IL MEDITERRANEO NELLO SGUARDO DEI POETI

                                                                                  

di Francesca Maria Corrao

Il Mediterraneo di oggi è un abisso di morte, come scrive il poeta siriano Nouri al-Jarrah nell’opera L’esodo dagli abissi del Mediterraneo (Mondadori), o può ancora essere un luogo per ricordare il mitico Ulisse e i suoi incontri con ciclopi e sirene?

Nel XX secolo pensare il Mediterraneo dalla prospettiva delle nostre sponde, evocava la musica dell’Aida di Verdi, o quella dell’Italiana in Algeri di Rossini. Rafforzavano queste memorie le immagini dei pittori orientalisti, tra cui gli italiani Gerolamo Induno e Fausto Zonaro.

Il Mediterraneo è un mare attraversato dal vento scirocco che dall’altra sponda ci porta la sabbia del deserto e i miraggi dei suoi infiniti orizzonti. Nei secoli tanta bellezza ha suscitato in molti artisti e letterati curiosità e ispirazione; si pensi ad esempio alle tante poesie di Ungaretti, al Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia, al Cane di terracotta di Camilleri, ai film di Pasolini, o al ricordo delle palme della nativa Libia in molti quadri di Mario Schifano.

Ci sono momenti della storia in cui ogni bene viene cancellato, ed emergono sono soltanto odi e conflitti. Da decenni certi studiosi e in generale la stampa non evoca altro che scenari di guerre, dal ricordo delle crociate ai conflitti con il Sultano ottomano sino alla lotta al terrorismo internazionale. Con un colpo di spugna sono scomparse dalla nostra memoria tutte le iniziative culturali che hanno accompagnato la comunità europea a stilare gli accordi di Barcellona del 1995; oggi sui media è raro trovare notizie del festival del teatro di Cartagine in Tunisia e l’attuale guerra ha cancellato il ricordo di quello di Byblos in Libano. Eppure, da decenni artisti delle due sponde presentano le loro opere nelle capitali della cultura del mondo arabo ed europeo, dal Cairo a Napoli, da Tunisi a Berlino, solo per citarne alcune. Questa amnesia danneggia noi, la nostra cultura e il futuro, quando finalmente taceranno le armi e le persone dovranno ricostruire una nuova convivenza.

La nostra storia è il frutto di millenari scambi culturali, dai commerci dei Fenici di cui si trovano tracce nell’isola di Mozia nello Stagnone di Marsala, ai rapporti economici tra i Cartaginesi e gli Etruschi, come si può osservare nel museo del Bardo a Tunisi. Senza dimenticare le importanti tracce architettoniche di Bula regia, la capitale romana della produzione del grano in Tunisia, o il teatro di Bosra in Siria e altri monumenti in Marocco, Libia, Algeria. Per conoscere la cultura del Mediterraneo è indispensabile una ricostruzione della storia che tenga conto della sua complessità e delle sue contraddizioni. I diversi aspetti della vita politica e sociale sono trasmessi nei testi scritti da chi governa, e queste fonti costituiscono il riferimento essenziale delle ricostruzioni storiche tradizionali. Per prendere in esame un aspetto del Mediterraneo, sia esso un periodo storico o un luogo geografico, Fernand Braudel riteneva necessario trattarlo in modo dialogico con altri approcci e altri scenari. Una storia deve tener conto delle trasformazioni economiche, delle dinamiche dei mercati, delle condizioni delle classi intellettuali e di quelle subalterne come ci ricordano studiosi quali Jacques Le Goff e Antonio Gramsci. Tra i diversi prodotti culturali che contribuiscono alla formazione dell’identità di una regione ampia come quella mediterranea non si può prescindere dall’esame dello scambio di conoscenze e saperi. La presenza degli arabi in Sicilia e in Andalusia ha lasciato testimonianze del proficuo scambio culturale tra gli intellettuali delle due sponde che vanno dal IX al XIII secolo da noi e sino al XVI in Spagna. Si tratta di opere architettoniche ma anche prestigiosi studi di diritto islamico, filologia e testi letterari in lingua araba. Abbiamo anche visto emigrare i nostri artisti; ad esempio, il grande poeta di Noto, Ibn Hamdīs poco prima dell’arrivo dei normanni si recava in Andalusia alla corte del principe poeta al-Mu’tamid ibn ‘Abbād. Mentre la famiglia di filologi, al-Ballanūbī di Siracusa, riparava in Egitto e il figlio ‘Alī si distingueva come apprezzato poeta alla corte del Cairo. Finito il dominio islamico, a Palermo il re normanno Ruggero II commissionava un compendio delle conoscenze geografiche allo studioso al-Idrisi. Con l’arrivo di Federico II al potere, si moltiplicavano le traduzioni e si diffondevano giungendo anche alla biblioteca di Bologna. Opere di matematica, filosofia, medicina, ma anche di scienza della politica come I conforti politici di Ibn Zafar.

