Il “Contratto per la sicurezza della Cittadinanza” arriva al traguardo dei dieci pilastri
Intervista a Rodolfo La Tegola
di Giampaolo Sodano
Gli ultimi tre pilastri: la sicurezza dell’istruzione, la sicurezza etica della classe dirigente e la sicurezza dei doveri a garanzia dei diritti.
Il percorso del “Contratto per la sicurezza della Cittadinanza” arriva all’ultima tappa. Dopo la visione d’insieme e i primi sette pilastri — la sicurezza sul lavoro, quella sanitaria, la dignità economica e finanziaria, l’ambiente con l’autonomia energetica e la manutenzione del territorio, il sociale e la sfida demografica, la sicurezza urbana e la giustizia funzionale ed equa — Rodolfo La Tegola torna su queste pagine per chiudere il cerchio con i tre pilastri della crescita culturale e della responsabilità civica: la sicurezza dell’istruzione, la sicurezza etica della classe dirigente e la sicurezza dei doveri a garanzia dei diritti. Lo sviluppo di dettaglio di questi tre temi è uscito sul settimanale Buonasera nelle puntate del 10, 17 e 24 luglio, all’interno della serie a cadenza settimanale avviata il 15 maggio 2026; qui li riprendiamo e li approfondiamo in un’unica conversazione.
Rodolfo La Tegola è un ingegnere meccanico, con un MBA, con esperienza in diversi settori industriali in Italia e all’estero. Oggi svolge attività professionale di consulenza anche su temi di qualità, sicurezza sul lavoro, certificazione etica e parità di genere, oltre a essere membro del Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione.
Ottavo Pilastro – La sicurezza dell’istruzione
Domanda. Perché colloca l’istruzione tra i pilastri della sicurezza, e non semplicemente tra i capitoli della spesa pubblica?
Rodolfo La Tegola. Perché l’istruzione e la conoscenza sono i due elementi discriminanti che elevano la persona a cittadino. Il percorso di inserimento nella società comincia nei primi anni di vita, con gli asili nido e la scuola dell’infanzia, prosegue nella scuola dell’obbligo — primaria, secondaria di primo e di secondo grado — e sfocia nel sistema universitario o nei diversi percorsi professionalizzanti. Chiunque, ripensando a quel cammino, ricorderà di aver frequentato edifici nella maggioranza dei casi carenti di attrezzature, di personale e quindi di opportunità. Ecco perché parlo di sicurezza: senza istruzione, e senza istruzione sicura, non ci sono né libertà né futuro. Il fondamento è nell’Art. 34 della Costituzione, ma prima ancora è nella possibilità concreta di ognuno di realizzare il proprio potenziale e contribuire al progresso sociale.
Domanda. Partiamo dagli edifici e dai numeri. Il Decreto del 31 marzo 2026 ha imposto alle scuole di mettersi in regola: qual è la fotografia reale?
Rodolfo La Tegola. L’efficienza delle scuole passa anche da una gestione equilibrata delle risorse finanziarie a esse destinate: se una buona parte del budget se ne va per scaldare o raffrescare gli edifici, è evidente che quelle stesse risorse non possono andare ad altri investimenti. In questo quadro, il Ministero dell’Interno di concerto con il Ministero dell’Istruzione ha dovuto emanare il Decreto del 31 marzo 2026 per imporre una tempistica rigida di circa due anni a tutti gli istituti perché si adeguino a norme “nuove” — che nuove non sono, essendo state emanate ed entrate in vigore nel 2015 — in materia di lotta agli incendi e di formazione del personale. Questi adeguamenti hanno un costo stimato di circa 28 miliardi di euro per gli oltre 40.000 edifici scolastici pubblici, e nella maggior parte dei casi Comuni e singoli istituti devono intervenire con fondi propri. Se il Comune non finanzia l’adeguamento, il dirigente scolastico è costretto ad adempiere con la “gestione” interna, togliendo fondi ad altre attività e riducendo così servizi e iniziative.
Domanda. Lei denuncia però un paradosso di fondo: la sicurezza che vale per ogni luogo di lavoro, tranne che per la scuola.
