6 DICEMBRE 1954: GLI INIZI DI DON MILANI

di Mario Pacelli

6 dicembre 1954: Don Lorenzo Milani viene nominato Priore di Sant’Angelo di Barbiana, una piccola frazione del Comune di Calenzano, nel Mugello, a circa 500 m sul livello del mare.

Tutto l’abitato consisteva in una vecchia chiesa cui erano addossate tre case, poche altre case erano sparse intorno, alcune ormai disabitate. Non esisteva nemmeno una strada per arrivare all’abitato. Mancava l’acqua, l’energia elettrica, il telefono: nemmeno il postino, salvo congrua mancia, recapitava la posta. Gli abitanti, in tutto una novantina di persone (120 ufficialmente) erano poverissimi: vivevano con quel poco che davano i campi o recandosi a lavorare nelle industrie del Mugello. Non c’era certamente da gioire per la destinazione avuta: quando arrivò alla chiesa il nuovo parroco si inginocchiò, pregò e pianse. Nemmeno pareva immaginare che quel luogo, di cui la maggior parte degli italiani ignorava anche l’esistenza, sarebbe diventato presto famoso in tutto il Paese ed oltre per una serie di circostanze straordinarie.

Quando giunse a Barbiana, Don Milani aveva poco più di trent’anni: era nato il 27 maggio 1923 a Firenze in una famiglia ricca – possedeva, oltre ad immobili a Firenze e a Castiglioncello, mezzo feudo con 25 poderi a Montespertoli – e di forti tradizioni culturali. Il bisnonno, Domenico Milani Camporetti, alla fine dell’800 era stato un illustre filologo. Morì senza lasciare figli vivi: suo nipote Luigi Adriano, nonno di Don Lorenzo, fu docente di archeologia e direttore del Museo archeologico fiorentino. Il padre, Albano Milani, era un chimico dai molteplici interessi culturali che nel 1919 sposò con il solo rito civile Alice Weiss, di religione ebraica. È in questo ambiente familiare, certamente estraneo al pensiero cattolico, che Lorenzo visse la prima parte della sua vita.

All’inizio degli anni ’30 la famiglia si trasferì a Milano, dove il padre trovò occupazione in un’azienda che si occupava di organizzazione sociale del lavoro. Lorenzo frequentò l’ultimo anno della scuola elementare e la prima ginnasiale al Liceo Berchet: lo lasciò l’anno successivo per l’istituto Zaccaria tenuto dai padri Barnabiti per ritornare poi due anni dopo al Berchet dove concluse gli studi senza mai brillare, ma anzi riportando anche qualche bocciatura. Nel 1941 riuscì comunque a conseguire la maturità classica: non volle iscriversi all’Università e scelse di andare ad imparare a dipingere a Firenze presso lo studio di un pittore tedesco, Hans Jachim Staude, un uomo molto lontano dal cristianesimo e affascinato dalle religioni orientali (Fallaci, pag. 49).

Erano gli anni della guerra e delle persecuzioni razziali, che tuttavia non toccarono la famiglia Milani: prudentemente il 29 giugno 1933 i signori Milani contrassero matrimonio religioso e fecero battezzare i tre figli, fra cui Lorenzo: con la complicità del parroco la data fu “ritoccata” in modo che non potessero nascere sospetti.

Lorenzo si appassionò sempre più alla pittura: la sua vita era quella di un giovane anticonformista che viveva a Firenze con il denaro che, con una certa parsimonia, gli facevano avere i genitori. Il 6 giugno 1943 fu cresimato dal Cardinale Arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa: andava nascendo in lui un sentimento religioso seguendo un percorso spirituale che descrisse in appunti successivamente distrutti. Il punto di arrivo fu la decisione di diventare sacerdote: il 9 novembre 1943 entrò nel seminario di Castello d’Oltrarno. Le difficoltà iniziarono quasi subito. Non tardarono infatti le vivaci dispute con gli insegnanti del Seminario da un lato a proposito dell’obbedienza, che costituiva uno dei cardini delle “Regole” per i seminari stabilite nel 1938 dal Card.

