di Cosimo Prantera
Esiste un argomento in filosofia della scienza chiamato “meta-induzione pessimistica” formulato da Larry Laudan. L’argomento esprime un concetto semplice: poiché quasi tutte le teorie scientifiche del passato, pur avendo avuto talora un successo empirico, si sono rivelate false, non abbiamo alcun motivo statistico per credere che le nostre attuali teorie siano definitive.
La meta-induzione pessimistica suggerisce come un sistema coerente possa essere totalmente errato. Ne è un esempio la causa a cui il luminare della medicina milanese Alessandro Tadino attribuì l’epidemia di peste che aveva colpito nel 1600 la citta di Milano, e che Manzoni riporta nei “Promessi Sposi”: “la causa era la congiunzione tra Giove e Saturno, presagio del castigo divino giunto a punire i peccati dei contemporanei”.
Nel 1630, l’astrologia medica era una disciplina codificata, con una sua logica interna e strumenti di osservazione come i telescopi e le tavole effemeridi.
Era “scienza” perché, in quel momento, era il sistema più coerente per spiegare questo evento. Tuttavia, oggi abbiamo compreso che la coerenza interna di un sistema non e’ un attributo che da solo possa stabilire che una ipotesi scientifica sia definitivamente provata. Ma la meta-induzione pessimistica che è stata prospettata per le teorie scientifiche puo’ essere utilizzata anche in filosofia?
Le teorie filosofiche non hanno la caratteristica, suggerita da Popper, di essere empiricamente falsificabili.
La teoria del dualismo cartesiano, che afferma che esiste un corpo distinto dalla mente, e’ una teoria filosofica e quindi è una teoria ontologica e concettuale. La teoria del dualismo non raccoglie dati, ma accumula e scarta ipotesi concettuali attraverso la critica logica e il confronto con l’evoluzione del sapere scientifico.
Di conseguenza anche le teorie filosofiche tendono ad esaurire il loro potere esplicativo quando sono messe a confronto con le nuove acquisizioni della scienza.
La scienza ha il compito, talora ingrato, di ridimensionare le fantasiose interpretazioni della mente umana.
Ma perché il dualismo è ancora così dibattuto avendo subito modifiche migliorative nel tempo, spesso come conseguenza di acquisizioni empiriche delle scienze cognitive?
Il dualismo cartesiano, distinguendo il pensiero, i sentimenti e la coscienza (la res cogitans) dal corpo fisico (la res extensa), soddisfaceva storicamente due esigenze: da un lato dava supporto alla metafisica, cioè affermava la necessità di un dio creatore che forniva al corpo un’anima; dall’altro dava ragione all’esigenza di proteggere la coscienza, l’amore e i vari sentimenti talora sublimi sperimentati dal sapiens, dalla riduzione a mero corpo fisico.
Il dilemma ridotto all’osso e’ quindi piuttosto semplice: o i nostri neuroni emettono segnali elettro-chimici (cioè materia fisica) che divengono emozioni, pensiero e sentimento oppure qualcosa o qualcuno fa emergere nel nostro corpo tutto questo mondo di emozioni che e’ di conseguenza cosa diversa dalla materia fisica di cui il nostro corpo e’ composto.
Ma il campo di gioco e’ molto largo ed i giocatori, che si sono divisi nelle due squadre pro o contra il dualismo, erano e sono giocatori di talento che hanno raffinato le loro posizioni ideologiche trovando i punti deboli dell’uno e dell’altro schieramento.
Su questo dibattito pende il sarcastico giudizio del filosofo Gilbert Ryle sui sostenitori della ipotesi neo-dualista, posizionandoli nel ruolo di credenti nel “Ghost in the machine” cioè in
un’entità immateriale- la mente- che muove le leve del corpo fisico (la materia) come un fantasma che è alla guida di un robot.
Ma il talento non si smonta con frasi ad effetto, la tesi dualista cartesiana, abbellita nel tempo, ha retto sino ad ora alle contestazioni. E di critiche ne ha avute; già pochi anni dopo la formulazione di questa tesi, un grande pensatore come Baruch Spinoza sosteneva che mente e corpo non erano due sostanze distinte, ma due attributi paralleli di un’unica sostanza infinita (Deus sive Natura).
E circa due secoli piu’ tardi Firederich Nietzche scriveva decisamente nel “Così parlò Zarathustra” una delle sue tesi più celebri: “Io sono corpo interamente, e nient’altro; e
l’anima non è nient’altro che una parola per qualcosa che è nel corpo.”
