La destabilizzazione permanente

La destabilizzazione permanente di una transizione che include la Cina

di Luigi Troiani

Nonostante la disattivazione delle condizioni per la stabilizzazione del nuovo ordine internazionale, prosegue la transizione che aveva inteso, per un certo periodo, realizzarlo. Il sistema di transizione
è caratterizzato dalla prevalenza del potere statunitense, e dalle importanti trasformazioni che esso subisce. Scomparso l’equilibrio delle forze, militare ma anche politico, che caratterizzò il sistema bipolare sovieto-americano, gli Stati Uniti hanno avuto buon gioco nel costruire la posizione di dominanza che trova la più evidente manifestazione nell’ampliamento della Nato sino al confine russo.

La caduta della pregiudiziale ideologica ha consentito a molte nazioni, collocate in epoca bipolare nell’ambito di influenza moscovita (il caso di Cuba fa testo) di rapportarsi con nuove modalità alla politica statunitense. Mentre gli Stati Uniti hanno non solo continuato ma rafforzato la capacità di presenza globale, in termini militari ed economici, l’altra superpotenza nucleare, la Russia in quanto erede dell’Unione Sovietica, causa il declino demografico, socio-culturale, tecnologico economico e politico, non è stata più in grado di reggere la sfida. L’aggressività della quale il sistema russo ha dato
prova, sotto la presidenza Putin, all’interno della Federazione Russa contro talune minoranze, e all’esterno con le azioni militari in paesi vicini e in Siria, risulta confermare questa tesi non smentirla.

Né è sorta la nuova potenza che abbia forza sufficiente per contrastare o almeno limitare quella statunitense, nonostante certi comportamenti assertivi assunti dalla Cina, in particolare verso paesi
confinanti, e le politiche di svolta deliberate dal XIX congresso del partito nell’ottobre 2017, ribadite dalle Assemblee del Popolo degli anni successivi e dal XX congresso del partito nell’ottobre 2022,
lascino immaginare che a Pechino si nutra l’ambizione ad interpretare quel ruolo e si abbia al tempo stesso consapevolezza che non si sia ancora in grado di farlo.

Si guarda in particolare alle rivendicazioni cinesi sulle isole Senkaku, controllate da Tokyo, e su Spratili e Paracelse sulle quali vi sono rivendicazioni anche vietnamite e filippine. Non sono mancati episodi di confronto ravvicinato tra mezzi della marina e dell’aviazione militari, in particolare da parte di Cina e Giappone. Il verdetto emesso a L’Aia l’11 luglio 2016 dalla corte Permanente Arbitrale, inappellabile, ha affermato l’inesistenza di diritti storici cinesi sulle isole del mar Cinese Meridionale. Il giudizio era stato attivato nel 2013 dal ricorso delle Filippine e si è basato sui contenuti della convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos). Pechino ha rigettato il verdetto, ribadendo il suo diritto sovrano sul 90% delle acque del mare, fondato sulla cosiddetta Nine-dash Line, fissata nel 1947 da Chiang Kai Shek su quasi 3,5 milioni di kmq. Nell’occasione non sono mancate, da parte cinese, accuse alla corte, di essersi lasciata pilotare dagli interessi americani.

Non è casuale che la Cina abbia in più occasioni mostrato di gradire, al fine di rafforzare il suo status di potenza, le offerte di azioni comuni realizzate dal presidente russo Putin, in vista di un non meglio definito soggetto euro-asiatico da costituire insieme al fine di bilanciare il potere statunitense nel Pacifico.

Al tempo stesso, vanno evidenziati gli aspetti di moderazione nel comportamento cinese durante l’attacco russo contro l’Ucraina, nella prima fase (segnatamente l’astensione nel voto dell’Assemblea
Onu del 2 marzo 2022 che condanna “l’aggressione contro l’Ucraina” della Russia, e taluni contenuti della lunga conversazione del 18 marzo tra il presidente Xi e il presidente Biden), e sopratutto nel perdurare dell’aggressione russa, come evidenziato dal messaggio distensivo inviato da Xi Jinping al presidente Biden nell’ottobre 2022 in occasione della cena di gala del Comitato Nazionale per le
Relazioni tra Cina e Stati Uniti.
Va osservato che la posizione di forza detenuta, non ha spinto nessuno dei presidenti che si sono succeduti al comando degli Stati Uniti ad assumere un ruolo particolarmente attivo per la riformulazione del sistema internazionale, salvo alzare il tono polemico verso Russia e Cina Popolare.

Prima dell’invasione russa dell’Ucraina del 2022, il diapason è stato riscontrato nel comunicato emesso dopo il Consiglio Nord Atlantico del 14 giugno 2021, nel quale viene raccolta la dottrina Biden sulla sicurezza internazionale.

Premesso che il presidente degli Stati Uniti punta ad affermare il primato dei diritti umani e della democrazia, Cina e Russia vi sono identificate come potenze che fondano le capacità globali economiche e militari sull’autoritarismo politico interno. Alla Russia sono attribuite “azioni aggressive che costituiscono una minaccia per la sicurezza euro-atlantica”. La crescente influenza cinese “può presentare sfide che vanno affrontate insieme in quanto alleanza”.