Dalla Costa, e dall’altro circa la posizione della Chiesa Cattolica rispetto ai problemi sociali della società contemporanea. Iniziò da quel momento la polemica di Lorenzo Milani, non ancora ordinato sacerdote, nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche e più in generale della posizione della chiesa rispetto ai problemi emergenti nella società civile, molto diversi da quelli che la Chiesa stessa aveva avuto dinanzi negli anni (e nei decenni) precedenti. La polemica, sempre condotta, come avverrà fino alla fine, osservando rigidamente i limiti dell’ortodossia, non era certamente facilitata dalla personalità del seminarista: tutti coloro che hanno scritto di lui avendolo, ben conosciuto concordano sul suo autoritarismo e sull’asprezza con la quale esponeva il suo punto di vista, unito a una certa misoginia che diede origine ad alcune pesanti affermazioni argomentate da taluni suoi scritti e sulle quali egli stesso ironizzava (Braccini – Taddei, pag. 16 e seg.).

Il 13 giugno 1947 Lorenzo venne ordinato sacerdote nella chiesa di Santa Maria del Fiore a Firenze ed il 9 ottobre successivo fu nominato Cappellano dell’anziano Don Daniele Pugi, parroco di San Donato di Calenzano, piccolo centro vicino a Firenze. La scelta dell’incarico fu attentamente meditata: il vecchio parroco avrebbe chiuso un occhio sull’eccessivo prevedibile dinamismo del nuovo sacerdote, che, in un piccolo paese, non avrebbe comunque potuto combinare grossi guai.

La previsione si dimostrò ottimistica. A San Donato Don Milani, divenuto anche insegnante di catechismo presso la scuola elementare del paese, prese subito posizioni tali da farlo entrare rapidamente in rotta di collisione con il clero della zona. Il tema centrale della sua polemica erano le attese insoddisfatte della povera gente, l’abisso culturale tra ricchi e poveri, che consentiva ai primi di mantenere i loro privilegi ed impediva alle classi inferiori, che non conoscevano nemmeno il significato delle parole di uso meno comune, di progredire. OsseNerà Pietro lngrao, dopo una visita a Barbiana nel 1965 (in Testimonianze, n. 100, pag. 892) che Don Milani “giudicava muovendo da una gerarchia di valori diversa” da quella “mondana” e come tale al di fuori da qualsiasi taglio politico, tesi questa che trova eco nella sottolineatura dell’ascetismo del sacerdote (Braccini – Taddei).

Sta di fatto che le posizioni di Don Milani sui problemi sociali, tutte a favore delle “classi” inferiori e per una nuova giustizia sociale, non potevano restare senza eco nell’Italia degli anni ’50, in cui cattolici e comunisti si fronteggiavano duramente. La politica dei blocchi contrapposti lasciava scarsi margini a chi, come Don Milani, tentasse di sfuggire a quella logica, chiamato invece a dire chiaramente per quale dei contendenti intendesse schierarsi. Per un sacerdote la domanda appariva addirittura superflua: dinanzi a prese di posizione che richiamavano direttamente il conflitto di classe di cui parlava la sinistra marxista il quesito non diveniva più privo di senso, anche se si trattava di un ministro di Dio.

Nel caso di Don Milani, appartenente tra l’altro ad una famiglia della ricca e colta borghesia toscana, la scelta di campo poteva ritenersi scontata ma lo diveniva meno quando lo stesso Don Milani affermava (Lettere, ed. 1972, pag. 244) di aver “messo ventinove anni per uscire dalla classe sociale che legge “L’Espresso” e “Il Mondo”, fino ad individuare nel padre il paradigma del mondo borghese. Non bastava l’affermazione che “la dottrina del comunismo non val nulla. Una dottrina senza amore” (Esperienze pastorali, p. 458): ciò che più contava in quel momento storico era la possibilità data alle forze di sinistra di utilizzare la denuncia delle ingiustizie sociali fatta da Don Milani in modo strumentale per cercare di aggregare a sé il consenso dei cattolici più sensibili ai problemi sociali.

