A Roma è nata l’Associazione mondiale AI4Peace. La pace, però, non si perde soltanto ai tavoli dei trattati. Si perde nell’istante in cui smettiamo di essere noi a decidere.
di Nicoletta Iacobacci
Tre secondi e sei decimi. Tanto impiega un sistema di puntamento militare potenziato dall’AI per selezionare un bersaglio. Mille bersagli in un’ora. A quella velocità, l’essere umano, nel processo, non decide più. Firma soltanto. Ho aperto così il mio intervento ad AI4Peace, la conferenza che per due giorni ha riempito le aule della Pontificia Università Lateranense, un luogo che di solito parla d’altro.
L’iniziativa è seria e arriva al momento giusto. Ad aprire, un messaggio di Papa Leone, il presidente della Regione Lazio Rocca, la presidente del consiglio comunale Celli. Poi, le istituzioni che hanno tenuto il tavolo: la Lateranense, la University for Peace, la Pontificia Accademia per la Vita e voci come Jeffrey Sachs, Jeremy Rifkin, Antoinette Rouvroy e Guilherme Canela dell’UNESCO. Dario Amodei di Anthropic e Dal Pino di Microsoft hanno inviato un messaggio di sostegno. Studiosi e rappresentanti di oltre quaranta paesi nelle sessioni parallele, una tavola rotonda sull’enciclica del Papa. Alla fine, dopo le conclusioni di don Andrea Ciucci, l’assemblea ha dato vita all’Associazione mondiale AI4Peace, con un percorso di costituzione che si concluderà nei prossimi mesi.
L’idea è di Sergio Bellucci, Direttore Accademico dell’Università per la Pace dell’Onu in Italia, e non era affatto scontata. Mettere nella stessa sala la Santa Sede, le Nazioni Unite, quaranta paesi e chi sviluppa l’intelligenza artificiale non è un colpo di agenda.
Pace e macchine fanno parte della stessa domanda: chi decide? Bellucci l’ha vista prima che diventasse evidente a tutti. I convegni che restano nascono così, da qualcuno che intuisce il tavolo giusto un momento prima degli altri. E la prova non sono i due giorni. È l’associazione che resta quando i due giorni finiscono.
Serviva. Quando parliamo di intelligenza artificiale e guerra, pensiamo quasi sempre a un problema di hardware: quali armi vietare e dove tracciare la linea. È necessario, assolutamente, ma non basta. Perché lo spostamento vero è più silenzioso e nessun trattato lo vede.
Ma la domanda che ho portato al mio tavolo era un’altra. A chi diamo il potere di decidere, al silicio o all’uomo? Non nel senso della macchina che si ribella: quella è fantascienza. Nel senso della macchina che funziona benissimo. Ti finisce il pensiero prima che tu lo formi. Ti restringe le opzioni prima che tu le guardi. Agisce un attimo prima che termini la riflessione. Quasi sempre la risposta è buona: la prendi e ti senti sollevata. Poi, un giorno, ti accorgi che non stai più scrivendo, stai approvando. Non stai più giudicando, stai confermando.
C’è un istante preciso in cui tutto questo accade. La risposta arriva, e tu decidi se prenderla o fermarla. Senza accorgertene, perché lo fai sempre più in fretta. L’efficienza è diventata il nostro mantra. È il micro-momento.
È lì che si gioca tutto, ed è lì che non governa nessuno.
Oggi controlliamo l’AI in due modi. La tecnica ci dice se la macchina è in grado di compiere un’azione. Le regole ci dicono se quell’azione le è consentita. Ma c’è una terza domanda, l’unica che riguarda la pace e che nessuno si pone: prima che accada, l’essere umano dovrebbe fermarsi un attimo? Come?
Oggi siamo in molti a occuparci di etica e intelligenza artificiale. Per anni è stato soprattutto pensiero, e il pensiero serviva. Ma ora gli strumenti per tradurlo in pratica ci sono. E un’etica che resta sulla pagina o nei dibattiti, non ferma niente. Io ho smesso di teorizzare soltanto. L’ho costruito. L’ho chiamato Pause Protocol e, da aprile, gira nel mondo reale: rimette un minimo di attrito dove le macchine lo hanno tolto. Non rallenta la macchina, rallenta il momento umano della decisione. È poco, e cambia tutto.
Perché sia una questione di pace, lo si capisce tornando dove abbiamo cominciato: a quella velocità, alle mille decisioni all’ora. I sistemi costruiti per la guerra sono progettati per correre. Schiacciare l’istante umano non è un effetto collaterale, è l’obiettivo. La macchina decide e l’uomo firma ciò che è già deciso.
Una macchina non esita. Non sente che qualcosa non torna. Un essere umano sì. Ma chi sta dietro a un sistema come Maven, il sistema dei 3,6 secondi, oggi, quel no quasi non può dirlo. La pausa gliel’hanno tolta dal disegno. E che ci sia spazio per un no non lo decide chi preme il tasto in quell’istante, lo decide chi ha progettato il sistema, molto prima. Una scelta fatta a monte, da una cultura. Se smettiamo di esercitare il giudizio nelle piccole cose, mille sì facili al giorno, finiamo per costruire e accettare macchine che non lasciano spazio a nessun “no”. Il no che servirebbe nell’estremo si prepara lì, in quello a cui diciamo di sì ogni giorno.
La dignità umana era il cuore della tavola rotonda sull’enciclica. È anche il cuore del mio lavoro. La pace è un’architettura prima di essere un trattato, e un’architettura si disegna prima che il sistema esista. Se un livello può essere costruito per comprimere il giudizio umano, può essere costruito anche per proteggerlo. Non è una scelta tecnica. È una scelta morale.
Riprendiamoci i nostri 3,6 secondi.













Lascia un commento