di Beppe Attene
La prassi democratica collettiva era tutto sommato abbastanza semplice.
In un dato momento iniziava la campagna elettorale che sarebbe durata un predefinito periodo, concludendosi il giorno delle elezioni.
24 ore prima dell’apertura delle urne veniva proclamato il “silenzio elettorale” che veniva indicato come pausa di riflessione (individuale e collettiva) prima del voto considerato come importante diritto-dovere.
Finita questa fase e preso atto del risultato i Partiti tornavano alle loro funzioni: organizzazione della vita interna, elaborazione di programmi e di finalità, decisioni tattiche sulla operatività territoriale.
Tutti (compresi comunisti e “nostalgici”) contribuivano a mantenere il proprio elettorato all’interno delle Istituzioni e nel riconoscimento nello Stato.
Oggi però viviamo in un contesto del tutto modificato.
Non soltanto la campagna elettorale inizia di fatto molti mesi prima della chiamata elettorale ma, di fatto, non si interrompe mai.
Il passaggio teorico (chiamiamolo così, per carità di Patria) sottintende che il vincitore non sarebbe legittimato ad esserlo e che occorre immediatamente iniziare a contrapporsi platealmente nel nome della libertà e della democrazia.
Deputati e Senatori dimenticano che, a norma di Costituzione, anche essi, pur sconfitti, rappresentano tutti gli Italiani, compresi quelli che non li hanno votati.
Dovrebbero, di conseguenza, dedicarsi a un ancora più fitto lavoro parlamentare per analizzare e migliorare sistematicamente qualunque percorso di legislazione parlamentare.
Preferiscono invece innalzare cartelli insultanti, abbandonarsi a incomprensibili proclami e, comunque, denunciare con forza e costanza che il Fascismo (che io preferisco chiamare mussolinismo per ridurlo a quel che realmente fu) sta per impadronirsi nuovamente dell’Italia e che essi lo impediranno.
En passant, sembra che non si rendano conto del favore che fanno al Governo che vorrebbero abbattere.
Quella (peraltro disunita) compagine politica appare, e si sente, legittimata nel procedere a colpi di decreti o di richieste di fiducia in Aula.
Richieste, ovviamente, sempre esaudite di fronte alla possibilità che l’opposizione invochi e ottenga il ritorno alle urne.
Ma tant’è. Viene il sospetto che quelli della cosiddetta sinistra come quelli della cosiddetta destra siano profondamente uniti fra loro nell’evitare il noioso e defatigante lavoro parlamentare sia che si svolga in Aula in Commissione.
Molto più divertente, e meno faticoso, appare insultarsi reciprocamente nei talks televisivi e sui social.
In fondo, qualunque cosa avvenga può essere addebitata alle responsabilità della partre opposta. Che si tratti di gravi incidenti avvenuti durante una manifestazione o della chiusura dell’ILVA di Taranto appare inutile cercare di capire e analizzare le cose.
Meglio non pensarci e attribuire la colpa “alla destra” o “alla sinistra”.
Può così capitare che se un Grillo Parlante dice un numero errato o lo interpreta male, il Grillo Parlante avverso non lo corregge immediatamente e con sussiego, come avrebbe fatto un Politico della vera politica.
Divisi dalla parte in campo ma uniti dalla incompetenza, verrebbe da dire.
È di tutta evidenza che questa prassi favorisce e determina il disinteresse dei cittadini e la gravissima riduzione dei votanti rispetto al corpo elettorale complessivo.
I Partiti non si dedicano più al lavoro di raccolta ed elaborazione dei bisogni presenti nella società civile, per collocarli (tramite proposte) sul piano più generale e complessivo.
Si limitano alla ripetizione prolungata e costante della chiamata alle armi.
Evitano scientificamente l’assunzione di responsabilità di analisi soprattutto in presenza di situazioni gravi e complesse.
Più facile dire “basta con la guerra”, “no al genocidio”, “difesa armata della proprietà”, “avere rapporti naturali”, “magistrati complici” e così via.
L’importante è solo che lo slogan, per quanto rozzo, ti qualifichi e ti definisca di fronte al momentaneo avversario e ti faccia conquistare un poco di like. Poi si vedrà.
Inevitabilmente il prevalere di questa logica da comizio elettorale perpetuo determina anche una modificazione, in peggio, dei criteri di formazione della classe dirigente interna ai Partiti.
Più della competenza specifica (che poteva spesso risultare scomoda per i vertici) viene privilegiata la capacità di attenersi a questi standard di comportamento.
