di Diego Castagno
È il maggio del 2023 quando Ilaria Lamera, studentessa bergamasca di Ingegneria Ambientale al Politecnico di Milano, prende un materassino gonfiabile e una tenda da campeggio e la pianta sul prato di Piazza Leonardo da Vinci, davanti all’ateneo.
Per permettersi di studiare fuori sede, la sua famiglia affronta sacrifici enormi per pagarle una stanza a prezzi folli, ma noi basta. Gli affitti galoppano e la bolla diventa sempre più grande. Milano non attira più e la narrazione si inverte. La città esclude, è diventata per pochi, il suo modello di crescita impetuoso è insostenibile per la maggior parte delle persone normali che non possono permettersi l’affitto di una stanza o di un monolocale a 1000 euro al mese, con un anticipo di 3 mesi e una caparra di altri mesi.
La tenda di Ilaria nasce come atto di coraggio solitario e diventa la scintilla di un incendio pacifico che si alimenta in pochi giorni: la tenda di Ilaria viene imitata da decine di altri studenti alla Sapienza di Roma, a Bologna, e Padova. Nascono i “tendini”, e il resto che oggi vediamo in giro nella Piazze non solo italiane.
Maricarmen Abascal, 87 anni, è il volto e il simbolo del Popolo delle chiavi in Spagna. La sua famiglia vive nello stesso appartamento nel quartiere Retiro di Madrid dal 1956, protetta da un vecchio contratto storico. Negli ultimi anni cambia la proprietà e l’appartamento diventa l’oggetto di una dura battaglia legale fino allo sfratto definitivo: Maricarmen, impossibilitata a far fronte a rincari vertiginosi e costretta a lasciare la casa in cui era cresciuta, viene portata via in barella e in ambulanza a causa delle sue condizioni di salute, per poi morire dopo in un ospedale di Madrid.
Quella scena ha scioccato l’intera Spagna e non solo. Centinaia di attivisti del sindacato degli inquilini e studenti si sono riversati immediatamente in strada, piantando tende nella centrale Puerta del Sol a Madrid e dando il via a una mobilitazione oceanica da decine di migliaia di persone per pretendere leggi severe contro la mercificazione delle case. Soprattutto ha squarciato un velo, quello della sostenibilità del nostro modello di sviluppo. Occidentale e globale.
Ilaria e Maricarmen sono solo due dei tanti simboli di un movimento che è orizzontale e globale, il segnale della ritrovata vitalità di una generazione che rivendica una sua originalità con una sua semantica. E comunque vada a finire, questa ondata di protesta ha rimesso al centro di un discorso pubblico alone gli effetti collaterali del nostro modello di sviluppo sempre meno sostenibile: il caro-affitti non è un problema privato ma una grande questione politica nazionale. Inutile avere città splendide per turisti alto spendenti, se poi non si trovano i maestri o i tranvieri che ci vengono a lavorare perché gli affitti sono troppo cari, e peggio queste stesse città vengono percepite inaccessibili.
NOVI SAD. Novembre 2024
Scioperi generali studenteschi, blitz ai ministeri e ai rettorati, cortei non autorizzati, volantinaggi di massa e tende piantate nei cortili universitari per denunciare il fallimento del sistema formativo italiano. Un filo rosso europeo e globale assieme. Dalle spiagge e dai cantieri di Tirana fino alle barricate di Parigi e ai cortei di Roma, i giovani d’Europa non chiedono più soltanto riforme: mettono in discussione le regole del gioco, con un nuovo linguaggio globale, una nuova semantica e nuove forme di organizzazione.
Si parte da Belgrado, ed è il 1° novembre 2024.
La pesante tettoia in cemento dell’ingresso della stazione di Novi Sad crolla improvvisamente, provocando la morte di 16 persone (tra cui due bambini) e ferendone gravemente altre.
Quel disastro non viene vissuto solo come un incidente fortuito, ma diventa la scintilla che fa esplodere una situazione di malcontento generale nella Serbia di Vucic, al potere da anni.
I primi a partire sono i collettivi degli studenti, seguiti da movimenti di cittadini, auto-organizzati.