Ma poiché’ incertezze ci sono ancora oggi, malgrado lo sviluppo delle scienze cognitive, l’obiezione a ricondurre tutte le nostre sensazioni e, specialmente, la coscienza ai neuroni del nostro cervello, l’ipotesi dualista abbellita e lucidata ritorna ancora.
Il filosofo australiano David Chalmers definendo l’irrisolvibilità dell’”hard problem” della coscienza, e’ tornato ad ipotizzare che la coscienza non emerge dal nulla della materia inanimata, ma che e’ una proprietà fondamentale dell’universo, tanto quanto il concetto fisico di massa o di carica elettrica.
Ed ha creato un certo sconcerto nel mondo filosofico che l’epistemologo inventore del falsificazionismo, che aveva emesso la condanna alla psicanalisi freudiana definendola pseudoscienza, si schierasse verso una posizione pseudo-dualista. Karl Popper nel suo saggio “L’Io e il suo cervello” scritto insieme al neurofisiologo John Eccles, sostiene che anche accettando che la base di partenza del tutto sia la materia, i sistemi biologici complessi sviluppano proprietà mentali di ordine superiore che non possono essere spiegate interamente dalla fisica e dalla chimica dei neuroni. Una critica all’emergentismo, cioe’ a coloro che sostenevano che pensiero e coscienza fossero proprietà emergenti dalla materia.
Il passaggio dalla meraviglia del nostro pensiero (wow) alla comprensione (how) non solo disturba i sognatori, ma e’ il principale ostacolo ad accettare che emozioni, sentimenti e coscienza siano un parto del nostro cervello fisico.
Ma dovremo accettare la spiegazione fisicalista che le scienze cognitive oggi ci propongono: che il nostro cervello è una macchina di inferenza che e’ stata tarata dall’evoluzione per la sopravvivenza, e non per comporre poesie o per capire l’epistemologia. Tuttavia accettare che l’estasi poetica, il dolore, il lutto o l’apprezzamento della musica siano il sottoprodotto di scariche elettrochimiche e gradienti ionici richiede una violenza psicologica contro la nostra stessa immediata percezione.
Istintivamente troviamo molto più comodo rifugiarsi nel mistero di una mente/anima piuttosto che a leggi fisiche dentro di noi.
Le teorie delle scienze cognitive ci spiegano che non c’è una frattura ontologica o una magia metafisica nel passaggio dalla vita fisica alla mente, ma un cambio di regime funzionale, come fosse cambiato il campo di gioco, sempre controllato dalla stessa forza evolutiva per mantenere la omeostasi.
Quindi un continuum dalla lotta per la vita fino alla coscienza, alla cultura ed alla civiltà. Questo concetto e’ magistralmente riassunto dal titolo del libro di Daniel Dennett “Dai batteri a Bach. Come evolve la mente”.
Stamane in campagna, svegliandomi all’alba, ho incominciato a sentire i suoni ed i rumori che in genere gli animali si scambiano fra di loro. Non sono senza significato ma sono il racconto di storie semplici, di emozioni provate, la ripresa della vita del giorno; sono storie delle loro emozioni di felicità, paura o semplice comunicazione agli altri di essere vivi o di cercare una compagna. Tutto credo inizi dalle storie e dal rumore comunicativo sino alla nascita del nostro linguaggio. Le prime espressioni incorporee dei neuroni sono, secondo la teoria oggi più condivisa delle scienze cognitive, le emozioni. Questa teoria somatica delle emozioni nasce da William James e Carl Lange fino alle neuroscienze contemporanee di Antonio Damasio.
Le emozioni sono programmi d’azione, molto complessi ed automatizzati, selezionati dall’evoluzione. Coinvolgono risposte corporee, di visceri, dei muscoli e del sistema neuroendocrino, a stimoli ambientali. Risposte emotive a pericoli che rientrano nei comportamenti reattivi delle 4F dell’evoluzione, Fighting, Fleeing, Feeding, Fucking ed in alcune specie il Freezing che e’ la risposta al pericolo con blocco del sistema corporeo e nervoso.
Nella pratica le emozioni si presentano come variazioni del battito cardiaco, rialzo della pressione arteriosa, sudorazione, tremori, espressioni facciali, contrazioni dei visceri e molte altre.
Secondo questa prospettiva materialista e anti-dualista le emozioni non sono entità immateriali o astratte, ma programmi d’azione neurovegetativi e motorie selezionati dalla evoluzione. Sono la dimostrazione che la mente emotiva è inseparabile dal corpo fisico.
