SOCIALE, NON SOCIAL

di Beppe Attene

Non è certamente né facile né gradevole riconoscere ed accettare il fatto che il corpo profondo della società italiana sia nuovamente percorso da una conflittualità rabbiosa che tende velocemente ad assumere comportamenti di aperto scontro identitario che possono trasferirsi anche sul piano fisico.

Gli anziani ricordano il breve lasso di tempo in cui si determinò un consenso, spesso anche direttamente partecipato, attorno a una serie di forze dichiaratamente eversive di destra come di sinistra.

Erano gli anni ’70. Ancora oggi colpisce, nel ripensarci, come alla gravità di quanto veniva accadendo corrispondesse una chiara percezione da parte di chi a quelle forze organizzate si contrapponeva in nome dello Stato e della dialettica democratica.

Lo sapevamo.

            Se i fascisti mi attendevano sotto casa, io dovevo innanzitutto preservare la mia integrità fisica ma contemporaneamente non potevo non considerarli una forza politica che agiva sul territorio.

In una parola non erano nemici ma avversari da combattere e battere.

Altrettanto a sinistra. Se l’Unione dei Comunisti Italiani (poi P.C.I. ml) veniva a volantinare deliranti contenuti a bocca di fabbrica cercando l’appoggio della classe operaia, io consideravo mio dovere (da dirigente socialista) affrontarli sul piano dei contenuti.

Certo, quando il loro leader Aldo Brandirali si è candidato con Forza Italia, qualche dubbio sulla onorabilità di quella compagine mi è venuto.

E mi è rimasto il ricordo doloroso di quella cara compagna che convinsero a non abortire, sostenendo che il proletariato non lo fa.

            In una parola qualunque posizione anche estremistica agisca, rendendosi identificabile, nella società ritiene di rappresentare degli interessi e delle opzioni presenti e cerca, pur in maniera inaccettabile, di portarli avanti.

Aggiungo che solo questo può spiegare come molte migliaia di persone, sia a destra che a sinistra, non abbiano esitato a porre a rischio il proprio futuro e la stessa propria vita.

Da combattere con decisione, da reprimere con durezza ma senza dimenticare mai che (salvo qualche episodio di carattere più psicopatico che politico) dietro o accanto anche ai più aspri momenti di conflittualità sociale vi è una zona di bisogni che possono non essere giusti ma sono comunque da considerare e farci i conti.

            L’Italia sta probabilmente per vivere una nuova fase di grave e diffusa conflittualità, destinata ad esprimersi anche con forme crescentemente violente.

A nessuno sfugge la rabbia che ci circonda, in ogni azione della nostra vita.

Si sommano, in questa sindrome, fattori diversissimi ma convergenti sul determinare comportamenti conflittuali e rabbiosi.

Il peggioramento delle condizioni di vita che ogni famiglia quotidianamente affronta si unisce alla diffusione di insulse teorie sul pericolo di un ritorno al regime fascista.

La paura che ognuno prova di fronte alla guerra circostante dialoga nel cuore di ciascuno con la evidenza di una prossima crisi economica.

Il disagio di fronte a rabbiosi atteggiamenti adolescenziali incontra l’ipocrisia di chi li attribuisce alla immigrazione sul nostro Territorio di razze e culture diverse.

            Cresce così una rabbia insoddisfatta e cieca che attribuisce a ciascuno il diritto – dovere di reagire e difendersi.

Il genitore che, pur in una vita normalissima, aggredisce l’insegnante che ha messo una nota al figlio non si sente colpevole ed anzi valorizza interiormente quel comportamento.

Non vi è nulla di strano o di nuovo.

L’essere umano, di qualunque genere, vive ogni evento della sua vita come rivolto essenzialmente a lui stesso.

È soltanto la dimensione religiosa, culturale o politica a trasferire la sua personale contraddizione in un ambito più vasto in cui il suo peculiare diritto a ottenere giustizia si scioglie in un obiettivo generale e complessivo.

Se vivo in un mondo in cui il titolo di studio è solo un pezzo di carta e non ha alcun valore la autorevolezza del docente, forse difendere mio figlio può persino apparirmi come dovere, o almeno opportunità.

            E, così, se il Sistema Sanitario funziona male debbo punire io i sanitari che mi appaiono come gli unici colpevoli a portata di mano.

Insomma, tutto quello che la Politica (con la p maiuscola) non raccoglie ed organizza in proposta politica generale rimane per terra e genera inevitabilmente comportamenti sempre più estremi.

Ancora: come dimostra il recente referendum, ciò che non viene presentato come oggettivo e serenamente rispondente agli interessi collettivi viene inevitabilmente vissuto come terreno di battaglia contro qualcosa.

Così una banale e sostanzialmente corretta legge è stata respinta dal Popolo Italiano in nome di una guerra assoluta e liberatoria.

            Il quadro è reso ancora più definitivo dal fatto che alla crisi della politica consapevole si unisce oggi un continuum di comunicazione iper – individualizzata in cui ognuno ritiene di poter trovare la propria espressione e il proprio consenso.

Il concetto di dimensione sociale è stato bruscamente sostituito da quello di accesso individuale attraverso il sistema dei social.

Il concetto di approvazione è stato altrettanto velocemente sostituito da quello di condivisione, per quanto limitata.

Il poter far giungere e mostrare a qualcuno un comportamento seppur violento e scorretto viene vissuto come automatica approvazione dello stesso.

            Insomma, una immensa serie di opzioni e comportamenti presenti nella società italiana non si rivolge più verso la sfera istituzional–politica ma inevitabilmente pretende, e pretenderà sempre più, di esprimersi direttamente.

E, purtroppo, la politica tende a viversi sempre più come giustificata in proprio esasperando negativamente la propria autonomia rispetto alla società civile.

È anche vero che gran parte delle contraddizioni e difficoltà che oggi stiamo vivendo dipendono e discendono da fattori di carattere internazionale che certamente sfuggono al controllo della politica italiana, che è soltanto costretta a subirle.

            E tuttavia proprio questa condizione dovrebbe costringere tutti ad assumere un punto di vista più generale e globale da trasmettere (anche in differenti interpretazioni) al Popolo Italiano.

Il recupero di una identità nazionale con cui operare rivolgendola in particolare all’Europa sarebbe oggi fondamentale e inizierebbe a ricostruire dalla base il legame con coloro cui si chiede il mandato per governare.

Questo, però, implica che le forze politiche dovrebbero impegnare i loro dirigenti a superare per primi la logica della finta comunicazione via social per tornare alla faticosa realtà dell’ascolto e della elaborazione paziente.

Un obiettivo comune a tutti dovrebbe poi essere una azione concordata per verificare le informazioni e i messaggi presenti nel mondo WEB per bloccare l’enorme numero di filmati e dati falsi che oggi circolano liberamente.

Già questo basterebbe a limitare i danni.

Ma anche di questo, forse, un’altra volta.