Il crollo diventa la metafora e il simbolo dell’incuria e dell’inefficienza legata alla corruzione sistemica dell’apparato statale, ai lavori appaltati al ribasso, ai controlli truccati ed alla lottizzazione politica che caratterizzano la gestione delle grandi opere pubbliche nel Paese.
Nel novembre 2024 inizia la protesta di piazza, guidata dagli studenti dell’Università di Belgrado, con blocchi, marce oceaniche e occupazioni nella capitale che prendono di mira i simboli e i palazzi del potere dando vita ad una delle stagioni di rivolta civile e politica di imponenti e più lunghe nella storia dell’Europa degli ultimi due secoli.
15 marzo 2025. A Belgrado più di trecento mila persone invadono le strade della capitale serba. Vengono da ogni parte di un paese che ha poco più di 6 milioni di persone, sfidando i blocchi stradali e ferroviari messi in atto dal Governo di Vucic per impedire ai manifestanti di raggiungere la città. È la più grande protesta mai registrata a Belgrado dai tempi della caduta di Milošević, ed ha uno straordinario timorato politico, perché dimostra la forza e la capacità organizzativa della nuova generazione, la GEN ZETA serba e i movimenti studenteschi. Per la prima volta gli studenti mettono seriamente in difficoltà il blocco di potere al governo.
La particolarità straordinaria del movimento studentesco serbo fino dall’inizio consiste nel non avere un leader unico o un capo carismatico, né un portavoce: una scelta strategica e difesa fin dall’inizio per evitare che il governo potesse attaccare, isolare o delegittimare la singola persona.
La struttura resta assembleare e orizzontale: il movimento nasce dai collettivi autonomi delle università di Belgrado e Novi Sad e si è coordina attraverso assemblee permanenti. Le decisioni vengono prese dal basso, collettivamente.
Dopo mesi di mobilitazioni oceaniche e scioperi gli studenti hanno capito che la sola protesta di piazza non bastava, così, nel settembre del 2026, il movimento decide di fare il grande salto, strutturandosi in un vero e proprio progetto politico elettorale unitario per partecipare alle elezioni parlamentari anticipate. Nasce così la la Student List: un programma in 11 punti, il “Piano Studentesco” incentrato sulla lotta alla corruzione sistemica, la trasparenza radicale degli appalti, l’indipendenza della magistratura, il salario, l’istruzione gratuita e il blocco delle speculazioni.
La maggior parte dei partiti d’opposizione tradizionali si ritirano dalla competizione elettorale per convergere e sostenere la lista civica degli studenti.
Non esistendo un leader, la Student List viene presentata alle elezioni senza un “capo lista” o un candidato premier designato alla vecchia maniera. I candidati di punta sono scelti nel mondo universitario o tra gli attivisti storici della piazza e dei campus e i portavoce agiscono a rotazione. Questa scelta rischiosa e radicale ha permesso di sconfiggere il sistema di potere di Vučić presentandosi non come “politici di professione” ma come la voce orizzontale della società civile.
L’ORIZZONTALITÀ DEI MOVIMENTI
In questo orizzonte prende forma una nuova importante mutazione quasi genetica della GEN ZETA globale. Mentre i vecchi movimenti del Novecento e più in generale tutti i movimenti politici degli ultimi due secoli hanno cercato il leader carismatico, il segretario di partito o l’uomo forte capace di guidare le masse, la nuova generazione pensa che proprio i leader individuali siano un punto debole del sistema.
Il capo di un movimento è un potenziale bersaglio del sistema di potere contro cui si vuole manifestare da isolare, screditare o bloccare per “decapitare” la protesta o l’organizzazione.
Quasi tutti i movimenti che abbiamo visto all’opera in questi mesi usano lo stesso modello organizzativo puntando sull’orizzontalità radicale e la leadership collettiva, facendo di questa scelta un punto di raccolta del consenso e della simpatia popolare.
Il potere diffuso e senza volto unico è la forma scelta dai Fenicotteri in Albania e dal Popolo delle Chiavi in Spagna, basata su reti aperte e assembleari. Le occupazioni e le proteste di massa a Madrid e Barcellona sono coordinate da comitati di quartiere, la stessa Maricarmen Abascal, l’87enne sfrattata, non è una leader politica: è il simbolo e il volto della protesta organizzata da centinaia di attivisti orizzontali.