Nell’agitato mondo cattolico toscano, dove la Comunità dell’Isolotto (quartiere di Firenze) era sul filo dell’ortodossia, il Card. Dalla Costa, arroccato su posizioni di assoluta chiusura verso i desideri di novità provenienti dal clero più giovane, e la D.C., il partito dei cattolici (o quanto meno della maggioranza di essi) spaccata in due per la forza politica e di espansione delle correnti di sinistra, le posizioni di Don Milani non potevano passare inosservate anche in quanto talora assunte con il chiaro intento di aprire un caso, di sollecitare un dibattito, di alimentare una riflessione, pur restando sempre nella più stretta ortodossia.

Il 10 ottobre 1958, in una lettera a Padre Reginaldo Santilli, domenicano, espresse chiaramente le sue intenzioni: “Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte la settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi andarlo a cercare quando avessi lasciato la Chiesa” (Mazzarelli, pag.131). Perfino nelle piccole cose si mostrò ligio a questo principio: quando nel 1950 fece un viaggio a Roma per l’Anno santo con un gruppo di fedeli di Calenzano in bicicletta, chiese al Vescovo di non indossare la tonaca durante il viaggio. L’autorizzazione non gli fu concessa e don Milani anche in bicicletta indossò la tonaca.

A Calenzano la sua maggiore attenzione fu dedicata ai giovani: elaborò perfino un diverso modo di insegnare il catechismo ai bambini che ebbe l’approvazione ecclesiastica ed organizzò una scuola serale per chi non aveva neanche la licenza di V elementare ed alla quale fu assegnata dal Provveditorato agli studi un maestro. Don Milani faceva lezione a quelli che avevano meno bisogno delle nozioni di base di italiano e aritmetica (per loro provvedeva una professoressa) e lo faceva in modo assolutamente originale per i tempi, usando la prima pagina dei giornali per spiegare il significato delle parole e chiarire quanto scritto.

Presto Don Lorenzo diventò “il maestro” per antonomasia, un maestro che parlava della ricreazione come di una “piaga” (Esperienze pastorali, pag. 139) e che il 27 maggio 1951 giunse fino ad invitare gli elettori alle prossime elezioni amministrative a votare D.C. secondo le istruzioni pervenutegli dal Vescovo, ma a scegliere tra i candidati. Dalla Costa, saputo il fatto, lo convocò immediatamente e qualificò “rischioso” il suo comportamento, che mirava in realtà a favorire i candidati delle sinistre D.C. Don Milani chiese allora ed ottenne un breve periodo di ferie, sI recò in Germania e tornò a Calenzano dopo le elezioni.

Presto intorno al Cappellano si formò un nucleo di giovani affascinati dal suo modo di parlare (un frasario spesso irritante e talora volgare mutuato dalla gente del posto) e di agire assolutamente anticonvenzionale per un sacerdote: con lui si poteva affrontare e discutere qualunque argomento, ottenendo sempre risposte talora dure, ma sempre improntate ad una intensa religiosità cristiana. Talora amava i paradossi, come in una lettera a Pipetta, giovane comunista di Calenzano, in cui, dopo la vittoria della D.C. alle elezioni del 18 aprile 1948, affermava che quella vittoria era stata la sua grande sconfitta in quanto “ora che il ricco t’ha vinto con il mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco” per finire con l’esaltazione delle beatitudini evangeliche (Lettere, pag. 4).

Presto decise di far sentire la sua voce oltre il ristretto territorio di Calenzano e di collocare più in alto il bersaglio della sua sfida: con una lettera garbata ma ferma respinse un giornale della Confindustria che arrivava, non richiesto, in parrocchia. Il Presidente della organizzazione degli industriali Angelo Costa rispose in una lettera altrettanto garbata che l’invio del giornale sarebbe cessato: solo dopo molti anni si seppe che Costa era intervenuto presso il Cardinale arcivescovo di Firenze Dalla Costa per sottoporgli il caso (Pecorini, pag. 336).