Le stesse eventuali candidature vengono determinate dalla capacità di emettere messaggi (anche provocatori) in grado di attirare l’attenzione.
Con ogni probabilità questa discutibile tendenza troverà esplicita ammissione nelle candidature che caratterizzeranno le prossime elezioni.
Si tratta, dunque, di un processo di riduzione della Democrazia al solo momento elettorale che viene di conseguenza dilatato e disteso nel tempo.
Non casualmente tende a scomparire dal lessico condiviso l’uso della parola Partito che sottolineava l’aspetto di funzionalità democratica diffuso sul territorio e organizzato per Statuti, Tesseramento e forme di presenza costanti.
Ora si tratta di Comunità, di Movimenti e di Associazioni che non richiedono una stabile adesione e alle cui decisioni sembra poter partecipare chiunque.
Tanto poi non verranno rispettate.
Nei casi migliori si adopera, per essere riconoscibili, soltanto il Marchio, sempre senza svolgere più il lavoro democratico di base.
Ciò spiega anche perché, quando si arriva a momenti grave crisi sociale, la rabbia dei cittadini si dispiega contro tutto l’arco delle ex Forze Politiche.
Chiude l’ILVA di Taranto e nessuno è in grado di rispondere alle migliaia di persone che stanno perdendo il lavoro. E, ovviamente, l’insulto ai magistrati non può essere la risposta al dramma sociale in corso.
Alla stessa maniera nessuna forza politica può illudersi di ricavare consenso elettorale dalla posizione assunta verso le recenti manifestazioni di piazza.
Si tratta di esplosioni sociali determinate globalmente dalla assenza di risposte di tutta la sfera politica ed istituzionale.
A ben poco servirà il teorizzare la repressione come l’annuire compostamente distinguendo i buoni dai cattivi manifestanti.
Siamo in presenza di segmenti della società civile che esprimono platealmente problematiche e questioni sociali che nessuno raccoglie, organizza ed esprime.
Dalla conseguente cancellazione della speranza alla ribellione di piazza il passo è brevissimo.
Vi è però un ultimo elemento sul quale dovrebbe oggi ragionare sia chi ci governa che chi fa opposizione.
La distruzione delle forme di partecipazione e la riduzione dello spirito democratico al momento elettorale sta comportando una profonda modificazione nelle dinamiche del consenso come del dissenso.
Il corpo elettorale è composto da persone che, nel rapporto con la Rete e con i social, hanno sostituito il precedente sistema di determinazione delle scelte con altre modalità operative.
L’individualizzazione dei consumi si fonda sulla convinzione, errata o meno che sia, di poter disporre in tempo reale di tutti i fattori e gli elementi della scelta in atto.
Detto ciò in altri termini, la valutazione su come comportarsi viene assunta soltanto nel momento in cui ci si appresta ad agire.
La informe Politica in cui stiamo vivendo si presenta (e non solo a noi italiani) come la piattaforma su cui acquistiamo, per esempio, un nuovo cellulare.
Non decidiamo un mese prima, ma aspettiamo sino all’ultimo la totalità delle offerte sperando un miglioramento definitivamente convincente.
Tradotto in politichese ciò significa che, in assenza di precedenti tiranti ideali, la decisione se votare o meno ed eventualmente per cosa votare verrà assunta sulla base degli stimoli che si presenteranno nelle ultime 24\48 ore prima dell’apertura delle sezioni elettorali.
Naturalmente sarà determinante la percentuale di astensionismo e, soprattutto, il suo addensarsi nei confronti delle residue aree di appartenenza.
E, d’altra parte, nel momento in cui la conquista del potere\dovere di governare si gioca attorno al 20% della metà della popolazione italiana, perché l’elettore dovrebbe sentirsi fortemente motivato e recarsi alle urne?
In fondo, se non trovo il modello di cellulare che mi piace e mi conviene, continuerò ad usare il mio vecchio.
Ma forse questo le forze politiche già lo sanno.
Spiegherebbe la enorme attenzione messa nella scelta della data elettorale, calcolando i fattori di insoddisfazione o di illusione probabili momento per momento, giorno per giorno.
Se così fosse, però, potrebbero intanto decidere di non continuare a farci assistere a una baruffa insipida e fasulla che fa riferimento soltanto a discutibili proiezioni di voto.
E, a queste elezioni magari arriveremmo più sereni e più lucidi.













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