di Diego Castagno
Clichy-sous-Bois, 27 ottobre 2005. Muoiono Zyed Benna e Bouna Traoré, due ragazzi della banlieue poco più che adolescenti. Mentre tornavano a casa dopo aver giocato a calcio, vengono inseguiti dalla polizia per un controllo. Terrorizzati, cercarono scampo nascondendosi in una cabina elettrica a Clichy-sous-Bois, dove rimangono fatalmente folgorati. Con loro c’è anche Muhittin Altun, 17 anni, che miracolosamente sopravvive riportando ustioni gravissime e permanenti. Nelle banlieues intorno a Parigi esplode una rabbia sorda. La protesta è violentissima e si propaga rapidamente in tutto il Paese, toccando oltre trecento comuni.
Pochi giorni prima della morte dei due ragazzi, l’allora Ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy in visita alla banlieue di La Courneuve dopo l’uccisione di un bambino da parte di una pallottola vagante disse in un discorso ufficiale:
“Ripuliremo la città con il Kärcher (una marca di idropulitrici ad alta pressione) dalle racaille dei blocchi”.
Questo dichiarò Sarkozy con una retorica muscolare, elemento chiave che accompagnò l’esposizione della protesta. Le parole di Sarkozy passarono alla storia e radicalizzarono la crisi già grave tra istituzioni e periferie. In francese racaille significa feccia.
La rivolta di Saint Denis parte da ancora più lontano. Il contesto è quello della crisi economica e sociale e delle misure lacrime e sangue imposta da Chirac e dal primo ministro Sébastien Lecornu. La tensione sociale e la violenza urbana nelle periferie e nelle città non si limita alla sola capitale, ma si estende capillarmente nel centro e nel sud della Francia.
I primi fatti di cronaca avvengono a metà luglio in corrispondenza della festa nazionale del 14, a Limoges e a Bezieres si verificano violenti scontri nei quartiere a forte immigrazione migratoria. Nel settembre 2005, la rabbia delle banlieues si intreccia con le oceaniche manifestazioni popolari del movimento “Bloquons Tout”, (Blocchiamo Tutto), nato sui social per protestare contro i tagli alla spesa pubblica.
La tragedia del 27 ottobre dà il via a tre settimane di disordini. Le immagini delle auto in fiamme aprono i telegiornali internazionali, il bilancio materiale è pesantissimo: circa diecimila veicoli distrutti, decine di edifici pubblici assaltati e tre vittime civili. Lo stato risponde con una linea di massima intransigenza. Al governo c’è Dominique de Villepin. Quel “racaille”, feccia, del suo ministro Sarkozy è praticamente un manifesto politico: la polizia arreca più di tremila persone in tre settimane, nei quali la situazione degenera progressivamente. Il 30 ottobre 2005, durante gli scontri le forze dell’ordine spararono un candelotto lacrimogeno all’interno della moschea Bilal a Clichy-sous-Bois nel pieno del Ramadan. L’episodio provoca il panico tra i fedeli in preghiera. La polizia nega a lungo la responsabilità dell’accaduto, ma l’evento viene percepito dalla comunità musulmana locale come una profanazione senza precedenti, gettando ulteriore benzina sul fuoco delle proteste.
L’8 novembre il presidente Jacques Chirac decreta lo stato di emergenza, applicando una legge del 1955 risalente alla guerra d’Algeria che introduce il coprifuoco in diverse aree urbane.
Nanterre
Nanterre. 27 giugno 2023. Nahel Merzouk, un giovane francese di origini algerine alla giuda di un’auto senza patente, forza un posto di blocco. Uno dei poliziotti, dopo aver intimato al ragazzo di fermarsi, spara ed uccide Nahel, che muore poco dopo l’arrivo dell’ambulanza. La polizia parla di legittima difesa ma il filmato di un passanti smentisce questa versione e mostra come il colpo sia partito a bruciapelo e diretto al petto del ragazzo.
La scena viene immediatamente diffusa sui social e scatena la rivolta e la violenza in tutto il paese. Il bilancio ricorda i fatti dell’autunno del 2005: oltre tremilaseicento arresti, migliaia di auto bruciate, vetrine dei negozi in frantumi. Tutto in 8 giorni di caos.
La seconda grande rivolta delle Banlieues parigine parte da Naterre, uno dei blocchi della periferi dove dalla fine degli anni 70 vivono gli immigrati. Nel 1961 le case delle banlieues vennero assegnate agli algerini dopo la guerra di indipendenza, circa un milione di persone. Oggi nelle banlieues ci sono i nuovi arrivati e le cosiddette terze generazioni.
La risposta dello stato guidato da Emmanuel Macron ai “Riots” è imponente almeno quanto quella del 2005: vengono impiegati 45.000 agenti, e i reparti speciali delle forse dell’ordine. Si introduce il coprifuoco notturno e si sospendono le corse serali di bus e tram in tutto il Paese.
