di Francesco Luigi Gallo
Vi sono eventi che, più di altri, riescono a riportare improvvisamente al centro del dibattito questioni che sembravano appartenere al passato. Le recenti decisioni della Diocesi di Roma e della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo di negare le esequie ecclesiastiche a due uomini pubblicamente appartenenti alla Massoneria rappresentano uno di questi momenti. Nel giro di poche ore, due diocesi diverse hanno applicato la medesima norma del Codice di Diritto Canonico, giungendo alla stessa conclusione: il rito funebre non poteva essere celebrato.
Non si tratta di una vicenda che riguarda soltanto due persone. Essa riporta all’attenzione un tema antico e mai completamente risolto: il rapporto tra Chiesa cattolica e Massoneria. Un rapporto segnato da oltre due secoli di diffidenze, condanne, incomprensioni e tentativi, spesso faticosi, di dialogo. Le decisioni assunte in questi giorni dimostrano che quella storia non appartiene soltanto alla memoria. Continua, invece, a produrre effetti concreti nel presente.
Per chi scrive, questa vicenda possiede anche un significato personale e scientifico. Nel volume Itinerari massonici (Tipheret, giugno 2026) ho dedicato due capitoli proprio all’analisi dei rapporti tra Chiesa e Massoneria, sviluppando le relazioni presentate in occasione di due convegni che ho promosso e contribuito ad organizzare ad Acri e a Reggio Calabria insieme alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori. L’intento di quelle iniziative non era alimentare la contrapposizione, ma anzi comprendere le ragioni storiche e filosofiche di un conflitto che continua ancora oggi a manifestarsi e che, a parere di chi scrive, risulta essere infondato. Ritengo infatti che non vi siano ragioni reali affinché il conflitto – che pure trova storicamente una sua ragion d’essere che lo colloca all’interno di periodi e situazioni socio-culturali ampiamente superati – proceda oltre e che forse sia giunto persino il momento di riconsiderare un suo superamento nel segno del dialogo sincero e autentico.
Gli episodi delle ultime ore offrono dunque l’occasione per tornare su quel tema. Non con spirito polemico, ma con una domanda precisa: è davvero corretta l’applicazione del canone 1184 del Codice di Diritto Canonico ai fedeli appartenenti alla Massoneria?
È questa, infatti, la questione da cui occorre partire. Il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sull’incompatibilità tra Chiesa e Massoneria, come se questo dato fosse sufficiente a giustificare automaticamente le decisioni assunte dalle due diocesi. Ma il problema giuridico è più complesso. Il canone richiamato nei due provvedimenti non menziona infatti la Massoneria. Esso individua alcune specifiche categorie di persone alle quali, in determinate circostanze, possono essere negate le esequie ecclesiastiche. La domanda diventa allora inevitabile: l’appartenenza massonica rientra realmente in una delle fattispecie previste dal legislatore canonico oppure questa conclusione deriva da una successiva interpretazione della norma?
Il funerale cristiano non costituisce infatti un semplice rito pubblico né un atto meramente disciplinare. Esso rappresenta l’ultimo gesto con cui la comunità ecclesiale accompagna un fedele e lo affida alla misericordia di Dio. Per questo motivo, la decisione di negarne la celebrazione non produce soltanto un effetto giuridico all’interno dell’ordinamento canonico. Essa assume inevitabilmente anche un significato simbolico, perché comunica pubblicamente quale rapporto la Chiesa ritenga essere intercorso tra quella persona e la propria comunità di fede.
L’obiettivo di queste pagine non è contestare il diritto della Chiesa cattolica di disciplinare autonomamente la propria vita interna. Tale diritto appartiene alla natura stessa di ogni comunità religiosa. Ciò che si intende verificare è piuttosto se, nei casi recentemente verificatisi, la disciplina canonica sia stata applicata in modo conforme alla sua lettera e alla sua ratio, e se la semplice appartenenza alla Massoneria possa essere considerata, sotto il profilo giuridico e filosofico, elemento sufficiente per giustificare una decisione di tale portata.
La posizione della Chiesa cattolica nei confronti della Massoneria si è sviluppata attraverso un lungo percorso storico e giuridico, caratterizzato da una sostanziale continuità di giudizio, pur nel mutare delle formulazioni normative. La prima presa di posizione ufficiale risale alla lettera apostolica In eminenti apostolatus specula di Clemente XII (28 aprile 1738), emanata appena ventuno anni dopo la fondazione della Gran Loggia di Londra (1717). Con questo documento il pontefice proibì ai fedeli ogni forma di appartenenza alle società massoniche, comminando la scomunica ipso facto a quanti vi aderissero.
