Come arrivare a cento anni e vivere felici
Eugenio Santoro
Prima che il COVID-19 monopolizzasse l’attenzione generale, in questo inizio di XXI secolo, molti mass media si erano rivolti con interesse e curiosità alla longevità, perché in Italia l’aspettativa di vita di anno in anno si allungava ed il numero dei centenari cresceva ed aveva cessato di essere un raro evento per diventare una consuetudine sempre più numerosa.
Anche molti ricercatori italiani con convinto spirito di ricerca hanno deciso di affrontare questo affascinante ambito della longevità ponendosi l’obbiettivo di verificare come e perché gli Italiani raggiungano sempre più frequentemente questo straordinario traguardo, secondi al mondo solo ai Giapponesi.
Due grandi misteri che da sempre tormentano l’uomo: sono quello della vita e quello della morte. Quest’ultimo da qualche secolo è scientificamente risolto: essa sopravviene quando si arresta una delle funzioni vitali, per esaurimento o per agenti esterni. Invece quello della vita, della sua origine e della sua durata è ancora aperto malgrado ci si arrampichi sulle eliche del genoma; inoltre la medicina e la sociologia moderne hanno introdotto il problema della sua qualità. Qualcuno dice che la durata delle funzioni vitali è limitata, ma qual è il limite?
Dalla cardiologia è stata avanzata l’ipotesi che il cuore abbia un’autonomia non superiore a 30 miliardi di battiti. Dalla neurologia vengono ipotesi relative all’esaurimento della attività dei neurotrasmettitori. Gli stessi reni in condizioni basali utilizzano non più di 1/3 dei propri infiniti glomeruli che però dopo qualche decennio necessitano del ricambio, ma la riserva per il turn-over non è infinita.
Tuttavia la vita media dell’homo sapiens è in straordinaria crescita aiutata dai progressi della medicina diagnostica e curativa, dalla chirurgia sino ai trapianti d’organo, dalla qualità sociale che garantisce prevenzione, dall’impegno politico che sviluppa la riabilitazione.
I grandi killer vengono progressivamente domati: le infezioni come tubercolosi, colera, sifilide, eccetera sono oggi sotto controllo, le parassitosi come la malaria sono estinte nei Paesi a maggiore sviluppo i Virus e le loro epidemie vanno e vengono inseguiti con ferocia dai vaccini. Al cancro viene continuamente strappata e riportata a vita sana oltre il 50% della sfortunata casistica. Per le malattie metaboliche e soprattutto cardiovascolari aterosclerotiche è in atto una grande guerra. Il coronavirus, peste di questo nostro tempo, stragista degli anziani, è stato sconfitto.
Nel XXI secolo lo scenario è quindi destinato a modificarsi a favore di una longevità diffusa per la quale l’obiettivo di superare i 100 anni sembra a portata di mano.
Nel censimento del 1870, subito dopo l’unità d’Italia, con un analfabetismo del 79%, gli ottuagenari erano meno dell’1% cioè circa 240.000 su una popolazione di circa 26 milioni di abitanti. Per il 2015, quasi un secolo e mezzo dopo, l’Eurostat ha reso noto che gli ottuagenari in Italia avevano superato i 4 milioni su una popolazione di poco inferiore ai 60 milioni di abitanti, pari a circa il 7%, primo Paese in Europa per numero di anziani ultraottantenni, superiore di più di un punto anche alla Svezia che per decenni era stata leader del settore.
Nel censimento del 2021 i centenari erano 17.700, la previsione per i prossimi decenni è di uno straordinario incremento di questi grandi vecchi, con un’ipotesi statistica di oltre 150.000 alla metà del XXI secolo. Nel 1917 solo a Milano ce ne erano 667 contro i 249 del 1999, triplicati in 18 anni!
Gli studi medici e sociologici sulla “centenarietà” sono a tutt’oggi sostanzialmente incentrati sulle condizioni di salute di questi grandi anziani, sulle loro capacità cognitive, sulla loro mobilità attiva e sulla autosufficienza. Si tratta di studi certamente pregevoli utili per indirizzare una giusta politica sanitaria e sociale per gli anziani. Sono meno numerose le ricerche sui comportamenti che hanno consentito una così prolungata longevità e sono prevalentemente orientati sull’alimentazione o sull’attività ginnico- sportiva, non solo sulla stampa d’informazione, ma anche nel contesto medico-scientifico: maggiori o minori proteine o grassi o zuccheri o vitamine ed in che misura vivere all’aria aperta, al sole o al chiuso, nei climi moderati del mare o freddi della montagna o nello smog delle città, seguendo una dieta mediterranea, e per le donne fare o non fare uno o più figli.