Anche i comunisti non erano però entusiasti del comportamento di un prete che spesso andava oltre le loro posizioni. Quando fu decisa una colletta per i lavoratori licenziati da una fabbrica del luogo, in polemica con il P.C.I. della zona Don Milani si dichiarò contro quella forma di

solidarietà affermando che il vero problema era quello di impedire la possibilità stessa dei licenziamenti. Il rivoluzionario non legato ad una ideologia politica finiva in tal modo per spiazzare tutte le ideologie, anche se nell’immediato gli obiettivi potevano sembrare – all’apparenza, ma solo all’apparenza – gli stessi.

La morte di Don Pugi fu l’occasione che la Curia fiorentina colse per tentare di risolvere quello che era divenuto ormai “il problema Don Milani”: il trasferimento a Barbiana, lontano da tutti e da tutto, poteva forse far ripiombare il combattivo sacerdote nell’anonimato. Non fu così. Barbiana, con il suo stato di arretratezza, costituì una sorta di laboratorio vivente per Don Milani, un luogo che si prestava facilmente ad essere addotto ad esempio della necessità di elevare il livello culturale come condizione essenziale per il superamento delle sperequazioni sociali, aprendo nuovi e più promettenti orizzonti a chi, analfabeta o poco più, era fatalmente destinato a restare tra i poveri.

Ciò spiega il motivo dell’importanza fondamentale che Don Milani attribuì alla scuola, alla “sua scuola”, una scuola diversa da quella tradizionale, in cui l’insegnamento era centrato non su un astratto nozionismo, ma sulla crescita culturale dell’individuo e della consapevolezza dei suoi diritti e dei suoi doveri quale cittadino.

L’eco che le tesi sostenute da Don Milani e da lui concretamente applicate pur se dentro i ristretti limiti che Barbiana e i suoi abitanti

rappresentavano, si diffuse rapidamente anche per la singolare arretratezza a quel tempo della scuola italiana in generale, che era ancora quella uscita dalla riforma di Giovanni Gentile all’inizio degli anni ’20, subito dopo l’avvento del fascismo al potere, quando l’Italia era ancora un paese eminentemente agricolo.

Fin dal primo giorno dell’arrivo del nuovo Priore, a Barbiana iniziò a funzionare la scuola, una scuola, come quella di San Donato, tutta particolare, frequentata da una trentina di ragazzi del paese (che arrivarono anche a quaranta), in uno stanzone della canonica. Per 11 ore al giorno, tutti i giorni, coadiuvato da una professoressa, Adele Corradi, e poi anche dal prof. Agostino Ammannati, Don Lorenzo insegnava con l’obbiettivo di “non colmare l’abisso di ignoranza, ma l’abisso di differenza” (Esp. Past., pag. 240) tra i poveri ed i ricchi. Tolse il crocefisso perché la scuola doveva essere aconfessionale, ma la sua scuola era classista e politica nel senso lato del termine, una scuola cioè che si prefiggeva scopi politici come quello della trasformazione della società, ma al di là degli schieramenti partitici. La scuola, per Don Milani, era la chiave della evangelizzazione degli uomini. Le ragazze erano escluse dalla scuola (in quanto per lui solo per l’uomo il lavoro è un diritto ed un dovere mentre per la donna è naturale ed ammesso solo in caso di necessità) ed ammesse solo alle rappresentazioni teatrali della Compagnia del Santissimo Sacramento, altra creazione di Don Milani).

Nei limiti delle possibilità finanziarie, l’estate i ragazzi effettuavano viaggi all’estero per ampliare le loro conoscenze di uomini e cose ed imparare le lingue straniere. Il venerdì era il giorno delle conferenze, alle quali erano ammessi tutti. Molti arrivavano dai paesi vicini e tra loro gli ex alunni di Calenzano. A poco a poco arrivarono a Barbiana anche intellettuali, giornalisti, uomini politici curiosi di conoscere quel sacerdote di cui tanto si parlava e magari di confrontarne le tesi. Don Milani non si sottraeva al dibattito usando un linguaggio sboccato e popolaresco, affinché risultasse chiaro anche dalle parole usate, a chi andavano le sue preferenze.