I danni materiali sono stimati in oltre mezzo miliardo di euro. I bersagli dei rivoltosi sono le automobili ma non solo, vengono colpiti i simboli della presenza del stato, i municipi, i commissariati, le scuole, le biblioteche e gli autobus. Vengono colpiti i centri commerciali, saccheggiati e dati alle fiamme.
La rivolta del 2023 di Nanterre genera una delle più violente ondate di guerriglia urbana nella storia recente della Francia. Marsiglia, Lione, Lilla, Tolosa, Strasburgo e Nizza sono l’epicentro di un rivolta diffusa sul territorio, per molti aspetti diversa da quella del 2005, sia per la velocità di propagazione dei disordini in tutto sul paese sia per la selezione dei bersagli.
La velocità è sicuramente dovuta alla possibilità di utilizzare le piattaforme social per disintermediare la diffusione dei contenuti e delle notizie Nel 2005 la rivolta si estende progressivamente nell’arco di giorni attraverso il passaparola e la copertura dei telegiornali tradizionali. Nel 2023, il video dell’uccisione di Nahel Merzouk diventa virale in pochi minuti su TikTok, Snapchat e Instagram. Gli algoritmi che come è noto premiando l’ingaggio emotivo e i contenuti polarizzanti, hanno accelerato la diffusione del video e geolocalizzato i punti di raccolta dei manifestanti in tempo reale, amplificando la mobilitazione senza bisogno di una regia politica o organizzativa, né di particolare coperture mediatiche. Anzi i giornalisti stessi utilizzano il social per inseguire le notizie.
I fatti di Naterre, così come quelli dell’autunno del 2005, sollevano un dibattito strutturale sul modello di integrazione repubblicano. La rivolta del 2005 in particolare ha caratteristiche inedite per la Francia del tempo, non presenta rivendicazioni sindacali o confessionali, niente slogan islamisti o bandiere di paesi stranieri. Prende la forma di una insurrezione giovanile, spontanea, diffusa, senza leader e senza un nemico preciso, ma contro la ghettizzazione urbana, l’elevata disoccupazione giovanile e le discriminazioni sistemiche e sistematiche nell’accesso al lavoro per le classi sociali degli esclusi.
La settimana di violenza del 2023 invece mostra la potenza del digitale e della tecnologia dei nuovi media. Restano invece sempre “quasi” le stesse le motivazioni profonde delle crisi che si propagano dalla periferia al resto del paese. In particolare le periferie sono il non luogo in cui si esaurisce il patto di cittadinanza tra lo stato e gli esclusi. Le banlieues nonostante le promesse governative negli anni e i piani straordinari di rigenerazione restano il mondo di che è al margine. Quello dove la frattura tra la cittadinanza formale e le opportunità economiche reali accessibili anche alle seconde e terze generazioni è ormai radicata e profonda, al punto che l’idea della rivendicazione collettiva non esiste cosi come non esiste più quel poco che restava della comunità.
Le banlieues francesi sono una polveriera, una sorta di vulcano sempre attivo. Sono le distopie per eccellenza da sempre in Francia, per alcuni il simbolo di una grande scommessa perduta, quella del modello di integrazione basato sull’assimilazione e sul pluralismo. O di una battaglia che lo stato perde sempre proprio nei quartieri laboratorio su cui si concentrano gli interventi di coesione sociale del pubblico
Dentro la rivolta del 2023 c’è un po di tutto, le trasformazioni del lavoro, la crisi dello stato sociale l’esasperazione delle dinamiche di esclusione sociale che nella narrazione del merito e della performance sono ancora più alienanti per chi rimane indietro. C’è lo strascico del Covid, che ha colpito duro soprattutto gli ultimi, c’è l’inflazione e la crisi economica. La città è solo il teatro di un conflitto sociale che è ovunque in Francia e non solo. La periferia urbana problematica con le esse fragilità è un fatto europeo, non parigino, carsico e ricorrente, che sta a testimoniare che la città è sempre meno di tutti. O che il mercato crea ricchezza ma non ridistribuisce nulla anzi concentra sempre di più nelle mani di pochi.
Ogni volta che le periferie sono esplose si è sostenuto da più parti che le rivolta erano le anticipazioni di gloriose stagioni di lotte. In realtà non è successo mai fino ad ora nulla di simile, nonostante le rivolte siano sempre più violente e distruttive
Gli economisti che si sono occupati del tema della povertà sanno bene che la disuguaglianza è un male peggiore e molto più insidioso. Difficilissimo da affrontare e quasi impossibile da risolvere.
Il problema alla fine non è il mercato, ma lo Stato, che non c’è. Che non potendo prevenire o risolvere, almeno in parte, le grandi questioni sociali del tempo deve reprimere per ripristinare un minimo di ordine. Oggi tutti concordano sul fatto che sicurezza sociale. Quella personale sono due facce della stessa medaglia, ciascuno è libero di dare la priorità che crede, ma il buon senso impone di tener assieme le cose. Naturalmente la sola repressione costa meno, ma alla lunga non regge e neo paga. Viceversa senza stato di diritto difficile pensare di rigenerare una periferia.













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