Lo stesso anche per i Pirati di One Piece in Indonesia. In questo caso il “capo” è addirittura un personaggio dei manga, Rufy, e la bandiera è il simbolo fumetto dei pirati.
Per capirci, non c’è un “comitato centrale dei pirati” che concede il simbolo: chiunque può stampare il Jolly Roger e scendere in piazza. Il movimento è orizzontale e fluido per definizione, l’identità è visiva e soprattutto pop, non piramidale.
In Italia, infine, dalla tenda solitaria di Ilaria Lamera davanti al politecnico di Milano fino alle tendopoli e ai cortei di oggi, le proteste universitarie si reggono su assemblee permanenti, collettivi autogestiti e piattaforme aperte. Non c’è il “capo degli studenti italiani”, ma ci sono assemblee plenarie dove si vota dal basso.
L’unica eccezione sono gli Scarafaggi in India che nascono fin dall’inizio come una provocazione strutturata e digitale guidata da Abhijeet Dipke, esperto di digital marketing e comunicazione social.
Mentre in Europa e nei Balcani la GEN ZETA rifugge la politica tradizionale e i capi per costruire democrazia dal basso, nel Sud del mondo la gioventù usa la provocazione, la satira digitale e la costruzione di un “brand” di protesta per farsi ascoltare da un gigante burocratico e statale immenso come quello indiano.
NARTA/ ZVERMEC. Revolucioni i Flamingove (I fenicotteri di Valona)
A Tirana un copione simile rispetto a quello di Belgrado, ma con una origine differente, quella della ricerca dei fenicotteri dell’Adriatico.
L’isola di Sazan è una ex base militare fortificata e rimasta “segreta” e intatta per decenni. Fa parte della laguna di Zvërnec, un’area di straordinario valore paesaggistico e naturalistico poco distante da Valona.
Su quest’area si sono concentrati gli interessi del fondo di investimento Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, il cognato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Gli appetiti di Kushner si sposano con le linee strategiche di Edy Rama, che vuole fare del suo paese la nuova frontiera economica dei Balcani e diventare una zona interessante per i fondi di investimento internazionali, finanziati in gran parte da capitali del Golfo, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arab, dove poter lanciare operazioni immobiliari a grandissima redditività.
L’obiettivo di Kushner era trasformare un’area selvaggia in un polo turistico di extra-lusso per super-ricchi (con resort, ville e marine private, replicando modelli di successo realizzati in altri punti della penisola balcanica, ad esempio Porto Montenegro).
L’amministrazione di Edi Rama, che in questi anni ha cercato attivamente capitali e investitori globali di altissimo profilo per modernizzare il Paese e attrarre ricchezza, ha offerto a Kushner agevolazioni e facilitazioni politiche, amministrative e fiscali. Il progetto ha ottenuto rapidamente lo status di “investimento strategico” per alleggerire i tempi burocratici e i controlli amministrativi.
L’affare sulla carta è perfetto, perché combina la ricerca di profitti miliardari in un mercato emergente a basso costo fiscale e normativo con la sponda di un governo locale desideroso di legare il proprio nome ai grandi capitali internazionali, inclusi quelli legati alla rete della famiglia Trump.
Eppure qualcosa va storto, il vento soffia in maniera contraria per Rama e i suoi. E Donald Trump con il fido cognato Kushner ha perso il tocco magico delle elezioni di due anni prima. La totale mancanza di trasparenza dell’operazione che prevede lo scambio tra la tutela ambientale e le colate del cemento del lusso hanno fatto scattare la rivolta dei “Fenicotteri”.
Il progetto di Kushner è oggi al centro di un braccio di ferro politico, giudiziario e soprattutto di piazza molto duro. Nonostante il governo di Rama abbia blindato l’iter e siano stati allestiti i primi cantieri, il progetto è fortemente rallentato, contestato e sotto pressione. La procura speciale anticorruzione albanese, la SPAK, ha aperto fascicoli e avviato indagini sulle modifiche apportate dal governo allo status di protezione delle aree ambientali, e sulle procedure con cui sono stati scavalcati i controlli pubblici e sui titoli di proprietà dei terreni, nati da vecchi contenziosi ereditati dal periodo comunista.