Nel corso dei secoli successivi il Magistero intervenne ripetutamente sul tema. Un punto di particolare rilievo fu rappresentato dall’enciclica Humanum genus (1884) di Leone XIII, considerata il testo di riferimento della riflessione ecclesiale sulla Massoneria. In essa la critica non viene rivolta soltanto all’azione storica delle logge, ma soprattutto ai principi filosofici ritenuti incompatibili con la dottrina cattolica, quali naturalismo, razionalismo, indifferentismo e relativismo. Lo stesso pontefice ribadì tale orientamento anche nelle lettere Inimica vis e Custodi del 1892, affermando l’essenziale inconciliabilità tra appartenenza ecclesiale e appartenenza massonica. Questa impostazione fu recepita nel Codice di diritto canonico del 1917, promulgato da Benedetto XV. Il can. 2335 stabiliva espressamente la scomunica automatica (latae sententiae) per chi si iscrivesse alla setta massonica o ad associazioni analoghe che operassero contro la Chiesa, mentre il can. 2336 prevedeva ulteriori sanzioni per chierici e religiosi. Negli anni successivi la Santa Sede confermò più volte tale disciplina, come dimostrano la dichiarazione del Sant’Uffizio del 20 aprile 1949 e gli interventi di padre Mariano Cordovani nel 1950, volti a smentire le diffuse ipotesi di una possibile riconciliazione tra Chiesa e Massoneria.
Il periodo del Concilio Vaticano II fu caratterizzato da tentativi di riaprire il dialogo. Alcuni Padri conciliari, tra cui mons. Sergio Méndez Arceo, proposero una revisione della disciplina vigente, mentre si moltiplicarono studi favorevoli a una diversa interpretazione del fenomeno massonico. Tuttavia il Concilio non modificò la posizione ufficiale della Chiesa, limitandosi a distinguere il rispetto dovuto alle persone dalla valutazione critica dei principi dottrinali.
In questo clima si collocano la lettera riservata Complures episcopi della Congregazione per la Dottrina della Fede (18 luglio 1974), firmata dal cardinale Franjo Šeper, e i successivi chiarimenti del 1975 e del 17 febbraio 1981. Tali documenti cercarono di precisare l’interpretazione del can. 2335, senza tuttavia modificare la disciplina vigente né abolire la scomunica prevista dal Codice del 1917.
Parallelamente si svilupparono diversi tentativi di confronto tra esponenti della Chiesa e della Massoneria, soprattutto in Austria e Germania. Emblematica fu la Dichiarazione di Lichtenau (1970), rimasta priva di riconoscimento ufficiale, mentre la Conferenza Episcopale Tedesca, al termine di un’approfondita analisi dei rituali massonici svolta tra il 1974 e il 1980, concluse che permanevano contrasti sostanziali e insanabili, in particolare riguardo alla concezione della verità, di Dio, della religione, della tolleranza e del significato dei rituali iniziatici. Con la promulgazione del nuovo Codice di diritto canonico del 1983, voluto da Giovanni Paolo II, il riferimento esplicito alla Massoneria scomparve dal testo normativo. Il nuovo can. 1374 si limitò infatti a sanzionare l’appartenenza alle associazioni che «cospirano contro la Chiesa», senza menzionare espressamente le logge massoniche. Tale scelta redazionale suscitò dubbi interpretativi circa un possibile mutamento della disciplina. Per chiarire definitivamente la questione, la Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger, pubblicò il 26 novembre 1983 la dichiarazione Quaesitum est, approvata specificamente da Giovanni Paolo II. Il documento affermò che l’assenza di un riferimento esplicito nel nuovo Codice era dovuta esclusivamente a criteri redazionali e ribadì che il giudizio negativo della Chiesa nei confronti delle associazioni massoniche rimaneva immutato, poiché i loro principi continuavano a essere considerati incompatibili con la fede cattolica. Di conseguenza, l’iscrizione a una loggia rimane proibita e i fedeli che vi appartengono sono considerati in stato di peccato grave e non possono accedere alla Comunione. Una successiva riflessione pubblicata sull’Osservatore Romanonel 1985 approfondì ulteriormente tale impostazione, riconducendo l’inconciliabilità non tanto a singoli comportamenti, quanto al metodo e ai presupposti filosofici della Massoneria.