Rodolfo La Tegola. È esattamente così. Nonostante le norme sulla sicurezza siano valide per ogni luogo di lavoro, i vari decreti cosiddetti milleproroghe hanno stabilito che gli istituti scolastici sono esclusi dall’obbligo di attuazione delle medesime. Ma non credo che le leggi della fisica e della meccanica facciano eccezioni e siano rispettose delle leggi di uno Stato. Mi chiedo: che differenza c’è tra un insegnante e un impiegato d’ufficio? L’insegnante è forse dotato di superpoteri che, in caso di incendio o di terremoto, gli permetteranno di salvare l’intera classe? Dietro l’ironia c’è un dato serio: i dati del portale unico del Ministero dell’Istruzione e del Merito attestano che oltre il 50% degli istituti non ha la documentazione — e quindi la certezza — dei collaudi storici, dell’agibilità e della sicurezza sismica. Come possiamo permettere che i nostri bambini, che sono il nostro futuro e la nostra eredità, e chi con loro lavora, vivano costantemente in luoghi non sicuri?
Domanda. C’è poi il capitolo del microclima, che lei aggancia direttamente al primo pilastro, la sicurezza sul lavoro.
Rodolfo La Tegola. La spesa energetica tra riscaldamento e raffrescamento si aggira intorno ai 250 euro l’anno per studente: una cifra che può sembrare irrisoria, ma che ci obbliga a chiederci se davvero tutte le scuole siano dotate di climatizzazione. Molte testate hanno documentato che, come negli anni precedenti, anche durante gli ultimi esami di maturità nel 90% degli istituti sono state misurate temperature tra i 32 e i 36 gradi. Ora, la norma sulla salubrità dei luoghi di lavoro prevede circa 24 gradi negli uffici, un massimo di 30 in officina — e solo con determinate condizioni di ventilazione — e vieta il lavoro oltre i 35 gradi in agricoltura ed edilizia. Non è accettabile che, mentre nei cantieri e nei campi si sospende l’attività sopra i 35 gradi, studenti e docenti siano costretti a sostenere esami di Stato, o a concludere la scuola dell’infanzia, in ambienti che superano quella soglia.
Domanda. Dalle infrastrutture alla qualità del servizio: lei parla di una scuola “a due velocità”.
Rodolfo La Tegola. Il nodo è la stabilità del corpo docenti. Al Nord siamo in emergenza: è stimato che il 58% delle cattedre resti spesso vuoto, a causa di uno stipendio inadeguato a coprire il costo della vita. Al Sud, al contrario, il sistema è saturo, con i precari che lottano per pochissimi posti in un contesto di forte calo demografico. Il dato OCSE-TALIS aggiornato al 2025 ci dice che l’età media del corpo docenti è di 48,9 anni, con il 52% oltre i 55 anni. In questo scenario la discontinuità didattica è inevitabile: al Nord è causata dalla fuga dai concorsi, al Centro dal continuo turnover dei trasferimenti, al Sud dalla cronica mancanza di stabilizzazione. E ovunque gli studenti restano gli unici veri sconfitti di una riforma che non riesce a parlare ai territori. Come si vede, questo pilastro è strettamente legato al quinto: il calo demografico incide sul mondo del lavoro, sulla stabilità economica e sulla capacità di spesa dei Comuni anche nel comparto scolastico.
Domanda. Nel pilastro dell’istruzione lei fa rientrare anche l’università e la ricerca, dove denuncia un “paradosso drammatico”.
Rodolfo La Tegola. Mentre l’Europa corre verso il 3% del PIL di investimenti in ricerca, l’Italia resta ferma all’1,39%, finanziando la conoscenza “a scadenza”. Il PNRR ha “dopato” il sistema creando circa 9.000 ricercatori precari che ora, nel 2026, rischiano l’espulsione di massa perché mancano i fondi strutturali per assorbirli. È un sistema che forma eccellenze a spese dei contribuenti per poi regalarle all’estero, dove la ricerca è considerata un investimento e non un costo da tagliare alla prima crisi di bilancio. La cosiddetta fuga dei cervelli, oggi, non è una scelta di libertà ma una necessità economica: finché un ricercatore avrà contratti precari a scadenza e guadagnerà in Italia la metà di quanto percepisce a Zurigo o a Monaco, nessun incentivo fiscale al rientro potrà fermare l’emorragia. A questo si aggiungono le barriere di accesso allo studio, perché i fondi a disposizione dei meritevoli non sono mai sufficienti a coprire i costi, né per le scuole dell’obbligo né per i fuori sede all’università.