La scuola era per Don Milani ancora poca cosa per provocare quella rivoluzione della coscienza cristiana che era il suo obbiettivo, né potevano essere sufficienti gli articoli a sua firma che apparivano di tanto in tanto sulla stampa cattolica (Franco perdona tutti, Adesso, 1949, in occasione della mancata assunzione di un operaio perché comunista; Per loro non c’era posto, Adesso, 1950, a proposito della situazione della proprietà immobiliare, che lasciava senza casa chi ne aveva più bisogno; Lettera ad un predicatore, Vita cristiana, 1952, sul lavoro paziente del sacerdote e contro una rigida applicazione del decreto papale di scomunica dei comunisti; Lettera dalla montagna, Il giornale del mattino, 15 dicembre 1955, sulle responsabilità politiche dei cattolici). Occorreva qualcosa di più incisivo, di più organico: nacque l’idea di “Esperienze pastorali”, scritto originariamente con il titolo “San Demetrio”, in quanto iniziato quando era cappellano in quella parrocchia e successivamente ampliato.

Don Milani sapeva bene (o quanto meno immaginava) che il libro avrebbe difficilmente ottenuto la necessaria approvazione vescovile: decise quindi di procedere con molta cautela ed inviò il libro all’Arcivescovo di Camerino Giuseppe D’Avack, il quale ne scrisse una lunga prefazione ed accluse una lettera per l’arcivescovo di Firenze in cui raccomandava la pubblicazione del libro. Revisore ecclesiastico del libro fu nominato padre Reginaldo Santilli, che aveva avuto Don Milani come allievo in seminario. Padre Santilli lesse il libro ed annotò sulla copertina “Per me va bene”, dando così il suo nulla osta alla pubblicazione. Al Card. Dalla Costa, già molto malato, il giudizio parve sufficiente e nell’agosto 1957 appose la sua firma forse senza leggere il manoscritto. Il libro apparve in libreria nell’aprile 1958, diviso in due parti. Nella prima le ragioni della scarsa religiosità dei parrocchiani di San Donato veniva individuata nell’arretratezza culturale, erano condannate tutte le attività ricreative come strumento pastorale e criticato il tipo di cultura impartita nei seminari. La seconda parte era dedicata ad una analisi sociologica, storica ed economica delle condizioni di vita di quei parrocchiani, denunciando tra l’altro il progressivo impoverimento delle classi più povere ed invocando il trasferimento della proprietà di terra, bestiame, case coloniche e boschi a chi li utilizzava per vivere.

Subito fu polemica, anche molto violenta. Prese posizione a favore di Don Milani un altro “disubbidiente”, Don Primo Mazzolari (Adesso, 1° luglio 1958). Carlo Bo (Morte della parrocchia, La Stampa, 31 agosto 1958) si dimostrò scettico sull’efficacia di una azione delle parrocchie diretta ai giovani diversa da quella tradizionale, Don Lorenzo Tedeschi (La guerriglia del laicismo, Osservatore toscano, 3 agosto 1958) scrisse che “il pensiero laicista pur di dir male della gerarchia accetta l’invadenza del prete rurale” che era ancora una critica caustica ma non dirompente, come quella di mons. Fausto Vaillanc, direttore della “Settimana del clero” secondo il quale si trattava di un libro che poteva “fare molto più male che bene” (op. cit., 14 settembre 1958). La stroncatura più feroce venne però dai gesuiti: Padre Alessandro Perego scrisse su “Civiltà Cattolica” (20 settembre 1958) che dopo la lettura del libro “si sente che la bocca è diventata amara” e confutò duramente le tesi esposte. Bastò perché la Congregazione del Sant’Uffizio aprisse un’indagine. Dopo un serrato interrogatorio di monsignor Raffaele Bensì, direttore spirituale di Don Milani, arrivò il 20 dicembre una decisione pubblicata su “L’osservatore romano”: il libro doveva essere ritirato dal commercio e ne era proibita ogni ristampa e traduzione”, provvedimento giustificato dalla necessità di un richiamo “ai figli della Chiesa, ed in particolare ai sacerdoti, affinché non si lascino sedurre da ardite e pericolose novità”.