La rivolta in piazza nata da quell’episodio ha fatto un salto di qualità, trasformandosi nella rivolta di una intera generazione contro l’amministrazione di Rama che preside le piazze dal maggio di quest’anno. Alle proteste il governo ha risposto con una linea insolitamente dura, che però non ha indebolito la “Rivoluzione dei Fenicotteri” né impedito le manifestazioni oceaniche organizzate a Tirana, Il cantiere non è stato cancellato, ma è diventato una polveriera politica a cielo aperto.
Il movimento dei fenicotteri ha avuto e mantiene una fortissima attenzione mediatica e politica internazionale.
IL “COCKROACH JANTA PARTY” DI NUOVA DELHI
Surya Kant, il Presidente della Corte Suprema indiana, durante un’udienza in tribunale, il 15 maggio 2026, a proposito delle proteste di piazza dei giovani attivisti per la crisi occupazionale e la corruzione, paragona i manifestanti a degli “scarafaggi che finiscono per attaccare tutto e chiunque”.
Il giorno dopo la dichiarazione di Kant, lo stratega digitale Abhijeet Dipke risponde alla provocazione con una altra provocazione via social “E se tutti gli scarafaggi si unissero?”, dando vita in pochissime ore al Cockroach Janta Party, trasformando l’insulto nel simbolo ufficiale della rivolta della GEN ZETA indiana.
La caratteristica delle proteste indiane e la loro peculiarità rispetto alle altre è l’organizzazione verticale, decisamente più tradizionali rispetto a quelle orizzontali ed assembleari.
L’effetto è sostanzialmente lo stesso, manifestazione e cortei partecipati e reazioni decise da parte del governo.
Il Cockroach Janta Party (CJP) nasce in India, nella primavera di quest’anno, ed è il gruppo più tradizionale tra tutti. Lo scarafaggio è il simbolo della rabbia della Generazione Z contro il governo di Narendra Modi.
La scintilla è lo scandalo dei blocchi legati ai test di ammissione universitari, in particolare quelli di medicina, e ai concorsi pubblici.
Durante un’aspra polemica sui concorsi e sui titoli di studio falsi o contestati, il presidente della corte penale indiana paragona i giovani manifestanti a degli “scarafaggi… parassiti che infestano il sistema intenti solo a spaccare e distruggere quello che trovano”. Gli studenti del movimento prendono e rovesciano completamente l’insulto, e fondano il Cockroach Janta Party, facendo dello scarafaggio il loro simboli, rivendicando proprio la resilienza dell’insetto capace di “sopravvivere a qualsiasi catastrofe e disastro politico”, compresa la bomba atomica.
Il partito degli scarafaggi è l’unico dei gruppi nati nel mondo in questi mesi che ha un leader, Abhijeet Dipke, esperto non a caso di social media e di strategie di comunicazione sul web, circondato e sostenuto da attivisti e giovani intellettuali emersi dal Bassora cui Ashutosh Ranka e Saurav Das.
Gli scarafaggi di Nuova Delhi chiedono lavoro e futuro, pretendono le dimissioni dei vertici politici responsabili del blocco del futuro lavorativo e formativo dei giovani, rivendicano la necessita di riforme radicali dei concorsi, trasparenza e lotta alla corruzione.
Si sono mobilitati partendo da una straordinaria campagna digitale a cui son seguiti scioperi della fame ad alto impatto mediatico, come quello dell’attivista Sonam Wangchuk, e imponenti marce di protesta represse con fermezza e arresti di massa dalle autorità a Nuova Delhi. La risposta delle autorità ha definitivamente confermato e rinsaldato la popolarità del movimento.
I CHUMBADO DI LISBONA
Gli ultimi studenti a mobilitarsi, in ordine cronologico, sono quelli di Lisbona. In Portogallo la protesta giovanile e studentesca è esplosa con grande intensità, legandosi a doppio filo alla gravissima crisi economica e sociale che sta colpendo il paese negli ultimi mesi.
In prima linea ci sono gli studenti delle scuole superiori, con i blocchi ai licei storici della capitale, gli universitari e i collettivi di giovani lavoratori precari.