Domanda. Torniamo all’Art. 34. Che cosa ci ricorda, e che cosa ci chiede oggi?
Rodolfo La Tegola. L’Art. 34 sancisce che «la scuola è aperta a tutti; l’istruzione impartita per almeno otto anni è obbligatoria e gratuita; i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi», e che la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, da attribuire per concorso. Vale la pena ricordare che la durata della scuola dell’obbligo è stata innalzata a dieci anni solo nel settembre del 2007, lasciando invariato il diritto-dovere all’istruzione e alla formazione fino al diciottesimo anno di età, finalizzato al conseguimento di un titolo di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale. Quel mandato, oggi, richiede un cambio di paradigma radicale: dobbiamo passare da una gestione dell’emergenza a una visione strategica che metta al centro la dignità degli spazi, la stabilità del personale e la valorizzazione del capitale intellettuale del Paese.
Domanda. Qual è, allora, la proposta concreta dell’ottavo pilastro?
Rodolfo La Tegola. La chiamo “Patto per la scuola del futuro e per la rinascita educativa”. La sicurezza degli edifici è la prima, imprescindibile sfida: lo stesso Decreto del 31 marzo 2026 ha di fatto ammesso che lo Stato è ancora costretto a ripiegare su misure gestionali di mitigazione del rischio, riconoscendo implicitamente l’impossibilità di garantire edifici pienamente a norma. Serve invece un piano prioritario che superi la logica delle proroghe, con la messa in sicurezza sismica e l’efficientamento energetico di tutti gli istituti entro il 2030, garantendo un microclima adeguato ed estendendo alle aule le tutele del D.Lgs. n. 81/2008. In parallelo occorre valorizzare il personale docente riducendo l’instabilità e ottenendo la stabilizzazione dei precari storici. E il rilancio dell’istruzione deve connettersi a una visione ambiziosa della ricerca e dell’innovazione: l’Italia deve investire almeno lo 0,25% del PIL in ricerca e sviluppo per i prossimi otto anni, per allinearsi alla media europea e tornare a essere uno Stato attrattore di risorse private ed eccellenze mondiali. Ma tutto questo sarà possibile solo con gli ultimi due pilastri: la sicurezza etica della classe dirigente e la sicurezza dei doveri a garanzia dei diritti.
Nono Pilastro – La sicurezza etica della classe dirigente
Domanda. Perché la sicurezza, nel suo progetto, arriva a chiamare in causa direttamente l’etica di chi ci governa?
Rodolfo La Tegola. Perché l’intero percorso è frutto di una riflessione sui macrotemi del contratto sociale, ma è stato anche stimolato dalla continua incertezza sulla reale capacità della classe dirigente, nazionale e locale. Questa incertezza nasce nei cittadini a causa della faziosità di chi ci governa: anche non volendo generalizzare, emerge in modo evidente una mancanza di etica pressoché totale. La situazione si protrae da circa trent’anni, non tanto per i continui avvicendamenti dei governi, quanto per la carenza di visione prospettica e di onorabilità. Voglio citare l’Art. 54 della Costituzione:
«Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».
Domanda. Lei fa risalire questa crisi a un arco preciso, le ultime nove legislature.