La chiusura era nettissima: ebbe però l’effetto, certamente non previsto, di fare del libro il fatto del giorno, facile strumento di una polemica politica che subito divampò dopo la pubblicazione su “L’Unità” del 21 dicembre 1958 di un articolo di Luca Pavolini, che di Don Milani era stato compagno d’infanzia, in cui si accusava la Chiesa di schierarsi, condannando il Priore di Barbiana, a favore dei parroci coinvolti nel “caso Giuffrè” (il c.d. “banchiere di Dio” che pagava interessi elevati a parroci e fedeli e che alla fine non rimborsò nemmeno il capitale avuto in prestito). Presto i giornali a grande tiratura come “La Stampa” (14 settembre), “L’Espresso” (21 settembre 1958) e quella di destra come “Il borghese” (9 settembre 1958) si occuparono del libro con giudizi prevalentemente critici o quanto meno scettici sulla effettiva incidenza dei rimedi indicati per affrontare i problemi sociali della società del tempo.

Don Milani si tenne fuori dalle polemiche, accettando il severo giudizio della Chiesa: in un articolo destinato a “Politica”, il giornale della corrente di “Base” della D.C. fiorentina, non pubblicato perché ritenuto “inopportuno” per la sua durezza verso alcune gerarchie ecclesiastiche (il Card. Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio in primo luogo) che vide la luce molti anni dopo su “L’Espresso” (19 maggio 1968), Don Milani

scrisse tra l’altro che “Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi sacramenti e senza il suo insegnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione…”.

Presto il Priore di Barbiana ebbe altri e più gravi problemi da affrontare. Nel 1951 aveva avuto la tubercolosi; nove anni dopo gli fu diagnosticato il morbo di Hodgkin, o linfogranuloma maligno, per il quale non esisteva alcuna possibilità di guarigione. Presto il tumore si estese ad un polmone. Il 27 gennaio 1965 Don Milani fu ricoverato in ospedale: i medici gli davano pochi mesi di vita ma si sbagliavano. La malattia non dissuase Don Milani dalla polemica nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche: nell’ottobre 1964 aveva preso posizione accanto a Don Bruno Borghi contro la sostituzione del rettore del Seminario disposto senza alcuna motivazione dal Cardinale Arcivescovo di Firenze Floret ed invitato con una lettera circolare tutti i sacerdoti della diocesi ad inviare al cardinale un cartoncino allegato alla lettera con il quale si chiedeva di discutere la questione. Nessun sacerdote a quanto risulta rispose all’appello ma l’iniziativa fu sufficiente per una dura lettera di risposta del vescovo con la quale si invitavano tra l’altro Don Milani e Don Bruni a trasferirsi in un’altra diocesi qualora si fossero trovati a disagio nelle loro sedi. Perché il Card. Florit non prese provvedimenti più severi? È probabile che fosse a conoscenza dell’attenzione con la quale Papa Paolo VI seguiva l’opera di Don Milani al quale faceva pervenire periodicamente aiuti in denaro (Fallaci, pag. 308).

Appena qualche mese dopo il prete di Barbiana fu al centro di una nuova polemica, a causa della sua “Lettera ai cappellani militari” per la quale subirà un processo per apologia di reato di diserzione. La scintilla fu una lettera aperta che un gruppo di cappellani militari fece pubblicare su “La Nazione” del 12 febbraio 1965 in cui si dichiarava l’obiezione di coscienza, a quel tempo non prevista dalle leggi in vigore, “un insulto alla Patria e ai suoi caduti” ed “espressione di viltà”, “estranea al comandamento cristiano dell’amore”.

