IL MATEMATICO E IL MAGO

Gramsci, la televisione e l’egemonia culturale

di Aldo Di Russo

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».

Mi stavo giusto chiedendo se l’appello che Antonio Gramsci fece dal primo numero del suo giornale, L’Ordine Nuovo il 1° maggio 1919, citato in ogni lavoro che faccia i conti con il percorso lungo, a volte tormentato e tortuoso che ha segnato l’evoluzione del pensiero socialista dalla metà dell’Ottocento in poi, potesse essere considerato nel 2016 eversivo a tutti gli effetti di legge visti gli ultimi fatti di cronaca. Comunque sia lo lascio in apertura.

Quello che mi interessa far notare è che, nell’elenco che il filosofo sardo lancia come titolo e strategia del suo nuovo giornale, al primo posto mette l’istruzione. Poi c’è molto altro, ma è sul primato dell’istruzione che vorrei fare qualche considerazione.

Immaginiamo che nel 1919 Gramsci avesse già in mente un primo schema di ciò che avrebbe lasciato in eredità alla storia del pensiero a proposito degli intellettuali e dell’egemonia culturale. L’esclamativo «istruitevi» sprona a conquistare una consapevolezza critica della realtà e, di conseguenza, a padroneggiare gli strumenti di libertà e di lotta necessari per guidare gli eventi invece di subirli passivamente. È il contributo a un’egemonia culturale che, e questa è una delle idee centrali del pensiero di Gramsci, precede sempre quella politica.

Non è la stessa cosa che cercare il consenso. In politica il consenso è importante, ma va costruito all’interno di obiettivi civili e sociali ben determinati. L’egemonia investe la gamma di relazioni tra chi governa e chi è governato, ed è intrecciata con l’elaborazione di simboli in grado di orientare la mentalità alla solidarietà. Il linguaggio, primo tra tutti, attraversa la complessità del sistema dei media, oggi dei social media, e forma l’opinione pubblica. In questo modo crea una cultura, intesa come codice di comportamento intellettuale e morale, che per Gramsci è precondizione della conquista del potere e della capacità di soddisfare le esigenze materiali e spirituali del popolo.

Candidarsi a governare significa saper guidare una società sul piano morale prima che economico. L’idea di Gramsci sposta sul terreno della cultura e dell’accettazione dei nuovi valori sia la conquista del potere sia la sua stabilità negli anni a venire: è così che si diventa «egemoni».

Gramsci muore nel 1937 a Roma, nella clinica Quisisana, per condizioni di salute aggravate dalla lunga detenzione. A nulla valsero, negli anni precedenti, gli appelli degli intellettuali europei e le pressioni dell’Unione Sovietica perché fosse liberato. Le sue idee, al contrario, circolano nel mondo: secondo la Fondazione Gramsci le sue opere sono tradotte in 42 lingue e, insieme a Eco e Pasolini, è tra gli autori italiani moderni più citati al mondo.

Molti anni dopo, nel 1994 e nell’arco di pochi mesi, un imprenditore milanese attivo nel settore delle televisioni private, Silvio Berlusconi, fondò Forza Italia, si dimise da ogni incarico operativo, vinse le elezioni e fece del neonato partito il principale interlocutore della cosiddetta seconda Repubblica. Divenne presidente del Consiglio. La sorpresa dell’opposizione e della stampa fu grande. A un giornalista che gli chiedeva le ragioni di un successo costruito tra gennaio e marzo, rispose che milioni di italiani avevano votato per lui perché erano lo stesso pubblico che in quindici anni era stato plasmato e fidelizzato dalle sue televisioni.

Premesso che chi scrive «è di parte» e considera quegli eventi l’origine di un degrado civile e sociale ancora visibile, nell’opera di Berlusconi si possono cercare le tracce di una parte dell’intuizione gramsciana: l’egemonia politica poggia sull’egemonia culturale, intesa come capacità di plasmare comportamenti e aspirazioni intervenendo sulla mentalità popolare.

Dagli anni Ottanta un potente anestetico, somministrato in dosi massicce attraverso lo schermo, ha ammortizzato il fermento dei movimenti e le conquiste degli anni Settanta, ottenute con leggi e riforme che avevano reso concreti e applicabili principi costituzionali fino ad allora inespressi. Le televisioni commerciali, a quel punto diventate tre e nazionali, introdussero e poi cementificarono un immaginario collettivo fatto di stili di vita e codici simbolici opposti a quelli emersi dalle lotte del decennio precedente. Era quella che Gramsci chiamava rivoluzione culturale, ideologica ed egemonica. Fu resa possibile anche dalla distrazione e dalla superficialità di chi osservava il fenomeno considerandolo un vuoto evasivo, effimero e passeggero.