Rodolfo La Tegola. Rileggendo l’Art. 54 e facendo un leggero sforzo di memoria sulle vicende di cronaca degli ultimi anni, sono certo di poter affermare che la maggioranza dei personaggi politici avvicendatisi nelle ultime nove legislature — quindi dal 1992 a oggi — ci ha regalato perle di imbarazzo, fino all’assuefazione, alla risata ironica e ormai allo sconforto generale che nulla possa cambiare. Non serve fermarsi su esempi recenti, anche se non mancano: dagli exploit sul referendum di marzo scorso, a posizioni assimilabili a rigurgiti del passato e discriminatorie verso persone di cultura, religione ed etnie diverse, sempre alla ricerca di un capro espiatorio dei mali della cattiva politica. E non è necessario entrare nel merito della politica locale, dove in ogni amministrazione è facile trovare più di un soggetto discutibile, poco onorevole o del tutto privo di etica. Quando manca l’etica di chi eleggiamo per rappresentarci e per decidere le regole, la sicurezza di una garanzia — attuale e progettuale — diventa una chimera.
Domanda. Come emblema di questa crisi lei indica il percorso della legge elettorale.
Rodolfo La Tegola. Lo spettacolo deprimente degli emendamenti sulla legge elettorale è lo specchio della crisi di credibilità della classe dirigente. La sconsiderata e spudorata arroganza di affermare che la governabilità e la stabilità della democrazia si raggiungano solo garantendosi una schiacciante maggioranza nelle camere — ragionamento che sentiamo anche per le elezioni comunali e regionali — è l’antitesi stessa della democrazia. La vera democrazia deve considerare la pluralità dei pensieri e dei punti di vista, indipendentemente dal numero di voti presi dal singolo partito.
Domanda. A monte, dice lei, c’è anche una crisi dei partiti.
Rodolfo La Tegola. Nella dialettica si parla ancora di destra, di sinistra o di altre accezioni prettamente partitiche del secolo scorso, mentre siamo ormai arrivati a esprimere la preferenza politica basandoci esclusivamente sull’“appeal” del singolo, anche quando dichiara intenzioni e pensieri distanti dalla nostra stessa etica. Perché accettiamo di pretendere sempre meno da chi ci governa e ci rappresenta? La classe politica deve smettere di guardare al prossimo sondaggio e iniziare a guardare ai prossimi vent’anni. Chiunque ricopra posizioni di rilievo deve essere onorato e, allo stesso tempo, avere l’onere di garantire e certificare l’Impatto Generazionale di ogni decisione, prediligendo la visione a lungo termine.
Domanda. I numeri raccontano quello che lei chiama “il decennio dell’astensione”. Quali la colpiscono di più?
Rodolfo La Tegola. I dati ISTAT mostrano un quadro paradossale: la fiducia dichiarata nelle istituzioni politiche è lentamente risalita — il Parlamento è ripartito da un 22,9% di giudizi sufficienti — ma resta strutturalmente sotto la sufficienza, con i partiti stabilmente ultimi, al 22,4% nel 2024, e oltre un cittadino su cinque che esprime sfiducia totale. Il vero segnale di distacco, però, non è nei sondaggi ma nelle urne: l’affluenza alle politiche è crollata dal 72,9% del 2018 al 63,9% del 2022, e alle europee del 2024 è scesa per la prima volta sotto il 50%, fermandosi al 49,68% secondo il Ministero dell’Interno. Il cittadino non si allontana dalla politica dichiarando sfiducia: si allontana smettendo di parteciparvi.
Domanda. A questo lei affianca quella che definisce “l’emergenza come metodo di governo”.
Rodolfo La Tegola. Mentre il cittadino si è allontanato dalle urne, chi resta al potere ha smesso di governare con sguardo lungimirante. La Costituzione, all’Art. 77, riserva il decreto d’urgenza ai «casi straordinari di necessità e d’urgenza»: era la scialuppa di salvataggio, il gesto eccezionale per la tempesta improvvisa. È diventato, invece, e sotto governi di ogni colore, il modo ordinario di navigare. Si legifera di corsa, con l’orizzonte dei sessanta giorni entro cui il decreto decade, e il Parlamento sempre più spesso non discute: ratifica. È la miopia eretta a sistema, un Paese governato a vista che scambia la fretta per efficienza e l’affanno per decisione. Chi passa le giornate a tamponare l’emergenza di oggi non alzerà mai la testa per guardare ai prossimi vent’anni.
Domanda. Veniamo alla proposta del nono pilastro: certificare l’Impatto Generazionale.