Infine, praticare o meno la ginnastica, il nuoto, l’esercizio muscolare in genere. Certo però che il dottor Fixx inventore e propugnatore del jogging, ossia della corsa lenta, da praticare quotidianamente, morì all’improvviso poco più che cinquantenne al ritorno da una delle sue esercitazioni mattutine. Evidentemente curava la propria forma fisica, le proprie caratteristiche muscolari e la propria figura, ma non aveva fatto i conti con le sue coronarie. Al contrario Sir Winston Churchill, grande statista, leader e vincitore della Seconda guerra mondiale, visse oltre novant’anni, sprofondato nella sua poltrona, grande obeso, sempre col suo sigaro in bocca! Straordinarie contraddizioni.
Si può obiettare con popolare saggezza che ”una rondine non fa primavera” ed allora converrà analizzare e confrontare la numerosa popolazione di due isole lontane tra loro ed affollate di centenari, Okinawa, nel Mar del Giappone, e la Sardegna, nel Mediterraneo, dove vivono le più numerose comunità di grandi vecchi.
I centenari giapponesi dell’isola del Pacifico, che poi giapponesi lo sono solo in parte perché le successive dominazioni cinesi, americana, eccetera hanno mescolato le razze, vivono una realtà di mare, di sole, di vento, di pesce affumicato e conservato, nel clima forte dell’oceano dove in gioventù parteciparono, soffrendo, ad una delle più furiose battaglie della seconda guerra mondiale durata quattro mesi con grandi perdite dalle due parti, nella quale gli americani si convinsero che per superare la resistenza nipponica era necessario ricorrere alla bomba atomica.
Ad Okinawa, come in tutto il Giappone, la spiritualità e l’affettività ruotano intorno al culto degli antenati e, conseguentemente, nel clan familiare i vecchi sono curati e sostenuti da figli e nipoti con amorevole assiduità. Gli studi dei fratelli Willcox su questa popolazione, durati 20 anni, attribuiscono a questa qualità della vita familiare la particolare longevità della popolazione di questa isola.
I centenari sardi dell’Olgiastra in Barbagia, tra mare e monti, hanno in comune con i giapponesi un analogo conforto familiare, ma per il resto ci sono solo differenze: innanzitutto quelle razziali, poi quelle climatiche mediterranee molto più miti e stabili rispetto a quelle oceaniche, poi la distanza dal mare e l’attività prevalente che è la pastorizia, infine la dieta che è certamente mediterranea senza pesce crudo e affumicato, ma ricca delle tante verdure e frutta che crescono su quella terra. Infine per i sardi nessuno stress è comparabile con la battaglia di Okinawa, perché qui la seconda guerra mondiale non è passata e non giunsero neanche i troppo lontani rumori del bombardamento di Cagliari o dell’affondamento della corazzata Roma e delle altre navi della flotta italiana nascosta nel mare dell’Asinara dopo l’armistizio del 1943.
Lo studio condotto dalla Fondazione San Camillo-Forlanini ha fornito al momento interessanti risultati sulla vita che hanno condotto oltre 200 centenari italiani, raccolta attraverso un articolato questionario, che ha consentito loro di raggiungere la tarda età. Dai dati ricavati alcune cose sembrano chiare: queste straordinarie persone nella loro lunga vita non hanno sofferto malattie importanti, non hanno abusato del vino e dell’alcol e tantomeno del fumo o altre droghe e soprattutto provengono da famiglie nelle quali la longevità oltre novant’anni e talora oltre 100 è stata quasi la regola. Come dire che si nasce con l’elisir di lunga vita in tasca, ossia “with the silver spoon in the mouth” e che eventualmente proprio noi, con scelte sbagliate o poca fortuna, riusciamo a distruggerlo, Possiamo considerare questi rilievi come il cardine della longevità?
Al momento non sembra esserci altrettanta chiarezza sul ruolo dei regimi alimentari, del clima, delle condizioni sociali, dell’istruzione, e per le donne del numero delle gravidanze o del nubilato. Da ulteriori analisi verranno sicuramente altre risposte significative e forse qualche sorpresa. Di certo si può affermare che con una vita fortunata, ossia senza malattie importanti, con uno stile di vita corretto, pur senza particolari accorgimenti o stimolanti – come troppo spesso raccontato da certa pubblicistica di basso profilo –, e con una genetica favorevole testimoniata dalla presenza di più longevi nell’albero genealogico familiare, le possibilità di una longevità sino ad oltre il secolo di vita sono oggi e nel futuro molto concrete.