Questa, in estrema sintesi, è la restituzione di un rapporto storicamente conflittuale tra Chiesa cattolica e Massoneria. Sarebbe impossibile ricostruirne in poche pagine l’intera complessità: quasi tre secoli di storia hanno accumulato questioni politiche, ecclesiologiche, filosofiche e giuridiche che richiederebbero ciascuna un’analisi autonoma. E tuttavia, al di sotto di questa stratificazione, è possibile individuare alcuni nodi teorici sui quali continua a poggiare il giudizio ecclesiastico di incompatibilità. È su questi che occorre soffermarsi, soprattutto se si vuole comprendere se essi possano realmente giustificare, ancora oggi, conseguenze tanto rilevanti quanto la negazione delle esequie ecclesiastiche. Un documento particolarmente utile a questo scopo è la Dichiarazione della Conferenza Episcopale Tedesca sull’appartenenza dei cattolici alla Massoneria, maturata al termine del confronto svoltosi tra il 1974 e il 1980. Una commissione appositamente costituita esaminò, nell’arco di sei anni, anche i rituali dei primi tre gradi della Libera Muratoria e concluse che l’incompatibilità con il cattolicesimo non dipendesse semplicemente dall’eventuale ostilità di determinate organizzazioni massoniche nei confronti della Chiesa. La questione veniva posta a un livello più radicale: secondo la commissione, l’«essenza oggettiva» della Massoneria si manifesterebbe nei suoi rituali e sarebbe proprio tale essenza a entrare in contrasto con i fondamenti dell’esistenza cristiana.
È un passaggio decisivo. L’antica accusa relativa alla machinatio contra Ecclesiam viene sostanzialmente oltrepassata. Anche una Massoneria che non combattesse la Chiesa, infatti, rimarrebbe incompatibile con essa a causa dei propri principi. La contrapposizione viene così trasferita dal piano storico e politico a quello filosofico e religioso. Gli argomenti avanzati dalla Conferenza Episcopale Tedesca sono noti. La libertà riconosciuta al massone nell’interpretazione dei simboli e nell’elaborazione delle proprie convinzioni viene ricondotta al relativismo; l’assenza di un sistema dogmatico viene interpretata come negazione della possibilità di una verità oggettiva; l’apertura a uomini appartenenti a differenti tradizioni religiose viene letta come espressione di indifferentismo religioso. A ciò si aggiungono la concezione del Grande Architetto dell’Universo, considerata sostanzialmente deistica, e la natura dell’iniziazione massonica, i cui simboli e rituali vengono giudicati problematicamente simili alla dimensione sacramentale cristiana.
Sono argomenti che meritano di essere considerati seriamente. Proprio per questo, tuttavia, occorre interrogare il presupposto sul quale sembrano convergere: Chiesa e Massoneria vengono poste l’una di fronte all’altra come se costituissero due sistemi alternativi di interpretazione dell’uomo, di Dio e della salvezza. È precisamente questa impostazione che ritengo problematica.
La Massoneria non è una religione e non pretende di esserlo. Non custodisce una rivelazione, non propone una propria dottrina della salvezza, non possiede sacramenti e non indica all’uomo una via religiosa alternativa attraverso la quale raggiungere Dio. La finalità del percorso iniziatico è differente: esso tende al perfezionamento dell’uomo, al lavoro su di sé, all’esercizio della libertà e della responsabilità, alla costruzione di una relazione più consapevole con gli altri e con il mondo. È dunque un itinerario antropologico, etico e simbolico che non pretende, in quanto tale, di occupare il luogo della fede.
Questa distinzione è essenziale. La Massoneria non deve essere concepita neppure come una sorta di praeparatio alla fede cristiana, quasi costituisse un primo gradino di un percorso che dovrebbe trovare nel cristianesimo il proprio completamento. Tra i due itinerari non esiste necessariamente un rapporto di antecedenza e conseguenza, di imperfezione e perfezione, né di continuità. Sono percorsi distinti, che possono interessare dimensioni differenti della medesima persona senza che l’uno debba trasformarsi nell’altro o trovare nell’altro la propria giustificazione.
Anche il perfezionamento perseguito dall’iniziazione massonica deve essere compreso in questo senso. Esso non è esclusivo. La Massoneria non afferma che soltanto il massone possa perfezionarsi, né che l’iniziazione costituisca una condizione necessaria per la piena realizzazione dell’essere umano. Un uomo può perseguire il proprio perfezionamento morale e spirituale attraverso altre esperienze, compresa evidentemente quella religiosa. L’appartenenza massonica indica una possibile forma di lavoro su se stessi, non l’unica possibile forma di compimento dell’uomo. Proprio per questo non si comprende perché tale itinerario debba essere pensato necessariamente come concorrente rispetto a quello cristiano.