Rodolfo La Tegola. Torno all’Art. 54, all’onore e alla disciplina che la Costituzione chiede a chi ricopre funzioni pubbliche: quell’onore, oggi, si misura anche nella capacità di rispondere di ciò che si lascia in eredità a chi verrà. E non serve inventare nulla, perché uno strumento per valutare in anticipo gli effetti di una legge esiste già: l’Analisi di Impatto della Regolamentazione, introdotta nel nostro ordinamento fin dal 1999 con la legge n. 50 e oggi disciplinata dalla legge n. 246 del 2005 e dal suo regolamento attuativo del 2017. Il problema è che l’abbiamo ridotta a un adempimento burocratico, aggirabile e privo di conseguenze. Va rovesciata e rilanciata in una Valutazione di Impatto Generazionale: obbligatoria e pubblica, estesa anche ai decreti d’urgenza e costruita attorno a una sola domanda — quali costi, quali rischi, quali debiti questa norma scarica su chi oggi non ha ancora diritto di voto? Una valutazione affidata a un’autorità indipendente, con il potere di segnalarne le violazioni alle Camere. Così ogni decisione politica porterebbe scritto, nero su bianco, il suo prezzo per il futuro. Non è un sogno velleitario: il Galles ha istituito dal 2015 un Commissario per le generazioni future e le Nazioni Unite, con il Patto per il Futuro del 2024, hanno riconosciuto lo stesso principio come un vincolo per la politica del nostro tempo.
Domanda. Su quali fondamenta poggia questa proposta?
Rodolfo La Tegola. Sull’obbligo di riorganizzazione della politica. Dobbiamo pretendere che i partiti siano spinti da una visione — il concetto allargato di sicurezza che ho esposto in tutto questo percorso — e che lavorino per attuarla attraverso programmi di governo, e quindi anche elettorali, che siano la sintesi della mediazione democratica interna ai partiti e frutto della sinergia di correnti diverse. Sono convinto che la vera stabilità di governo si raggiunga solo se fondata sulla mediazione democratica: anche nel caso di alternanza delle maggioranze, si può così garantire una certa continuità programmatica e attuativa. Oggi, invece, a ogni avvicendamento il lavoro principale è smontare il più possibile l’operato del governo precedente, generando disordine, discontinuità legislativa e incertezza nella popolazione e nei mercati. La sicurezza etica è la condizione che rende possibile la sostenibilità di tutte le altre garanzie: una classe dirigente che non risponde di ciò che lascia in eredità mette a rischio non solo il proprio onore, ma la sicurezza di chi verrà. Una Repubblica che rinuncia a proteggere le generazioni future ha già smesso, in silenzio, di proteggere se stessa.
Decimo Pilastro – La sicurezza dei doveri a garanzia dei diritti
Domanda. Chiude il percorso con i doveri. Perché un progetto sulla sicurezza dei cittadini finisce parlando di ciò che i cittadini devono?
Rodolfo La Tegola. Perché ogni persona nasce e cresce in un sistema regolato da principi e regole. Noi cresciamo in una società fondata su uguaglianza, legalità e libertà, e viviamo l’applicazione di questi principi in modo naturale, come diritti inalienabili, al punto da darli per scontati. Ma quei diritti sono scritti nella Costituzione e nel nostro ordinamento, e il Contratto si radica proprio nella garanzia che lo Stato debba avere come obiettivo principe la dignità dell’individuo in tutte le fasi della sua esistenza. La domanda che dovremmo ripeterci ogni giorno è sempre la stessa: come posso assicurarmi che tutti i miei diritti siano garantiti nel tempo? La risposta è anch’essa distribuita tra le righe della Costituzione, e l’articolo che meglio riassume i doveri del cittadino è l’Art. 2:
«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (…) e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».
Domanda. Il primo dovere che analizza è quello tributario, e lo fa partendo dai due commi dell’Art. 53.
Rodolfo La Tegola. Vale la pena leggerlo per intero, perché i suoi due commi dicono cose distinte: il primo stabilisce che tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva; il secondo che il sistema tributario — non il singolo tributo — è informato a criteri di progressività. È una precisazione tutt’altro che accademica, come si vedrà. Prima di entrare nel vivo, ricordo che per mesi si è parlato di “patrimoniale”, poi di tassazione solo per i “super ricchi”, poi il tema è stato abbandonato per passare alle discussioni sulla legge elettorale. Ma il punto vero è un altro, ed è scritto proprio in quel secondo comma.
