di Marcello Paci
L’atto sessuale per sua natura è finalizzato alla procreazione, senza necessità di coinvolgimento delle strutture cerebrali superiori. È un istinto che sale del profondo del tronco cerebrale, la sede delle pulsioni primarie dell’essere vivente. Riguardano la ricerca del cibo per appagare la fame, la lotta o la fuga per salvarsi, la ricerca dell’altro sesso per la procreazione. Dunque tutta la materia erotica con la materializzazione nell’atto sessuale si potrebbe dire essere frutto di un locus genetico che si esprime con l’impulso ormonale per realizzare l’accoppiamento, processo ben rappresentato dalla cascata di eventi biologici che iniziano con l’informazione genetica custodita nel DNA dei cromosomi, per passare nell’RNA messaggero che innesca la sintesi di proteine la cui azione si esprime in atti mirati alla conservazione della specie, al perpetuarsi della vita.
Fuco impollinatore lui uomo, terra da fecondare lei donna. O forse sarebbe più opportuno utilizzare i termini di maschio e femmina, consoni alla natura ancestrale del tronco cerebrale di cui sono espressione. Uomo e donna sono termini che esprimono la corticalità della persona, di quando nel processo evolutivo ci siamo sempre più allontanati dalla animalità di cui il tronco cerebrale è custode.
Dopo la procreazione la natura impone la cura dei figli, anch’essa impulso primario. Dopo, assolto il compito, per l’essere vivente-tronco cerebrale, la prospettiva è solo l’attesa della morte, come accade nella società delle api per il fuco.
Nel tempo l’essere vivente si è evoluto con lo sviluppo della corteccia, ma il tronco sta sempre lì, non scompare, e l’essere diventato persona (uomo e donna) non lo esime da essere preda dei condizionamenti che da lì provengono. Per questo motivo l’essere vivente diventato persona, membro di una società civilizzata, affrancata soprattutto in Occidente dallo spettro della fame e risolti i bisogni primari dell’essere vivente, ingaggia una lotta formidabile con il tronco cerebrale per liberarsi dai condizionamenti da questo indotti.
Prova a diventare creatore, a sostituirsi alla natura, al caso, a Dio e così inaugurare un’umanità nuova, libera dai vincoli culturali e fisici del passato, quando dominavano i centri neurologici profondi che esprimevano valori e credenze da rigettare in toto. Al loro posto un’epoca di umanesimo integrale, con la persona al centro di tutto.
In questo processo di liberazione, quasi di nuova creazione, fa da guida la ragione, che diventa strumento della insopprimibile sete di conoscenza dell’uomo. E lo studio dell’Universo Cosmo e quello del microcosmo rivela una struttura organizzata secondo modalità matematiche che rimanda al mistero quasi di una mente superiore: Dio per le religioni abramitiche, o altro, laicamente ascrivibile al “Il caso e la Necessità” come dal libro di Jacques Monod.
Ma in questa meravigliosa e affannosa avventura della ragione, l’uomo non riesce a liberarsi compiutamente dei lacci della natura, che si esprimono con gli impulsi ancestrali del suo essere biologico. Ne continuano ad essere testimonianza, l’abbandonarsi con rinnovata determinazione alla ferocia delle attuali guerre con l’aggravante della motivazione religiosa ed etica che le giustificherebbe, oppure le celebrazioni di eventi i più vari che configurano aspetti da riti tribali, o la sopraffazione del forte sul debole presente in una molteplicità di situazioni.
Si attende il tempo della evoluzione finale nell’homo novus, pura corteccia, finalmente affrancato dalle antiche strutture. La cultura continua a spendersi per questo obiettivo, prefigurando l’era nuova della felicità in Terra. Non più guerre, violenze, brutalità e tutto quanto ancora oggi ci fa somigliare agli animali non pensanti.
Verrà mai quel tempo della felicità in Terra, scardinato dalle nuvole dove lo abbiamo da sempre immaginato nel mondo di Utopia? È che l’antica saggezza l’aveva posto in alto, irraggiungibile, perché consapevole del suo valore di simbolo a cui tendere senza poterlo mai raggiungere. Il tentativo virtuoso e destinato a fallire sarebbe comunque servito a migliorare la condizione dell’uomo.
Oltre quell’aspirazione, ci sono l’orgoglio e la superbia che fanno credere all’uomo di non avere più limiti, di essere proiettato verso l’assoluto, di essere lui l’assoluto, in una deriva estrema del razionalismo che può rompere il sottile diaframma che separa la realtà dall’inferno sottostante!