Se si assume questa distinzione, anche l’accusa di relativismo deve essere profondamente riconsiderata. La Massoneria non afferma necessariamente che non esista alcuna verità oggettiva. Più semplicemente, non assume come propria funzione istituzionale quella di determinarne dogmaticamente il contenuto. Le due proposizioni sono radicalmente differenti. Dire che nessuna verità esiste, oppure che tutte le proposizioni possiedono lo stesso valore di verità, costituisce una precisa posizione filosofica relativistica. Dire invece che uomini portatori di differenti convinzioni possono incontrarsi in uno spazio comune senza essere obbligati a rinunciare alle proprie concezioni della verità significa stabilire il perimetro entro il quale opera l’istituzione che li riunisce.
La Loggia non chiede al cattolico di rinunciare alla propria fede, né al credente di mettere tra parentesi le proprie convinzioni religiose. Chiede piuttosto che nessuno trasformi la propria fede personale nel criterio che tutti gli altri devono necessariamente condividere per poter appartenere alla Massoneria. Questo è il punto decisivo: ammettere la presenza di convinzioni diverse non significa affermare che tutte le convinzioni siano ugualmente vere. La pluralità riguarda le persone e le loro coscienze; il relativismo riguarda invece il valore della verità. Confondere i due piani significa attribuire alla Massoneria una dottrina relativistica che non deriva necessariamente dal semplice fatto di accogliere, nello stesso spazio iniziatico, uomini portatori di differenti convinzioni religiose e filosofiche.
Ciò consente di precisare anche il significato del Grande Architetto dell’Universo. Sarebbe fuorviante considerarlo una formula vuota nella quale ciascuno possa collocare indifferentemente tutto e il contrario di tutto. Il G.A.D.U. possiede invece un contenuto metafisico, sebbene intenzionalmente generalissimo: rinvia a un principio ordinatore che trascende la pura accidentalità dell’individuo, all’idea che il reale non sia semplicemente riconducibile all’arbitrio del soggetto e che il lavoro umano possa orientarsi verso un ordine che lo eccede.
Proprio questa generalità impedisce, però, di trasformarlo nel «Dio dei massoni». Se il Grande Architetto fosse una divinità massonica, dotata di attributi teologicamente determinati e oggetto di una specifica professione di fede, la Massoneria assumerebbe inevitabilmente i caratteri di una religione. Ma non è questo il significato del simbolo. Il G.A.D.U. opera piuttosto come dispositivo metafisico: afferma un riferimento all’ordine e alla trascendenza senza costruire intorno a esso una teologia confessionale. Non sostituisce il Dio cristiano, non lo corregge e non ne costituisce una versione attenuata. Semplicemente, non si colloca sul medesimo piano. Lo stesso equivoco sembra ripresentarsi quando l’iniziazione massonica viene posta in concorrenza con il sacramento cristiano. La presenza di un rito, di simboli e di un linguaggio della trasformazione non basta a stabilire un’identità funzionale. Nel sacramento, secondo la dottrina cattolica, viene comunicata la grazia; l’iniziazione massonica non pretende di comunicare alcuna grazia soprannaturale. Essa introduce simbolicamente l’iniziato in un percorso di trasformazione di sé che richiede lavoro, esercizio, responsabilità e progressiva conoscenza. Non promette salvezza, non cancella il peccato, non incorpora nel Corpo mistico di Cristo e non sostituisce il Battesimo. La trasformazione iniziatica e quella sacramentale appartengono a ordini differenti. La presenza, in entrambe, di una struttura rituale non è sufficiente a farne due esperienze concorrenti.