Tutto quanto esposto come risultato delle ricerche, riguarda la durata della vita e solo marginalmente il profilo della sua qualità, caratteristica preziosa, certamente correlabile agli stili di vita. Ad esempio una alimentazione moderata e una attività fisica continua, consentono certamente di invecchiare meglio e di avere quindi una migliore qualità di vita, ma non garantiscono sulla durata della vita stessa. Troppo spesso si equivoca tra qualità di vita e longevità, ma la correlazione è tutt’altro che obbligatoria e da tali equivoci derivano profonde delusioni e scelte errate. In merito è doverosa un’ulteriore considerazione: l’allungamento vistoso dell’età media e dell’aspettativa di vita e la diffusione della “centenarietà”, ha colto di sorpresa le generazioni che oggi ne hanno beneficiato e che non si erano predisposte a questa favorevole evoluzione. Conseguentemente i centenari attuali in larga maggioranza soffrono una mediocre qualità della vita. Nel futuro occorrerà prendere tempestivamente in carico questa favorevole opportunità e predisporsi fisicamente e mentalmente per mantenere standard elevati ben oltre la tradizionale aspettativa di vita.
Infine sarà bene precisare cosa si intende generalmente per vecchiaia. Se la si interpreta con Terenzio Afro senectus ipsa morbo est, la vecchiaia per se stessa è malattia . Se invece la rileggiamo ai nostri giorni la vecchiaia è quella fase della vita nella quale l’uomo e la donna cessano di progettare il futuro considerando che non appartiene più loro ormai usciti dal ciclo produttivo. Questa interpretazione va al di là del dato anagrafico anche per il sopravvenire delle malattie e della emarginazione sociale. (cfr. Cent’anni: una sfida, una speranza, un’opportunità. Morlacchi, Perugia, 2021)
Nella letteratura medica e ci sono molti studi alla ricerca del cosiddetto gene dell’invecchiamento, studi che al momento hanno dato pochi frutti positivi tra i quali l’individuazione alla Università di Yale di una proteina capace di proteggere le cellule dal consumo. Questa proteina è stata chiamata Kloto come una delle Parche, la più giovane, quella dedicata a tessere il filo della vita.
Simone de Beauvoir nel 1970, nell’introduzione al suo famoso libro Terza età denunciava: “[…] I vecchi sono degli esseri umani? A giudicare dal modo in cui vengono trattati nella nostra società è lecito dubitarne: la vecchiaia resta un segreto vergognoso, un soggetto proibito”. Da allora sono passati cinquant’anni e la situazione è cambiata, seppure il rischio di emarginazione o di esilio sociale esista ancora per molti, anzi per troppi.
In questa società del terzo millennio altre emarginazioni sono state superate. Per i diversamente abili si è abolita la definizione di handicappati e si sono, per legge, abbattute le barriere architettoniche. Lo sport ha creato le paraolimpiadi per i disabili alle quali i mass-media dedicano molto spazio. Altro esempio: per l’omosessualità a suo tempo guardata come malattia o come vizio, si è fatto un vero cambio di rotta con i gaypride, le unioni civili e finanche le adozioni.
Per la terza età ed anche per la quarta, la mano pubblica ed i privati stanno dedicando sempre maggiore attenzione con le Case di riposo, le Residenze assistenziali, i Circoli per gli anziani di città e paesi, il tentativo di chiamare i longevi “non più giovani” anziché vecchi, ma purtroppo peggiora il trattamento pensionistico di anno in anno, di crisi in crisi e troppo spesso la vecchiaia significa povertà!
Sul terreno della tarda età, biologia, medicina, sociologia, politica ed etica dovrebbero stringere un “patto di confine”, partendo dal principio che la vecchiaia non deve essere considerata l’anticamera della morte, ma una fase della vita.
Nel De Senectute Cicerone spiega che si muore ad ogni età, e non solo al termine della vecchiaia: “[…] I soldati romani partivano per quelle sanguinose guerre sapendo che difficilmente sarebbero tornati, ma vivevano con pienezza di sentimenti e di opportunità la loro ultima stagione, circondati da affetti e stima individuali e sociali”.
Sul “patto di confine” per la tarda età, dalla società politica, come dalla società civile, dovrebbe e potrebbe levarsi un caldo appello alle Istituzioni preposte per una nuova ed efficace lettura del problema vecchiaia nel XXI secolo.