Don Milani ne fece subito oggetto di una lezione ai suoi ragazzi della

scuola di Barbiana e preparò una lettera di risposta a quella dei cappellani militari in cui li rimproverava per aver insultato chi la pensava diversamente da loro, affermava che l’Italia aveva sempre combattuto guerre di aggressione ad altri popoli e denunciava come fatto estremamente grave lo schierarsi di sacerdoti contro chi rifiutava il servizio militare in nome della libertà morale che ogni individuo ha.

La lettera, diffusa con tremila volantini, fu pubblicata dal settimanale del P.C.I. “Rinascita” (6 marzo 1965): immediatamente un gruppo di ex combattenti denunciò Don Milani alla Procura della Repubblica di Firenze per istigazione al reato. Il procedimento fu trasferito a Roma, dove veniva stampato il giornale e l’imputazione estesa a Luca Pavolini, direttore di esso. Anche stavolta la polemica divampò subito vivacissima: l’obiezione di coscienza era, a quel tempo, un tema di attualità che divideva anche i partiti, fra cui la D.C.

Una convergenza tra il P.C.I., saldamente attestato per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza come causa di esclusione dal servizio militare, e quella minoranza del mondo cattolico che era dello stesso avviso e che ora trovava voce addirittura in un sacerdote non era cosa che poteva passare sotto silenzio, anche se Don Milani tenne sempre a distinguere le sue posizioni da quelle comuniste: in una lettera del 17 marzo 1965, pubblicata da “La Nazione” del 6 febbraio 2001, affermò che il P.C.I. al Governo sarebbe stato un disastro per la garanzia della libertà di opinione. Peraltro è stato rilevato (R. Balbi, Repubblica, 26 giugno 1977) che Don Milani aveva una sostanziale sfiducia nel Parlamento e nei partiti e che la sua prospettiva era non la trasformazione, ma la distruzione delle istituzioni (De Mauro, Paese Sera, 25 giugno 1977).

Il Card. Florit 1’8 marzo 1965 inviò a Don Milani una lettera molto dura: “i suoi interventi che sanno di classismo, sono immediatamente strumentalizzati e distorti, a prescindere dalle sue intenzioni, dalla stampa comunista”: pertanto, ogni suo scritto doveva essere sottoposto da allora in avanti, allo stesso Cardinale, prima di dare ad esso pubblicità “in qualsiasi modo”. Paolo VI si limitò a chiedere a Mons. Sensi di far rilevare a Don Milani la inopportunità di scrivere articoli per “Rinascita”.

Facile la risposta di Don Bensi: l’articolo era destinato in origine alla stampa cattolica che l’aveva però rifiutato.

Da parte sua Don Milani si uniformò al divieto del Cardinale di prendere parte ad un dibattito (31 marzo 1965) sugli aspetti religiosi, politici e giuridici dell’obiezione di coscienza, organizzato dal Comune di Vicchio ed al quale era stato invitato. Rifiutò di nominare un difensore (difensore d’ufficio fu nominato peraltro un noto avvocato penalista del tempo, Adolfo Gatto) e predispose una “Lettera ai giudici” che però, prima della divulgazione, avrebbe dovuto avere l’approvazione dell’arcivescovo. Pensò allora di ricorrere ad un artificio: diede alla lettera la veste formale di una memoria difensiva, da far recapitare ai giudici alla prima udienza del processo a suo carico. In tal modo la lettera sarebbe divenuta di dominio pubblico, ciò che puntualmente avvenne sollevando altre polemiche. Nella “Lettera ai giudici” Don Milani infatti contestava l’obbedienza come giustificazione di comportamenti contrari alla giustizia, alla libertà, alla verità, chiamando in causa a questo proposito le giustificazioni addotte da molti criminali di guerra tedeschi e contestava il diritto anche del soldato di uccidere affermando che, nel caso “il cristiano deve obbiettare anche a costo della vita”.

Il Cardinale prese la cosa con disinvoltura: ringraziò per l’invio di copia della “Lettera” (avvenuto al momento della sua presentazione ai giudici) ed unì anzi 100.000 lire per le necessità del Priore e della sua chiesa.