È qui, a mio avviso, che l’opposizione tradizionale fra Chiesa e Massoneria comincia a mostrare la propria fragilità teorica. Non perché tra cristianesimo e pensiero massonico non esistano differenze: esistono e alcune sono profonde. Né perché ogni posizione sviluppatasi storicamente all’interno della Massoneria debba essere difesa. La critica ecclesiastica all’indifferentismo religioso, per esempio, pone una questione filosofica seria, sulla quale la stessa cultura massonica farebbe bene a continuare a interrogarsi. Ma l’esistenza di differenze non dimostra ancora l’esistenza di un’incompatibilità. Perché si possa parlare propriamente di incompatibilità occorre infatti che due posizioni si escludano reciprocamente: l’affermazione dell’una deve comportare necessariamente la negazione dell’altra. Ma se la Chiesa risponde, attraverso la rivelazione e la fede, alla questione del rapporto dell’uomo con Dio e della sua salvezza, mentre la Massoneria propone un itinerario iniziatico di perfezionamento umano senza pretendere di sostituire la religione, la contrapposizione non può essere semplicemente presupposta. Deve essere dimostrata, individuando un principio necessariamente richiesto dall’appartenenza massonica che obblighi il cattolico a negare ciò che professa nella propria fede.
Ed è precisamente questo passaggio che appare tutt’altro che scontato. Il problema diventa ancora più evidente quando dal confronto fra le due istituzioni si passa al singolo uomo. Occorre distinguere con grande chiarezza due giudizi. Il primo riguarda la Massoneria: la Chiesa può ritenere che alcuni principi che attribuisce alla Libera Muratoria siano incompatibili con la propria dottrina. Il secondo riguarda invece il massone concreto: per concludere che quell’uomo abbia personalmente rinnegato la fede cattolica occorrerebbe accertare ciò che egli effettivamente crede, professa e rifiuta. I due giudizi non coincidono.
L’appartenenza massonica, infatti, non dimostra da sola che una persona neghi Cristo, rifiuti la rivelazione, consideri false tutte le religioni o, all’opposto, le consideri tutte ugualmente vere; non dimostra che abbia sostituito il Dio cristiano con il Grande Architetto dell’Universo né che attribuisca all’iniziazione massonica un’efficacia salvifica alternativa ai sacramenti. Queste sarebbero specifiche convinzioni religiose e filosofiche. Per attribuirle a una persona occorrerebbe qualcosa di più della semplice constatazione della sua appartenenza a una Loggia. È dunque necessario evitare di trasformare un giudizio generale formulato su un’istituzione in una presunzione assoluta sulla coscienza religiosa di ogni suo appartenente.Questa distinzione conduce direttamente alle vicende dalle quali siamo partiti e, soprattutto, al canone 1184 del Codice di Diritto Canonico.
La norma è, sotto questo profilo, molto precisa. Salvo che prima della morte sia stato manifestato qualche segno di pentimento, il can. 1184 §1 individua tre categorie alle quali devono essere negate le esequie ecclesiastiche: anzitutto coloro che siano notoriamente apostati, eretici o scismatici; in secondo luogo quanti abbiano scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede cristiana; infine gli «altri peccatori manifesti» ai quali non sia possibile concedere le esequie senza provocare pubblico scandalo tra i fedeli. In presenza di un dubbio, il §2 dispone inoltre che venga consultato l’Ordinario del luogo. Il successivo can. 1185 stabilisce, come conseguenza dell’esclusione dalle esequie, anche la negazione della Messa esequiale.
Ora, proprio la lettera della norma obbliga a formulare una domanda elementare: in quale di queste categorie rientra necessariamente un massone in quanto massone?
Certamente non nella seconda, che riguarda esclusivamente una particolare scelta della cremazione compiuta per ragioni contrarie alla fede cristiana. Ma neppure la prima categoria può essere automaticamente applicata. Il diritto canonico distingue precisamente apostasia, eresia e scisma: l’appartenenza massonica, considerata in se stessa, non dimostra necessariamente nessuna delle tre condizioni. Un uomo può appartenere alla Massoneria senza per questo avere formalmente ripudiato la fede cristiana, senza avere ostinatamente negato una determinata verità che la Chiesa propone come rivelata e senza avere compiuto un atto di separazione dalla comunione ecclesiale. Tanto è vero che lo stesso Codice del 1983, quando disciplina le associazioni che cospirano contro la Chiesa, tratta separatamente tale fattispecie dall’apostasia, dall’eresia e dallo scisma.
Rimane dunque la terza fattispecie: quella degli «altri peccatori manifesti» ai quali le esequie non possano essere concesse senza pubblico scandalo. Ed è precisamente qui che l’applicazione ai massoni diventa, a mio giudizio, particolarmente problematica. La norma non stabilisce semplicemente che a chiunque si trovi in una situazione considerata oggettivamente peccaminosa debbano essere negate le esequie. Richiede ulteriori elementi: il carattere manifesto della condizione e l’impossibilità di celebrare il funerale senza pubblico scandalo dei fedeli; a ciò si aggiunge la clausola iniziale relativa all’assenza di segni di pentimento prima della morte. Il canone costruisce, dunque, una fattispecie circoscritta, che non sembra autorizzare una semplice equivalenza automatica tra appartenenza massonica e privazione delle esequie.