«Il personale è politico», dicevano le femministe per portare i diritti civili nel dibattito pubblico. «Immaginazione al potere», «sapere è potere»: erano gli slogan del movimento studentesco, che voleva rendere lo studio accessibile a tutti come presupposto per la conquista dei diritti politici e sociali. In breve, tutto questo diventò: «Pronto, da dove chiami? Quale canzone vorresti cantare?», chiedevano adolescenti finte adulte ad altrettante aspiranti cantanti adolescenti.

E non è tutto. La parte peggiore, quella in cui per ingenuità (spero) si cadde a quel tempo, furono i cosiddetti «talk show giornalistico-culturali di costume» come il Maurizio Costanzo Show. Per tutti cito l’incontro tra il matematico Pier Giorgio Odifreddi e il mago Otelma (la puntata è disponibile su YouTube). Lo scienziato si meravigliò del successo di pubblico dell’eccentrico sedicente mago e lo invitò a sottoporsi a test scientifici, ricevendo in risposta l’accusa di schizofrenia. Ma questo sarebbe niente. Ciò che ha fatto della televisione un’arma di distruzione di massa della cultura è l’idea di avvicinare un matematico e un mago come se fossero due opinioni paritetiche, due aspetti diversi di una stessa natura.

Si tratta di una strategia politica o di un’esigenza commerciale? Non ho una risposta, ma la domanda è lecita. Solo proporre il confronto è offensivo per la scienza, per la cultura e per il pubblico. In un paese democratico, dove dignità e rispetto sono garantiti dalla Costituzione, nemmeno l’esigenza di fare spettacolo giustifica una forzatura e una manipolazione di senso in questa direzione. Tutto diventa uguale a tutto, uno vale uno: la competenza, la specializzazione, la certificazione, lo studio diventano sovrastrutture arbitrarie e opinabili.

Lo stesso Berlusconi, intervenendo a un convegno il 9 dicembre 2004 come presidente del Consiglio, spiegò: «Uno studio corrente dice che la media del pubblico italiano rappresenta l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi. È a loro che devo parlare». Chi parla? L’imprenditore che vede una fonte di lauto guadagno in un’impresa commerciale come le altre, o il politico che utilizza un potente mezzo di comunicazione per manipolare l’opinione pubblica, entrare nel vuoto lasciato da Mani pulite e trasformare l’impero dell’etere in un sistema di puro consenso elettorale acritico?

Fatto sta che il simbolismo inventato per imporre prodotti commerciali aveva livellato così in basso la resistenza degli italiani alla suggestione, che lo stesso linguaggio e gli stessi simboli permettevano di governarli senza alcuna apparente coercizione. Tutto nell’indifferenza generale e nella sorpresa di chi, pur avendo letto Gramsci, non ha nemmeno provato a contrastare il fenomeno se non inseguendolo sul suo stesso terreno. Come sfidare Cassius Clay a pugni o Bolt in una gara di corsa: una follia.

Per capire in cosa differiscono, secondo me, le ragioni e le strategie del consenso, ho provato a riflettere sul lavoro di Leonard W. Doob, docente alla Yale University, che ha studiato i meccanismi con cui il potere ottiene un consenso spontaneo dal popolo. Parte da posizioni accademiche e culturali molto diverse da quelle del filosofo sardo: la psicologia sociale e il comportamentismo americano il primo, la filosofia della prassi il secondo.

Come Gramsci definisce l’«intellettuale organico», capace di costruire un senso comune nelle organizzazioni culturali, nei media, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, così Doob studia la propaganda. Da una parte, spunti e opinioni su cui costruire una cultura critica; dall’altra, il condizionamento delle coscienze, là dove la cultura creerebbe solo problemi.

Nello studio di Doob, e in quelli successivi di altri autori, si individuano alcune categorie di analisi della propaganda, che posso riportare solo in forma breve e schematica (i titoli sono miei, scelti per semplicità) e che il lettore interessato potrà approfondire nei testi citati in nota.

Sono modi di costruire il messaggio, divisi per modalità di approccio:

Esagerazione: trasformare piccoli aneddoti in pericoli per la stabilità della nazione;

Unanimità: far percepire che le idee proposte siano comuni a tutti;

Volgarizzazione: livellare i messaggi culturali sul livello del pubblico meno istruito;

Semplificazione: scegliere un nemico e presentarlo come la causa di tutti i mali;

Contagio: fare di tutta l’erba un fascio, insistere che da quel nemico derivino tutti i mali;

Trasposizione: caricare sull’avversario tutte le colpe di ciò che accade.

Questi studi sono molto approfonditi, ma mi obbligano a un avvertimento finale. Qualora troviate in queste categorie qualcosa di attuale che riguarda i migranti, i musulmani, i ragazzi che manifestano, la televisione, i social media, insomma qualcosa che vedete accadere intorno a voi, devo avvisarvi che gli studi citati si riferiscono alle teorie e alla pratica di Joseph Goebbels per il trionfo del nazionalsocialismo.


[1] Leonard W. Doob, Goebbels’ Principles of Propaganda, in «Public Opinion Quarterly».