – che servono investimenti europei e nazionali sui flussi di dati pubblici e sensibili come quelli della sanità, della sicurezza, dei tribunali, dell’istruzione e che non possiamo affidare a player non europei, ma anche il privato deve mobilitarsi velocemente per non perdere controllo su dati sensibili e segreti aziendali (Bentivogli, 2026).
Quindi in Europa dobbiamo con urgenza sapere non solo dove sono residenti i dati ma soprattutto chi li controlla e quali infrastrutture li eseguono con specifiche garanzie contrattuali per proteggerli. Allora stiamo dicendo che la sovranità digitale non è definita da longitudine e latitudine ma espressione di scelte consapevoli di tipo tecnologico-scientifico, giuridico e organizzativo. Evitando possibilmente le trappole del sovereignity washing, cioè servizi presentati come europei ma che sono ma controllati da catene decisionali esterne che non possiamo più permetterci perché da li passano efficaci e affidabili stati di sicurezza e difesa e un efficiente e protetto eco-sistema industriale. Evidente nel fatto che l’Europa vive in un cloud che domina il quadrilatero Berlino-Parigi-Madrid e Roma e che non controlla dato che oltre il 70% del mercato europeo è nelle mani di Amazon, Microsoft Azure e Google, e cioè molto più che su scala globale pari al 63% (Aws al 28%, Azure al 21% e Google cloud al 14%). Un potente tecno-oligopolio che detiene il controllo di capacità di calcolo, standard, processi negli ecosistemi nell’eurostack e in quello globale. Secondo il Politecnico di Milano dei 112 mil.di $ di spesa cloud Europa nel 2025 ben il 90% sono finiti nelle casse di Google, Microsoft e Aws. In Europa ci sono timidi tentativi di attività “sostitutive” ma siamo in ritardo enorme sulla infrastruttura dove servono miliardi di investimento e che siano “a scala continentale” e l’Italia arranca inconsapevole, mentre Francia e Germania accelerano. Nel 2021 il Dipartimento per la trasformazione digitale e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale definivano la Strategia Cloud Italia con tre obiettivi verso l’autonomia tecnologica del paese: controllo sui dati, aumento della resilienza dei servizi digitali spingendo almeno il 75% della PA verso un cloud qualificato, anche con il sistema Acn di qualificazione dei servizi ( per sicurezza tecnica, protezione giuridica, controllo operativo, localizzazione dati, autonomia societaria e tecnologica). Ma se Francia e Germania stanno migrando nell’abbandono dei fornitori USA dal lato software, in Italia con il Polo Strategico Nazionale (PSN) che ospita i dati critici della PA (e gestito da società controllata da Tim, Leonardo, CdP e Sogei), rimaniamo nelle mani salde di fornitori americani (Microsoft, Aws, Google, Oracle) peraltro gestite nella frammentazione regionale. Un quadro inquietante anche per le opacità dei rapporti politici con la Casa Bianca e con le big tech con servizi sensibili a queste delegati, mentre avremmo bisogno di più Europa e con urgenza. Perché, deve essere chiaro, che non basta controllare le chiavi crittografiche di accesso a dati e software gestite dal PSN ma serve ridurre drasticamente la dipendenza dai fornitori americani, orientando il mercato digitale privato irrobustendo – come in Germania e Francia – la PA verso fornitori locali. Intanto, sperimentando con partnership franco-tedesche una infrastruttura condivisa UE: per es. con Stackit del gruppo Schwarz, o Ionos o T-Systems di Telekom Deutschland di cui il 74% delle aziende tedesche fanno già uso o Exoscale in Svizzera. Quindi avviando una strategia reale di Sovranità Digitale Europea. Non essere autonomi come sovranità industriale nel cloud significa essere dipendenti anche nell’AI che ci rende debolissimi, penetrabili e attaccabili. Ci serve una “difesa digitale” con competenze che abbiamo ma insufficienti, e fare multe, controlli e regolamenti è utile e necessario ma non sufficiente se non riusciamo a far nascere il “nostro mercato industriale del cloud” targato UE perché i singoli paesi non sono adeguati vista la scala della sfida globale che abbiamo davanti. In Europa sappiamo diagnosticare i problemi e regolarli, ma non sappiamo concentrare risorse per le infrastrutture necessarie in questo campo delicato (pensiamo alle risorse per i Data Center o il cloud). E non possiamo sempre delegare alla Commissione come “mucca da mungere” quando ci è utile (Covid, Safe, ecc.) se non agiamo in concerto con i 27 o con un “gruppo di volonterosi” (partendo dai fondatori). Essere vissuti troppo di rendita da 80 anni ci ha “geneticamente” indebolito, nella difesa, nel commercio e nell’industria come nella sicurezza. Da qui dobbiamo ripartire e non farci imbambolare dalle “convergenze parallele” tra USA e Cina visti anche i criminali che governano sulle rive della Moscova e che minacciano l’Europa proprio nell’ibrido del dark web e che imporrebbe un esercito europeo e una difesa comune, a segnalare che alla Sovranità Digitale dell’Europa non ci sono alternative con il declino che volteggia nel cloud sopra Berlino con Parigi, Roma e Madrid. Perché la sicurezza e la difesa o sono a scala continentale oppure sono fragili e inconsistenti o marginali.













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