Tuttavia dobbiamo considerare che questi complessi meccanismi non sono né universali né immutabili, ma emergono come risposte adattive modellate dai livelli più avanzati dell’evoluzione biologica. Su questi programmi somatici di base si innestano la variabilità contestuale e la costruzione cognitiva, ponendo le basi per quel salto qualitativo per cui la reazione biologica cede il passo all’esperienza cosciente ed alle sensazioni.
Dovremmo concentrare la nostra attenzione sulla conseguenza della distinzione tra emozioni e sensazioni, considerandole nel processo evolutivo del sistema nervoso. Colpisce che ancora qualcuno anche colto ed intelligente si arrovelli su una forma di neo-dualismo perche’ considera le sensazioni, il pensiero umano e tutto quello che e’ l’armamentario dei nostri sentimenti, sia stoffa troppo elevata e troppo “misteriosamente sublime” perche’ sia riconducibile al corpo materiale. Capisco che per un essere umano nel quale spesso domina il sentimento, sia difficile accettare che il meccanismo che lo ispira sia equiparabile alla risposta della cute ai raggi solari od a qualsiasi funzione che i nostri organi compiono. Tuttavia quello che avviene veramente e’ oggi spiegabile attraverso i principi della complessità biologica ed ormai nessuno si dovrebbe arrovellare ad inventare anima, dei, od una novella fisica per cercarne una spiegazione. Se si accetta che evolutivamente i neuroni si siano inventati -uso un linguaggio metaforico- le emozioni per sopravvivere, il gioco e’ fatto!
Le sensazioni e la coscienza di viverle sono gli abiti nuovi dei quali le emozioni si sono rivestite, talora elegantemente inutili, talora salvifiche; molte volte utili a richiamare l’attenzione od a dar sfogo piacevole a qualche ventata di dopamina, sfogo che l’organismo riconosce come importante e vantaggioso, ed indispensabile per mantenere la nostra specie facendoci accoppiare!
Dal punto di vista scientifico tutto quello su cui ho divagato sopra ha una teoria forte a sostenerlo. Anche se come tutte le teorie ha critici e detrattori illustri che, tuttavia, non ne alterano l’eleganza esplicativa. La spiegazione che dà Antonio Damasio- che ha avuto molti precedenti suggeritori- e’ quella che definisce il continuum dai batteri a Bach. Una teoria che ci dice che il tutto e’ accaduto senza finalità e senza progetti. Che ci dice con pacatezza che tutto e’ avvenuto senza alcun intervento esterno. E’ quella che ci dice che non tutte le tessere del mosaico sono a posto ma che la trama e’ quella che la teoria ha disegnato.
Per Damasio la linea del continuum è strettissima e radicata nella biologia della sopravvivenza e nel mantenimento dell’omeostasi.
L’emozioni sono programmi d’azione complessi, automatici e non consci, in gran parte motori e neurovegetativi, inscritti nel corpo per rispondere agli stimoli dell’ambiente in modo da preservare la vita. Un batterio ha i precursori omeostatici; un organismo complesso ha programmi emotivi (fuga, attacco, congelamento).
Primitivamente predominano le 5 F della sopravvivenza,
Le emozioni accadono nel corpo.
Le sensazioni (feelings) rappresentano il momento in cui le strutture sottocorticali (tronco encefalico e ipotalamo) mappano e percepiscono le emozioni e lo stato corporeo che segnala che qualcosa non va. Quando le modificazioni viscerali e muscolari vengono mappate nella corteccia somato-sensoriale, l’organismo sente l’emozione.
Avvertire un pericolo e la emozione che scatena diventa la sensazione cosciente che un cambiamento corporeo e’ avvenuto. Il passaggio alla coscienza avviene tramite l’evoluzione di un Se (self), cioè quando l’organismo percepisce che quella sensazione è vissuta da lui stesso.
Quando, con l’aumento della memoria e della complessità, questo Se si storicizza, cioe’ collega il suo vissuto al momento presente, unendo passato e futuro, sono state gettate le basi per il pensiero simbolico e autobiografico.
La coscienza nasce, secondo Damasio ed altri, perché il cervello ha bisogno di monitorare in tempo reale lo stato di salute del suo corpo per ottimizzare le decisioni e cercare di conservare la omeostasi.
Questo e’ il percorso, senza salti metafisici, senza discontinuita’; il viaggio parte dalla cellula isolata fino a Bach e sostituisce ogni spiegazione dualista. E chiarisce che il WOW della meraviglia di quello che accade nel nostro universo puo’ rimanere inalterato anche quando l’HOW della conoscenza ne ha spiegato la causa.
Questo articolo risponde, spero, a qualche domanda rivoltami dopo la pubblicazione di “La Vita è un Meraviglioso Errore”.













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