Il Tribunale di Roma il 15 febbraio 1966 assolse sia Don Milani che Luca Pavolini, ritenendo insussistente il reato. Il P.M. appellò la sentenza ma quando il processo di appello fu celebrato Don Milani era già morto: Luca Pavolini fu invece ritenuto colpevole e condannato a nove mesi di reclusione. Le condizioni di salute di Don Milani andavano però peggiorando: nel gennaio 1966 fu nuovamente ricoverato all’ospedale di Gareggi ed in ospedale ricevette l’ennesima lettera del Card. Florit, con l’ennesima accusa di classismo, accusa questa che colpì profondamente il Priore che da quel momento non volle più incontrare nessuno, salvo gli amici più fedeli.

Dopo qualche mese tornò a Barbiana, dove riprese ad insegnare ed a ricevere gli amici. Sembrava avviato verso la fine senza ulteriori occasioni di polemiche quando accadde l’imprevisto: tre ragazzi che avevano frequentato la scuola di Barbiana e che frequentavano l’Istituto magistrale nel paese vicino furono bocciati. Don Milani prese una nuova iniziativa, l’ultima: l’intera scuola avrebbe scritto una lettera alla professoressa responsabile della bocciatura. La lettera nacque come opera collettiva degli alunni, sotto l’abile guida del Priore che poneva le domande e guidava le risposte dei ragazzi: il risultato fu un durissimo atto di accusa nei confronti della scuola del tempo, che operava una discriminazione di classe promuovendo i figli dei ricchi e bocciava quella dei poveri, dei contadini, che non potevano contare sullo stesso patrimonio culturale familiare, tra cui non ultimo la conoscenza degli strumenti linguistici. Di qui le tre regole proposte: “non bocciare, scuola a tempo pieno a quelli che sembrano cretini, dare uno scopo agli svogliati”. “Lettera ad una professoressa dalla scuola di Barbiana” apparve nelle librerie nel maggio del 1967 ed ebbe un enorme successo: la prima edizione andò esaurita in poco tempo, ancora una volta tra mille polemiche.

Don Milani stava morendo. Il Cardinale Florit andò a trovarlo in ospedale, confidando forse nella possibilità di una riconciliazione: il risultato fu, come scrisse lo stesso Cardinale sul suo diario, la conferma di un dissidio insanabile.

Il Priore di Barbiana morì all’ospedale di Gareggi il 26 giugno 1967.

Volle che fossero distrutti molti documenti, tra i quali un progetto di catechismo elaborato quando era cappellano di San Demetrio e le lettere con Laura, una ragazza milanese conosciuta prima di diventare sacerdote, con la quale ebbe una intensa corrispondenza su argomenti filosofici e che volle rivedere prima di morire per scusarsi con lei del dolore procuratole dandole involontariamente occasione di credere che il loro rapporto potesse avere una evoluzione.


Bibliografia

A.A.V.V., Lettera ad una professoressa, Milano, 1972.

Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Firenze, 1958.

Don Lorenzo Milani, Lettere di Don Lorenzo Milani, Priore di Barbiana, Milano, 1971.

Don Lorenzo Milani, Lettere alla madre, Milano, 1970.

Fabrizio Braccini – Roberta Taddei, La scuola laica del prete, Roma, 1999.

Nazzareno Fabretti, Don Mazzolari, Don Milani, i “disobbedienti”, Milano, 1972.

Neera Fallaci, Dalla parte dell’ultimo, Milano, 1974. Alessandro Mazzarelli, Il profeta tradito, Roma, 2005. Giorgio Pecorini, Don Milani, chi era costui?, Milano, 1996.

Persone da intervistare

Neera Fallaci, che ha scritto lo più completa storia (anche se oramai vecchia) di Don Milani.

Mario Gozzini, che conobbe Don Milani e fu tra i suoi amici. Giorgio Pecorini, fedelissimo di Don Milani.

Pietro lngrao, che incontrò Don Milani.

Irene Pivetti, che ha svolto una critica, all’interno del cattolicesimo, di Don Milani.

Roberta Taddei (Firenze), sulla pedagogia di Don Milani. Adriana Zarri, critica di Don Milani.