Le azioni sono coordinare dal collettivo studentesco “Chumbado”, nato proprio per denunciare il fallimento delle politiche sull’istruzione e il carovita, e da “Students for the End of Fossil Fuels”, gli eco attivisti che collegano la giustizia climatica alla crisi sociale. Con loro i comitati spontanei dei “fuori-sede” e dei giovani colpiti dalla crisi degli alloggi, che in passato avevano già animato gli accampamenti in piazza Rossio a Lisbona.
Al centro delle loro rivendicazioni l’“Emergenza Casa”, il cuore della protesta: dal 2015 ad oggi i prezzi degli immobili e degli affitti a Lisbona sono cresciuti del 124%, circa il doppio della media UE, spinti dal turismo di massa, dagli affitti brevi e dai visti d’oro, un fenomeno noto e diffuso in tutte le città europee che determina una progressiva espulsione dalle città di chi percepisce un reddito più bassi. Oltre al tema della casa, diventata un bene di lusso insostenibile, i manifestanti chiedono l’applicazione effettiva delle leggi di finanziamento per le università pubbliche, il blocco dell’aumento delle tasse scolastiche e il recupero del potere d’acquisto per borse di studio ed Erasmus, erosi dall’inflazione.
“Occupiamo le strade per il diritto alla casa, occupiamo le scuole per il diritto all’istruzione”.
Negli ultimi cortei e assemblee, lo slogan dei giovani portoghesi si è unito a quello del resto d’Europa con una forte impronta antimilitarista, all’insegna dello slogan ”Soldi per la scuola e la casa, non per le armi e la guerra”, criticando i tagli ai servizi pubblici in favore del riarmo.
Le azioni concrete consistono nel “Lockdown” degli istituti, blocchi fisici degli ingressi scolastici all’alba, impedendo le lezioni per trasformare le scuole in assemblee permanenti, con accampamenti e tende davanti ai ministeri per denunciare l’impossibilità di pagare un affitto sul modello dei fuoriesce italiani e spagnoli.
Dura la risposta del governo guidato da Luís Montenegro, con sgomberi e risposte repressive, sullo stile delle mobilitazioni generali che stanno scuotendo contemporaneamente Francia, Spagna, Germania e Italia.
Dal maggio del 2023 e dalla tenda di Ilaria Lamera a Poli di Milano agli Indignados di Puerta del Sol a Madrid alle proteste contro i tagli al welfare nel Regno Unito, quello che cambia in parte oggi, rispetto a qualche anno fa, è che il tema dell’emergenza abitativa e del carovita è più sentito che in passato e la tenda ha un valore simbolo politico permanente fuori dalle università e nelle piazze centrali delle città europee. Esattamente come sul teschio che ridacchia di “One Piece”.
ONE PIECE
Il simbolo forse più interessante ed emblematico dell’universo semantico dei nuovi movimenti è la bandiera della ciurma di Rufy di “One Piece”, il teschio con il cappello di paglia, noto come il Jolly Roger dei Mugiwara, diventato il vessillo universale della Generazione Z in rivolta contro i governi autoritari, la corruzione e la repressione.
Lo usano i giovanissimi, gli studenti medi e universitari e i manifestanti della GEN ZETA ormai ovunque in tute le manifestazioni e in tutti i paesi del mondo. È diventato un’icona transnazionale perché rappresenta la lotta contro un sistema percepito come ingiusto e oppressivo, che nel manga giapponese viene identificato il “Governo Mondiale” e i tiranni locali. La bandiera con il testo che ride viene sventolata come un simbolo di ribellione, libertà e solidarietà giovanile.
I primi a usare questo simbolo sono i movimenti studenteschi e popolari nati in Indonesiane sostituiscono la bandiera del pirata a quella nazionale in segno di protesta contro le restrizioni.
A ruota seguono le Filippine e poi il Nepal: stesso copione e stesse rivendicazioni, la corruzione e il carovita. La bandiera fotografata e resa virale sui social, viene issata sui cancelli del Parlamento dato alle fiamme a Katmandu. E lo stesso accade in Madagascar, durante le proteste antigovernative di piazza, spesso con varianti locali del cappello.