Il punto, allora, non è sostenere che un massone non possa mai, individualmente, trovarsi in una delle condizioni previste dal can. 1184. Potrebbe naturalmente trovarvisi, esattamente come qualsiasi altro fedele: potrebbe essere apostata, potrebbe professare consapevolmente un’eresia, potrebbe essersi separato dalla comunione ecclesiale o potrebbe ricorrere, in presenza delle ulteriori condizioni richieste, la fattispecie del peccatore manifesto. Ma una cosa è accertare una di queste condizioni nella vicenda personale di un individuo; altra cosa è dedurla dalla sola appartenenza massonica. È questa distinzione a essere decisiva. Ed è proprio alla luce di essa che le recenti decisioni di negare le esequie suscitano perplessità. Nei due casi che hanno dato origine a questa riflessione, l’affiliazione massonica pubblicamente conosciuta ha assunto un peso determinante nella decisione ecclesiastica. Ma se l’appartenenza alla Libera Muratoria non equivale di per sé né all’apostasia, né all’eresia, né allo scisma; se non ha alcun rapporto necessario con la scelta della cremazione contro la fede; e se la categoria del «peccatore manifesto» richiede condizioni ulteriori rispetto alla mera iscrizione a un’associazione, allora il passaggio dalla constatazione «quest’uomo era massone» alla conclusione «a quest’uomo devono essere negate le esequie ecclesiastiche» non può essere considerato autoevidente.
E qui la questione canonica torna a incontrare quella filosofica. Negare le esequie sulla base dell’appartenenza significa rischiare di far attribuire all’appartenenza religiosa un contenuto religioso che abbiamo visto essere tutt’altro che pacifico. Il problema non consiste allora soltanto nel chiedersi che cosa la Chiesa pensi della Massoneria. Consiste nel domandarsi se ciò che la Chiesa attribuisce dottrinalmente alla Massoneria (ma che difatti non appartiene veramente alla Massoneria) possa essere automaticamente attribuito alla coscienza di ogni singolo massone e possa, da questa attribuzione, derivare una conseguenza tanto grave nel momento della morte.
È precisamente su questa soglia che la decisione di non celebrare le esequie appare più difficile da sostenere. Non perché la Chiesa non abbia il diritto di custodire la propria disciplina, ma perché il suo stesso diritto indica condizioni determinate per l’esclusione dal rito funebre. E quelle condizioni non coincidono, almeno nella lettera del can. 1184, con una categoria chiamata «massoni».
Se la Massoneria non è una religione alternativa; se il Grande Architetto dell’Universo non è una divinità alternativa; se l’iniziazione non è un sacramento alternativo; se il perfezionamento iniziatico non pretende di sostituire la salvezza cristiana; e se la pluralità delle coscienze ammessa nella Loggia non equivale necessariamente alla negazione della verità, viene meno quella struttura di concorrenza sulla quale si è costruita una parte importante dell’argomento dell’incompatibilità. A maggior ragione diventa problematico trasformare tale incompatibilità presunta in una conseguenza applicata indistintamente alla persona.
La domanda conclusiva può allora essere formulata nella maniera più semplice possibile: che cosa, nell’essere massone, rende necessariamente un uomo apostata, eretico, scismatico o un peccatore manifesto al quale non possano essere celebrate le esequie senza pubblico scandalo?
Se a questa domanda non è possibile rispondere indicando un elemento necessario e intrinseco all’appartenenza massonica, allora la questione non riguarda più soltanto il difficile rapporto storico fra due istituzioni. Riguarda il fondamento stesso di una decisione che, dinanzi alla morte, trasforma una differenza di appartenenza in un criterio di esclusione. Ed è forse proprio qui che una contrapposizione sedimentatasi nel corso dei secoli mostra oggi la necessità di essere nuovamente pensata. Non per cancellare le differenze tra Chiesa e Massoneria, né per costruire artificiosamente una continuità che non esiste, ma per riconoscere una possibilità più semplice e, proprio per questo, più esigente: che due itinerari differenti di perfezionamento e di comprensione dell’uomo possano non coincidere senza, per ciò stesso, doversi necessariamente escludere.













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