Recenti studi e scoperte archeologiche chiariscono quanto per secoli è stato dimenticato o cancellato, come ad esempio con l’attribuzione ai normanni dei bagni di Cefala Diana, nei pressi di Termini Imerese (PA), che adesso sono invece fatti risalire all’epoca araba. Il riconoscimento da parte dell’UNESCO dell’itinerario Arabo-Normanno nell’area di Palermo ha sancito un nuovo punto di partenza per raccontare il nostro passato. La mostra sull’Islam in Sicilia alla Fondazione Orestiadi di Gibellina da me curata con l’architetto Enzo Fiammetta, l’archeologa Alessandra Bagnera e gli esperti delle sovrintendenze di Palermo e Trapani, ha esposto, accanto ad altre opere, le prime ceramiche invetriate prodotte in Sicilia in epoca islamica e i reperti del forno del vasaio trovati nelle cave di Cusa a Selinunte. Tra le nuove indagini guidate dalle scuole di archeologia di Pisa in collaborazione con le citate sovrintendenze si è attribuita agli arabi di Sicilia anche la famosa reggia di Favara, ricordata nei versi del poeta arabo-siciliano al-Itrabanishi. La cultura araba, accanto a quella greca ed ebraica non era stata cancellata dai Normanni, come testimoniano le iscrizioni su pietra esposte al Palazzo reale di Palermo. La lingua araba è sopravvissuta in Sicilia presso la comunità ebraica sino all’espulsione avvenuta nel XV secolo. La cultura è rimasta conservata nelle biblioteche e nella tradizione orale; esempi emergono dal Chichibio del Decamerone di Giovanni Boccaccio e dal Vardiello di Giovan Battista Basile ne Lo cunto de li cunti; entrambi gli autori riformulano aneddoti della cultura popolare di origine araba, che troviamo anche, attribuiti a Giufà, nella raccolta dei racconti della tradizione orale siciliana di Giuseppe Pitrè. Giufà, come Chichibio e Vardiello, è la trasposizione nella nostra cultura dello stolto briccone di origine araba, Juha, le cui storie sono sopravvissute da noi attraverso le narrazioni delle donne. 

In tempi più recenti i viaggi degli intellettuali arabi ed europei hanno contribuito a rivitalizzare la produzione letteraria su entrambe le sponde; si pensi a Galland con la sua traduzione creativa delle Mille e una Notte, o a Ahmed Shawqi che, ispirato da Racine, compone le prime tragedie in arabo e scrive la versione egiziana della storia di Cleopatra e Antonio.

Cosa lasciamo al futuro se perdiamo la nostra memoria? Ancora oggi è necessario recuperare quella parte della storia dimenticata a causa delle antiche rivalità religiose. Per molti aspetti, a partire dal Concilio ecumenico Vaticano II di Giovanni XXIII e Paolo VI sino alle dichiarazioni siglate da Papa Francesco con i rappresentanti della cultura islamica ed ebraica, tali questioni sono state archiviate aprendo le porte al dialogo costruttivo nella rilettura del passato.

Nel 2008 il grande poeta siriano Adonis è stato ospite a Napoli per scrivere un’opera teatrale dedicata alla città. Per giorni abbiamo visitato insieme i luoghi sacri del Mediterraneo cari al poeta; luoghi che come tanti altri autori arabi, conosceva grazie alle traduzioni in arabo dei testi classici del patrimonio culturale europeo. Per Adonis quei luoghi costituiscono, moderni santuari, l’antica memoria comune dei popoli del Mediterraneo: Pompei, Sorrento – la mitica terra delle sirene di Ulisse – l’antro della Sibilla, la villa dove Leopardi visse gli ultimi giorni, i personaggi dei presepi napoletani raffiguranti popoli di ogni appartenenza. Memoria viva sino a qualche tempo fa, e che i figli delle attuali guerre vedono cancellare dinanzi ai nostri sguardi indifferenti.

La nostra identità ha molto da raccontare al mondo, se ne cogliamo gli aspetti positivi mettendo la dignità delle persone al centro di un dialogo creativo.