Da noi, in Europa, arriva all’inizio in Francia, adottata dai collettivi studenteschi e dai manifestanti nei cortei urbani a Parigi, Lione e Montpellier durante gli scontri e le mobilitazioni di piazza, e poi in Italia, nei cortei studenteschi e nei blocchi di piazza, inclusi quelli recentissimi di Roma e Milano. Interessante il fatto che il teschio è un simbolo di lotta generazionale e “universale”, condiviso in rete e capace di diventare virale in tutto il mondo, un vero e proprio Hashtag capace di mettere in rete le esperienze più diverse.
La Jolly Roger di One Piece è perfetta per le piattaforme, “vibra” come dicono i ragazzi: un successo globale che parte dalla storia, dalla trama e dai temi del manga.
One Piece è stato scritto e disegnato da Eiichirō Oda, pubblicato dal 1997 sulla rivista Shūkan Shōnen Jump, ed è il manga più venduto della storia editoriale globale: oltre 500 milioni di copie nel mondo. Non è solo un fumetto di successo, ma un vero e proprio “manifesto” generazionale, utilizzato oggi dai ragazzi di tutto il mondo come simbolo politico e culturale di ribellione.
La trama segue le avventure di Monkey D. Rufy (Luffy), un giovane pirata che mangia per errore un Frutto del Diavolo, il Gomu Gomu, che trasforma il suo corpo in gomma, acquisendo poteri elastici. Ispirato dal pirata Shanks il Rosso, Rufy salpa dal Mare Orientale con un sogno: trovare il leggendario tesoro One Piece lasciato dal Re dei Pirati Gol D. Roger, morto giustiziato vent’anni prima, e diventare a sua volta il nuovo Re dei Pirati.
Per farlo, raccoglie una ciurma eterogenea e fedelissima, i Pirati del Cappello di Paglia, tra cui lo spadaccino Zoro, la navigatrice Nami, il cecchino Usop, il cuoco Sanji.
La narrazione si concentra sul mondo di One Piece, vastissimo e dominato da un’entità politica globale totalitaria chiamata “Governo Mondiale”, stretto da un ordine militare corrotto, “la Marina”, e da una classe di “nobili” intoccabili “i Draghi Celesti” che sfruttano le risorse del pianeta e le persone.
La ciurma di Rufy, viaggio dopo viaggio, finisce sistematicamente per liberare regni oppressi, sconfiggere dittatori, rovesciare tiranni e difendere gli emarginati.
L’autore, Eiichirō Oda, è considerato uno dei mangaka più influenti e meticolosi di sempre: ha ideato l’intero impianto narrativo quando era ancora un adolescente, pianificando una saga monumentale che va avanti da quasi trent’anni, basandosi su un sistema di misteri interconnessi e colpi di scena eccezionali. È facile capire come mai sia diventato un simbolo di lotta e di protesta per le GEN ZETA. Nel mondo di Oda, il “Governo Mondiale” non è un’istituzione democratica ma un apparato burocratico oppressivo che nasconde segreti storici, censura la verità, la cosiddetta Storia Sconosciuta o Secolo Vuoto, e opprime i popoli liberi. È lo specchio perfetto del disagio della GEN ZETA verso le istituzioni politiche ed economiche reali.
La filosofia di Rufy è semplice e radicale: “Il Re dei Pirati è la persona più libera del mondo”. Non vuole dominare nessuno, vuole solo che nessuno gli dica cosa fare o chi opprimere. Per i giovani che lottano contro il carovita, la precarietà e i sistemi scolastici rigidi, la Jolly Roger, il teschio col cappello di paglia, è diventata il vessillo definitivo dell’autonomia e della resistenza dal basso.
I lettori infine crescono con i personaggi. Affrontare temi come il razzismo sistemico, ad esempio la discriminazione degli Uomini-Pesce, il traffico di esseri umani, le disuguaglianze sociali estreme e la corruzione politica rende il manga incredibilmente politico pur nascendo come opera d’intrattenimento.
P. S.
Per una strana nemesi storica dalla Francia parte l’idea che si trasforma in azione intransigente e motivante. Per il resto i Balcani sono la vera polveriera delle tensioni. Curiosi corsi e ricorsi della storia. C’è un fatto però. Il movimento è globale oggi. Ci sono i social e c’è la rete.













Lascia un commento