Concluso pessimamente nell’agosto 2021 l’intervento in Afghanistan e resa lo stesso anno irrilevante la presenza in Iraq – alle radici concepiti anche come parte della cosiddetta “guerra globale
al terrorismo” dichiarata da George W. Bush all’indomani della distruzione delle Torri Gemelle – Washington resta incapace di proposte risolutive nelle grandi crisi, né si è assegnato, come in altre epoche, il ruolo di propulsore e costruttore che avrebbe potuto veicolare il sistema internazionale, all’interno di iniziative multilaterali, alle necessarie riforme, compresa quella irrinunciabile che riguarda le Nazioni Unite. Si guardi al ruolo defilato nel teatro siriano rispetto, per fare un esempio,
al ruolo attivo giocato sul terreno dalle forze russe e turche. Si guardi al ruolo attivo ma guardingo, nelle crisi georgiana e ucraina, almeno sino all’esplicita aggressione russa del febbraio 2022. Si guardi a come gli Stati Uniti hanno gestito i due grandi accordi commerciali con l’area del Pacifico e dell’Atlantico,35 e hanno messo sotto riesame il grande accordo di libero commercio nell’America
del Nord. Si ha la misura dell’atteggiamento teso a capitalizzare i vantaggi della posizione di forza, non a metterla a disposizione del sistema internazionale.

Nel caso stesso dell’aggressione russa all’Ucraina, gli Stati Uniti, pur assumendo la leadership delle democrazie che si schierano al fianco dell’Ucraina invasa, perdono l’occasione per enucleare i
principi di un nuovo ordine internazionale, la cui perdurante assenza è, in fondo, all’origine dei fatti che vanno accadendo nell’Europa centro-orientale da quando Putin ha assunto il potere a Mosca.
Il presidente Biden sa ribattere all’aggressività russa, ma gioca di rimessa, non ha un progetto da proporre, alternativo alle tesi russe sulle deficienze dei sistemi parlamentari e della globalizzazione, e
sulle virtù del sovranismo e della deglobalizzazione, salvo enunciare il consueto principio della difesa delle libertà democratiche. È come se la potenza nord americana, anche nella sua espressione progressista, si accontentasse di rintuzzare l’espansionismo territoriale russo, e ignorasse gli altri problemi che il sistema internazionale attende di risolvere, a cominciare dalle ingiustizie e diseguaglianze che la globalizzazione, senza che Stati Uniti e democrazie alleate vi si opponessero, ha, per molti aspetti, accentuato, generando così risentimenti e violenze in molte aree del mondo.

Con le presidenze di Barack Obama (2009-2017), gli Stati Uniti hanno provato a superare la dicotomia tra le modalità attraverso le quali può esprimersi una potenza, generalmente definite come hard e soft. Si riteneva che la politica estera statunitense fosse troppo incline all’uso esclusivo delle armi rispetto alla flessibilità del modulo capace di esprimersi anche attraverso gli strumenti forniti
dalla politica e dall’economia. stop

Con le presidenze Trump, la proclamazione di “America First”, ha riecheggiato la teoria dell’ “American Exceptionalism” e la natura “imperiale” del potere che esso esprime. Si tenga presente che il primo autore ad utilizzare il termine “exceptionalism” fu il francese de Tocqueville, nel viaggio americano del 1831. Si riferiva a come un popolo formato da così tante componenti etniche, fosse forzato a riconoscersi, per farsi e restare nazione, nelle leggi e nelle regole di convivenza che si dava (“(sono) diversi, basati meno su una storia o un’etnia comune che su convinzioni comuni”). Trainato nelle relazioni internazionali, quel termine assume altro valore, l’autoattribuzione di libertà e facoltà, se non di arbitrio, non consentite ad altre nazioni.

Così facendo, gli Stati Uniti hanno consentito che, nella globalizzazione, le imprese multinazionali, in
particolare quelle ad alta attività finanziaria, acquisissero ulteriori spazi di potere rispetto alla capacità di controllo e iniziativa degli stati. […]
Un memorandum presidenziale del 23 gennaio 2017 dichiarava il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp. In quanto al Ttip, Transatlantic Trade and Investment Partnership, la Commissione Europea, in seguito alle ripetute azioni commerciali ostili del presidente Trump e all’inefficacia della tregua bilaterale del luglio 2018, il 15 aprile 2019 definiva “obsoleti e non più rilevanti” i negoziati che lo riguardavano.
Solo nel giugno 2021, il G7 avrebbe deliberato di andare ad un regime di aliquota minima globale di imposizione fiscale per le imprese multinazionali, pari al 15% dei profitti, avviando un processo che, ci si augura, porti presto ad elevare la soglia a livelli di equità nel confronto con altre forme di imposizione, ad esempio dei redditi da lavoro.
In quanto al North America Free Trade Agreement, Nafta, fu messo sotto accusa da Trump in quanto ritenuto svantaggioso per gli interessi statunitensi. Nel settembre 2018, l’accordo venne sostituito con Usmca, the United States-Mexico-Canada Agreement, entrato in vigore dal 1 luglio 2020.

Nel frattempo presso il tribunale Omc, si è accumulato un gran numero di contenziosi commerciali. All’inizio del 2021, l’UE era parte di quarantacinque contenziosi commerciali presso Omc. Le attività di risoluzione di litigiosità con gli Usa erano in assoluto quelle in più alto numero per paese, tredici. In sette l’Ue è ricorrente, in sei imputata…

(continua nel prossimo numero de ilmondonuovo.club )

(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)