di Luigi Mazzone
UOSD di Neuropsichiatria Infantile, Policlinico Tor Vergata, Roma;
Dipartimento di Medicina dei Sistemi, Università degli Studi di Roma Tor Vergata
Negli ultimi decenni, i disturbi mentali tra i giovani hanno registrato un aumento significativo, rappresentando una quota sempre più rilevante del carico globale di malattia (Global Burden of Disease Study, 2019).
Tra questi, ansia e depressione sono primariamente riportate tra le condizioni psichiatriche con un impatto crescente sulla salute mentale delle nuove generazioni e con possibili conseguenze negative, che possono estendersi fino alla messa in atto di comportamenti suicidari.
I comportamenti suicidari (“suicidal behaviors”) comprendono una serie di manifestazioni che vanno dall’ideazione suicidaria alla pianificazione e/o ai tentativi di suicidio, e che aumentano il rischio di suicidio conclamato. La presenza di disturbi del’umore e di atti di autolesionismo non suicidario (non suicidal self-injury, NSSI) – ossia l’atto intenzionale di danneggiare il proprio corpo senza l’intento di suicidarsi (ad esempio, provocandosi tagli e bruciature) (APA, 2020) – sono stati identificati come importanti fattori predittivi di suicidio conclamato (Howton et al., 2012).
Attualmente, il suicidio rappresenta la quarta causa di morte tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni (World Health Organization, 2024), e tale dato sottolinea l’urgenza di individuare i fattori di rischio per l’esacerbazione di tale fenomeno e sviluppare strategie di prevenzione efficaci.
Parallelamente all’aumento dei disturbi psicopatologici, si è registrato nell’ultimo decennio un incremento esponenziale nell’uso di internet e dei social media, pertanto è imprescindibile porre attenzione alla relazione tra questi due fenomeni, quando si parla di salute mentale nei giovani.
Infatti, dal 2010 al 2023, il numero di utenti delle piattaforme social è passato da meno di un miliardo a oltre 4,9 miliardi (Gupta et al., 2022) e la Generazione Z – ovvero i nati dopo il 1995 – è stata la prima generazione completamente digitalizzata. Inoltre, se da un lato è chiaro come l’utilizzo di Internet abbia un potenziale notevole in termini educativi, ricreativi e sociali, dall’altro lato questo ha portato a rendere più labile il confine tra vita online e vita reale, sollevando una serie di interrogativi sull’effetto che i social media possono avere sulla salute mentale dei più giovani.
Una delle criticità principali, che è stata descritta in relazione a questa rapida diffusione dell’uso dei social media, è il cosiddetto “uso problematico di Internet” (Problematic Internet Use, PIU), che evidenzia gli effetti dannosi dell’uso di Internet sulla salute mentale, tra cui l’innesco di meccanismi di dipendenza, disturbi del sonno e comportamenti a rischio, inclusa la suicidalità. Secondo dati nazionali dell’Istituto Superiore di Sanità (sorveglianza Health Behaviour in School-aged Children – Italia; ISS 2022), la prevalenza dell’uso problematico dei social media è in aumento tra gli adolescenti di ambo i sessi e l’epidemia da COVID-19 ha visto aumentare il tempo trascorso online dai giovanissimi, aggravando il rischio di isolamento sociale e PIU, oltre che la slatentizzazione di condizioni psicopatologiche come ansia e depressione.
Diverse ricerche hanno evidenziato un’associazione positiva tra uso intensivo dei social media, autolesionismo e comportamenti suicidari (Hagihara et al., 2012; Robertson et al., 2012; Sueki, 2012; O’Connor et al., 2014) e, recentemente, uno studio di meta-analisi che ha analizzato dati ottenuti da 19 ricerche longitudinali condotte su un totale di 43.489 giovani di età compresa tra 10 e 24 anni ha confermato tale associazione (Chen et al., 2024).
Uno tra gli aspetti più preoccupanti legati all’utilizzo dei social media da parte dei giovani è legato alla diffusione di contenuti che normalizzano l’autolesionismo e il suicidio. Un esempio drammatico è la “Blue Whale Challenge”, un gioco virale che tra il 2015 e il 2016 ha spinto molti adolescenti al suicidio. È stato suggerito quanto l’accesso continuo a contenuti di questo tipo presenti online possa avere un effetto nell’instillare e rafforzare pensieri negativi e spingere gli individui più vulnerabili verso comportamenti a rischio. Un’altra ipotesi che spiega la relazione tra uso dei social media e comportamenti suicidari e/o NSSI è legata al meccanismo psicologico dell’approvazione sociale. A tal proposito, dati emersi da uno studio tedesco (Brown et al., 2018) hanno messo in luce quanto la condivisione di immagini che ritraggono atti di autolesionismo più gravi, generano tra i giovani notevole interesse, espresso sottoforma di numero di commenti rilasciati in risposta alla pubblicazione di tali immagini. Questo fenomeno psicologico potrebbe svolgere un ruolo chiave nella condivisione e, quindi, nella messa in atto di comportamenti autolesivi più gravi tra gli adolescenti (Brown et al., 2018).
Infine, un altro fenomeno collegato all’utilizzo dei social media, considerato come un importante fattore di rischio per disturbi depressivi e suicidio, è il cyberbullismo, il quale colpisce un numero crescente di adolescenti ogni anno (Gupta et al., 2022). Tra il 2011 e il 2019, il 15,4% degli studenti delle scuole superiori negli Stati Uniti ha riferito di essere stato vittima di cyberbullismo (Mantey et al., 2023) ed è stato osservato che il tempo trascorso sui social media e l’esposizione al cyberbullismo siano positivamente correlati all’aumento di sentimenti di tristezza, disperazione e pensieri suicidari nei giovani (Gupta et al., 2022; Mantey et al., 2023).
Nonostante tali evidenze, alcuni studi suggeriscono quanto, al contrario, le community online possano offrire supporto emotivo e ridurre l’isolamento sociale (Frost et al., 2016) e, in tal senso, recenti studi hanno tentato di utilizzare i social media come strumento per identificare segni precoci di disagio psicologico (Notredame et al., 2019; Kim et al., 2021). L’analisi del linguaggio utilizzato dagli utenti nei post online ha mostrato che parametri quali numero di pubblicazioni, tipo di vocabolario utilizzato e frequenza delle interazioni, potrebbero rappresentare degli indicatori efficaci di sintomatologia depressiva negli utenti (Kim et al., 2021). In questo panorama, è stato suggerito l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento innovativo e funzionale per il monitoraggio di segnali di disagio psicologico e il conseguente avvio di interventi di supporto (Notredame et al., 2019).
Tuttavia, nonostante tali evidenze, la relazione tra social media e suicidio rimane complessa e necessita di ulteriori studi. Per affrontare questa sfida, rimane essenziale la promozione di una maggiore consapevolezza tra genitori, educatori e operatori sanitari sui rischi e le opportunità offerte dal mondo digitale. Risulta altresì necessario impegnarsi nello sviluppo di strategie di prevenzione basate su dati scientifici, promuovere sistemi di monitoraggio per l’identificazione precoce di individui a rischio e potenziare l’utilizzo delle piattaforme digitali come strumenti di supporto e prevenzione per la salute mentale.
Referenze
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