di Michele Trecca
come un esercito
fantasma
assedia il mio cuore
un vuoto sempre
più grande
per Pasolini
M. Trecca, 1985
Ultim’ora. Un possibile nuovo testimone potrebbe contribuire a fare luce sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. La Procura di Roma ha avviato un nuovo fascicolo di indagine.
La morte – ha detto e scritto Pier Paolo Pasolini, Conversazione con Jon Halliday – è come il montaggio: dà senso alla vita. Ciò che fino a quel momento è «sospeso e pertanto ambiguo» con la morte acquista un senso. Allo stesso modo il montaggio conferisce ad un film quel senso narrativo disseminato fra riprese fin lì semplicemente accatastate secondo criteri di economicità (e ancora inerti sulla pellicola come i tasselli di un puzzle prigionieri in un sacchetto).
Nella morte è la grandezza dell’uomo, la sua «epicità» il suo «mito». Pasolini lo dice in una delle prime interviste sul cinema, parlando di Mamma Roma (Mondadori, Meridiani, vol. III, intervista a Filmcritica, 1962). Ricorda, infatti, in quell’occasione, la fastidiosa presenza in una trattoria romana qualche giorno prima di tanti donne insopportabili ed eleganti e uomini ricchi e odiosi. Eppure – dice – sentivo che erano, comunque, «grandi» perché mortali: «L’unica grandezza dell’uomo è la sua tragedia: se non ci fosse questa saremmo ancora alla preistoria». Il cattolicesimo di Pasolini è il riconoscimento in quella religione di questa sensibilità tragica. La sua promessa di una redenzione è ciò che, invece, lo allontana da essa: «C’è soltanto la morte, ma non l’aldilà».
Non neghiamo a Pasolini la «sua» morte. Non è indifferente per la sua vita se ad ucciderlo è stata la violenza cieca di un ragazzo infastidito da certe proposte che andavano al di là dei patti o, invece, più mani in qualche modo armate da un Palazzo imbestialito dalle denunce del proprio malaffare. Quando muore un poeta finisce un mondo, e di poeti ne nascono due o tre in un secolo, disse Moravia con voce rotta ai funerali dell’amico. Fare chiarezza è un dovere civile.
In Pasolini, un delitto italiano (film nel 1995, dieci anni dopo libro con dvd) Marco Tullio Giordana sostiene che l’omicidio di Pasolini è un prodotto tipico nazionale per quattro ragioni: perché è stato «un segno» che rimanda ad altro; è rimasto «impunito» (in buona misura); ha scatenato il gioco infinito delle «interpretazioni» e, infine, perché la risonanza «mediatica» lo ha sottratto «all’anonimato delle statistiche per intestargli un’intera epoca, un capitolo di Storia».
Era giusto, quindi, per Marco Tullio Giordana tornare su quella vicenda. Ancor più giusto è oggi. La verità della morte di Pasolini – si legge nella perizia di parte civile in appendice al libro di Giordana, insieme alla memoria degli avvocati della famiglia e alla sentenza della Corte d’Appello – è nella camicia zuppa di sangue ritrovata vicino a dove fu fermata l’auto ed a 70 metri dal corpo. L’indumento in quelle condizioni è la prova che tra il poeta e chi lo uccise, quella notte del 2 novembre al lido di Ostia, non ci fu colluttazione ma massacro. Lo scontro tra le due parti non fu mai uno a uno ma sempre impari, tanto è vero che subito le ferite di Pasolini «sanguinarono abbondantemente», già nei pressi della Alfa 2000 GT dove cominciò l’aggressione.
Se anche così non fosse, quella camicia insanguinata racchiude, comunque, l’ultimo gesto poetico di Pasolini. Egli, infatti, in fin di vita, se la tolse, slacciandosi i bottoni uno ad uno per tamponare le ferite in modo da «rendere il suo viso sopportabile agli occhi della madre che lo stava attendendo a casa». L’ipotesi è di Nico Naldini, cugino di Pasolini (Come non ci si difende dai ricordi, Cargo). Forse, però, Pasolini nei pochi attimi di «calma tristissima» prima della morte ha pensato anche ai suoi lettori e ha cercato, quindi, di restituire dignità al corpo martoriato per evitare che quello scempio indebolisse le sue parole.
Pasolini è stato uno di quei «profeti disarmati che ruinorono» per essere andati avanti con la sola forza delle proprie scomode idee. Soprattutto ad esse egli teneva, perciò le difese fino all’ultimo.













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