Domanda. E qui arriva il dato che lei definisce dirimente: un sistema che diventa regressivo in cima alla distribuzione.
Rodolfo La Tegola. Uno studio pubblicato sul “Journal of the European Economic Association” nell’ottobre del 2024 ricostruisce l’aliquota effettiva considerando l’insieme delle imposte dirette e indirette e dei contributi sociali. Il risultato è che il sistema fiscale italiano è solo debolmente progressivo fino al 95° percentile e diventa regressivo per il 5% più ricco: il top 0,1%, con guadagni superiori ai 500 mila euro, versa un’aliquota effettiva del 36%, inferiore a quella della popolazione più povera, che supera il 40%. Lo stesso studio rileva che sono i lavoratori dipendenti a pagare più imposte, seguiti dagli autonomi, dai pensionati e, infine, da chi percepisce soprattutto rendite finanziarie e locazioni immobiliari.
Domanda. Perché le statistiche fiscali ufficiali non bastano a fotografare questo squilibrio?
Rodolfo La Tegola. Perché il reddito complessivo IRPEF è una base imponibile parziale. Dal 2024 il regime ordinario si articola su tre soli scaglioni, per effetto del D.Lgs. n. 216/2023 reso strutturale dalla L. 199/2025, ma ne restano esclusi i redditi assoggettati a imposizione sostitutiva o cedolare — le rendite finanziarie al 26%, le cedolari secche al 21% e al 10%, il regime forfettario — che incidono in misura proporzionalmente maggiore su chi si colloca nella parte alta della distribuzione. Ne consegue che le statistiche sulle dichiarazioni fiscali del Dipartimento delle Finanze non sono idonee a rappresentare in modo completo la concentrazione patrimoniale: per misurarla davvero bisogna far riferimento a fonti dedicate come i Distributional Wealth Accounts elaborati dalla Banca d’Italia, che integrano i dati campionari dell’Household Finance and Consumption Survey con gli aggregati di contabilità nazionale, disaggregati per decili di ricchezza netta. E quei dati dicono una cosa che spiega tutto il resto: per le famiglie della metà meno abbiente oltre il 90% delle attività è costituito da abitazione, al 73,6%, e depositi, al 17,5%, mentre le fasce alte hanno portafogli molto più diversificati. In altre parole, i regimi sostitutivi al 26% avvantaggiano sistematicamente la parte alta della distribuzione, per la semplice ragione che è l’unica ad avere rendite finanziarie da farvi rientrare.
Domanda. Da qui, qual è la correzione che propone? E attenzione a non farla passare per una patrimoniale.
Rodolfo La Tegola. Proprio così: non alludo a una patrimoniale. È qui che il secondo comma dell’Art. 53 torna a pesare: se la progressività è requisito del sistema nel suo complesso e non del singolo tributo, allora ciò che conta non è quante aliquote abbia l’IRPEF, ma quale sia l’aliquota effettiva che ciascuno sopporta sull’insieme di ciò che guadagna. Ed è precisamente questa a risultare regressiva in cima, in violazione palese della Costituzione. Si dovrebbe quindi correggere il sistema tributario in modo che ognuno, al crescere dei propri redditi, versi allo Stato una percentuale maggiore su tutto ciò che guadagna in un anno, anche attraverso le eventuali società controllate. Ovviamente anche la lotta all’evasione dovrebbe essere prioritaria: gli strumenti in mano alle Istituzioni ci sono tutti, serve solo il coraggio di metterli in atto, magari con alcune indagini morbide per stimolare il senso civico di chi ha smesso di credere nello Stato.
Domanda. Ma lei avverte che ridurre i doveri del cittadino al solo fisco sarebbe un errore.
