Articolo estratto dal pdf gratuito “STORIE” n. 9
di Cristina Andreotti
Benessere mentale: abbattere lo stigma, abbattere i tabù.
Credo che lo scoglio maggiore da superare per garantire a ciascuno il diritto alla salute mentale, considerato, come va necessariamente considerato, un aspetto imprescindibile della condizione di salute generale dell’essere umano, sia combattere ed eliminare stigma e tabù legati alla sfera psicologica. Questo aspetto è forse il primo e discriminante ostacolo che va affrontato con determinazione a livello sociale.
Bisogna parlarne per informare, conoscere, senza necessariamente pretendere di capire appieno le questioni.
Parlarne per “normalizzare”, ma poi… chi è normale e chi è diverso? Diversi da chi? Normale rispetto a cosa? Rientrare nella “norma” intesa come maggior numero di persone in base alle statistiche? …i numeri di persone che vivono un disagio mentale sono evidenti, e in crescita.
I dolori che non si vedono fanno male allo stesso modo di quelli evidenti, e forse anche di più, e ciascuno inconsciamente manifesta il proprio dolore come può. È un grido, a volte silenzioso, a volte violento, che dobbiamo imparare ad ascoltare e cercare di comprendere.
Non diresti mai a una persona con la febbre di “tirarsi su, farsi forza, vestirsi e uscire, che poi passa…”. E non lo faresti neppure con qualcuno con una gamba rotta.
Ma tant’è: questa è una reazione quasi istintiva quando abbiamo a che fare con una persona che soffre ad esempio di depressione, oppure in ritiro sociale.
Non abbiamo idea di cosa significhi soffrire di questi malesseri.
“Stai così perché non esci, esci così ti passa”.
E invece non funziona in questo modo, non è così semplice la soluzione.
Certo non c’è cattiveria in queste reazioni, c’è semplicemente ignoranza.
Bisogna inoltre capire che non è necessario essere ricoverati presso qualche struttura o avere un “certificato medico” per sentire un malessere interiore, per sentirsi “in vestiti troppo stretti addosso”, fuori luogo, fuori tempo, fuori contesto.
Eppure, la superficialità con la quale la maggior parte delle persone approccia situazioni di questo tipo è davvero spiazzante, ancora oggi.
Siamo sicuri che il problema sia solo di altri? Solo dei giovani, perché sono giovani o solo degli anziani perché sono anziani? Solo degli immigrati, perché sono in un luogo “straniero”?
Nel resto d’Europa, in alcuni Paesi in particolar modo, viaggiano su altri livelli. Ad esempio, i permessi lavorativi per burnout sono talmente sdoganati che vengono utilizzati abitualmente per prendersi delle pause dal lavoro, e non è certamente un motivo di vergogna, se ne discute tranquillamente con colleghi, amici o parenti.
In Italia queste cose a malapena si sussurrano, quasi fosse una colpa non essere costantemente in bolla, sempre sul pezzo, sempre pronti con spalle forti per affrontare tutto.
Sostengo e credo fermamente nella proposta di legge di “Diritto a stare bene” e credo che questo diritto si raggiunga innanzitutto attraverso il riconoscere e l’accettare il diritto a stare male, come condizione ordinaria delle persone.
CRISTINA ANDREOTTI. Comitato diritto a star bene coordinatrice VALLE D’AOSTA













Lascia un commento