Rodolfo La Tegola. Non possiamo ricondurre tutti i doveri ai soli aspetti tributari. Come cittadini abbiamo l’obbligo dell’osservanza di norme e leggi, a partire dal dovere civico al voto. Non voglio richiamare i dati dell’astensionismo, ma aprire una riflessione: decidere di non votare è certamente una forma di protesta e di presa di posizione, però l’assenza prolungata negli anni dal voto è, di per sé, un non adempimento ai propri doveri civici, perché la partecipazione politica è un onore che il cittadino esercita per sé ma anche per tutti gli altri. E c’è un secondo dovere, che a molti suona paradossale: quello di criticare le istituzioni fino in fondo, tutte le volte che le riteniamo non rispettose dei principi essenziali dell’individuo. La critica, sempre rispettosa, non va vista come un diritto ma come un dovere, perché è l’incipit stesso della partecipazione politica, sociale e civica.
Domanda. È qui che, dice lei, le due parti del contratto sociale si incontrano.
Rodolfo La Tegola. Esatto. Chi partecipa non baratta i propri doveri contro i propri diritti: costruisce le condizioni perché i diritti di tutti restino esigibili nel tempo e per le generazioni future. Nessuna comunità può vivere di soli diritti, perché i diritti hanno un costo — sanità, istruzione, giustizia, servizi, sicurezza — e la loro esigibilità non si ottiene con la sola proclamazione, ma con l’adempimento diffuso dei doveri che li sostengono: sia con il finanziamento mediante il versamento dei tributi, sia con la loro difesa, fatta di etica e civiltà. Una società che rivendica senza contribuire, anche con il buon esempio, non sta difendendo i propri diritti: li sta consumando.
Domanda. Con quale immagine chiude, allora, l’intero decalogo?
Rodolfo La Tegola. Con una distinzione importante: tutto questo non significa che i diritti fondamentali siano condizionati alla condotta di ciascuno. La dignità della persona non si merita, si ha e si preserva ogni giorno. Significa qualcosa di diverso e più esigente: che la loro sopravvivenza nel tempo, la possibilità stessa di continuare a chiamarli diritti anziché promesse, dipende da quanto seriamente, collettivamente, ci attiviamo al rispetto del contratto sociale. Io penso a una società e a uno Stato che rispettino tutte le libertà statuite nella Costituzione, che preservino la pluralità e la sinergia di tutta la popolazione, una Repubblica che cresce e si sviluppa sulla democrazia. È questo che rende la domanda iniziale meno retorica di quanto sembri: come posso assicurarmi che i miei diritti siano garantiti nel tempo? Rispondendo prima a un’altra domanda — che cosa sono disposto a dare, perché lo siano? È il momento di impegnarsi.
Verso la chiusura del percorso
Domanda. Con questi tre pilastri il progetto arriva a dieci tappe su dieci. Qual è il filo che le tiene insieme?
Rodolfo La Tegola. Il filo è sempre lo stesso: la garanzia reciproca tra cittadinanza e istituzioni. Il “Contratto per la sicurezza della Cittadinanza” ha attraversato la sicurezza sul lavoro, quella sanitaria, la dignità economica e finanziaria, l’ambiente con l’autonomia energetica e la manutenzione del territorio, il sociale e la sfida demografica, la sicurezza urbana, la giustizia funzionale ed equa e, con questi ultimi tre, l’istruzione, l’etica della classe dirigente e i doveri a garanzia dei diritti. In ogni ambito è riemersa la stessa dinamica: lo Stato che si defila e scarica gli oneri su imprese, famiglie, donne e singole amministrazioni. Il mio contro-principio è semplice e resta il fine di tutto: la dignità dell’individuo deve essere sempre lo scopo di ogni azione delle istituzioni, perché l’essere umano non è il mezzo, ma il fine ultimo del benessere e della sicurezza.
Con questa conversazione l’ing. La Tegola completa l’esposizione del suo progetto: dieci pilastri per un nuovo patto tra Stato e Cittadinanza, costruito sui principi della Costituzione. Lo sviluppo tecnico di ciascun pilastro, con i dati integrali, è stato pubblicato sul settimanale Buonasera in una serie di undici uscite settimanali, dal 15 maggio al 24 luglio 2026.












