VITA E MORTE DI ANTONIO BISAGLIA

di Mario Pacelli

Domenica 24 giugno 1984: un panfilo a due alberi, il “Rosalù”, naviga davanti alla baia di Paraggi. Sono circa le tre del pomeriggio quando un corpo cade in mare dal panfilo.

Una donna bionda sdraiata su un asciugamano balza in piedi. Un uomo si getta in acqua: con una corda il corpo viene issato a bordo del panfilo. Assiste alla scena da un gozzo con otto persone a bordo un professionista milanese, Luigi Bacialli, che racconterà poi a due giornalisti quanto vide in quei momenti (v. Brambilla, p. 101). A suo dire, il mare era calmo, non c’era vento: il gozzo si avvicinò al panfilo per sapere se a bordo avevano bisogno d’aiuto ma la risposta fu negativa: sul ponte era sdraiato immobile un uomo in calzoncini da bagno: alcune persone erano intorno a lui.

In mare, particolare importante, galleggiava una bandiera con l’asta di legno massiccio del diametro di alcuni centimetri e la stoffa tricolore legata intorno: si trattava probabilmente della bandiera di un panfilo, del tipo di quelle infilate a pressione a poppa dell’imbarcazione.

Secondo alcuni (Brambilla) si sarebbe trattato proprio della bandiera del “Rosalù”, come dimostrerebbero alcune fotografie scattate subito dopo il rientro in porto del panfilo privo della bandiera a poppa.

Il “Rosalù”, alle 15.30 lancia via radio un allarme chiedendo soccorso: l’appello è raccolto dalla Capitaneria di porto di Cala dei Genovesi, il porticciolo turistico di Lavagna. Dalla barca comunicano che hanno un annegato a bordo: ricevono l’ordine di dirigersi verso Santa Margherita, il porto attrezzato più vicino.

Sulla banchina di Santa Margherita è pronta una ambulanza: il medico aspetta in ospedale. Un uomo avvolto in un telo di spugna viene caricato a forza di braccia sull’ambulanza che si dirige a tutta velocità verso l’ospedale. Arriva che mancano alcuni minuti alle 16. Il corpo è quello di Antonio Bisaglia, detto Toni, 55 anni, presidente del gruppo dei senatori democristiani e per molti anni ministro: è un uomo che ha spesso fatto parlare di se la stampa ed alimentato molte polemiche.

Alto, corpulento, con un viso sempre sorridente ma con uno sguardo duro e deciso, nel 1984 Toni Bisaglia, nato a Rovigo nel 1929, ha percorso molta strada nella vita politica italiana da quando, uscito dal seminario durante il quarto anno di ginnasio, ha deciso che la sua strada vera è la politica. Nel settembre 1945, a soli 16 anni, si iscrive alla DC ed a 17 anni tiene il suo primo comizio a Porto Levante, un piccolo paese nel delta del Po.

Nel Polesine l’esponente di maggior rilievo della DC è un vecchio popolare, Umberto Merlin, ma non è una situazione che le giovani leve, ad iniziare da un allora oscuro professore di Vicenza, Mariano Rumor, non sono disposte a tollerare a lungo. Bisaglia entra in contatto con Rumor e nel 1952 a Palazzo Zilieri, sede della DC. di Vicenza è tra i primi ad aderire al gruppo di “Iniziativa democratica”, il gruppo storico della corrente dorotea che nel Veneto fa capo a

Rumor.

Il sodalizio tra Rumor e Bisaglia divenne strettissimo: l’ex seminarista è ormai lanciato verso grandi successi politici. Nel 1954 divenne Presidente della cassa mutua di Rovigo e due anni dopo è eletto consigliere provinciale. Rumor lo fa nominare vicesegretario regionale della D.C. veneta, occasione per Bisaglia per uscire dai confini della provincia di Rovigo e iniziare la sua opera di penetrazione politica in tutta la Regione.

Nell’aprile 1958 entra in rapporti entra in rapporti con Enrico Mattei e a 29 anni diventa consigliere di amministrazione della S.N.A.M., una società del gruppo E.N.I. Nel 1961 è responsabile dell’Agenzia di Rovigo delle Assicurazioni generali.

Alle elezioni politiche del 1963 è eletto deputato, pur se tra mille polemiche sotterranee alimentate anche dalla “vecchia guardia” democristiana, non rassegnata ad essere spazzata via dal giovane Bisaglia. Durante la campagna elettorale girano lettere anonime con “pesanti insinuazioni sulla sua passione per il gioco e sulle sue amicizie non soltanto femminili” (Brambilla, pag. 24), oltre che accuse di pagare i voti di preferenza. Bisaglia smentisce tutto, consegna le lettere al Vescovo di Padova che le esamina e, secondo le dichiarazioni dello stesso Bisaglia, lo esorta a non tenerne conto e ad andare avanti per la sua strada.

I “dorotei” sono ormai in grado di conquistare la segreteria della D.C.: schierati al centro del partito, sono favorevoli alla collaborazione con il PSI, problema che costituisce in quel momento il nodo principale del dibattito politico all’interno del partito, ma vorrebbero rallentare la marcia in modo da mantenere il controllo della situazione a sinistra. E’ la linea condivisa dalla maggioranza: Moro forma il suo primo governo e Rumor il 24 gennaio 1964 è eletto dal Consiglio nazionale Segretario del partito, incarico che gli viene confermato dal congresso che si svolge a Roma dal 12 al 16 settembre 1964. Bisaglia diventa vice – segretario per l’organizzazione, un incarico strategico per il controllo dell’apparato.

Il congresso di Milano del 1967 mostra le prime crepe nella gestione dorotea del partito: Rumor non ha più la maggioranza nel Consiglio nazionale, Moro si rafforza e lo stesso Bisaglia si sente minacciato nella sua posizione di vicesegretario. Il nodo si scioglie alla fine dell’anno successivo: dopo le elezioni del 1968, in cui Rumore Bisaglia sono rieletti con una valanga di voti di preferenza, a dicembre Rumor divenne Presidente del Consiglio e Bisaglia ottiene il suo primo incarico di Governo: sottosegretario alla Presidenza e segretario del Consiglio dei Ministri.

E’ un momento d’oro per l’uomo di Rovigo: è l’inizio delle “amicizie importanti” con i maggiori industriali e finanzieri veneti, con i Grassetto, con i Grosoli (importatori di carni), con Mario Valeri Manera, che diverrà presto un importante esponente degli industriali veneti, e con il petroliere Attilio Monti.

Dal 1970 al 1973 Bisaglia è sottosegretario al Tesoro nel Governo Colombo e poi nel 1° e 2° Governo Andreotti. Quando nel 1973 Rumor forma il suo nuovo Governo Bisaglia ne resa fuori: preferisce l’incarico di vicesegretario della DC che gli consente di riorganizzare la corrente dorotea di cui ormai è uno dei maggiori esponenti, mentre si va offuscando la posizione del suo antico maestro Rumor.

Segretario del partito, dopo il congresso che si svolge a Roma dal 6 al 1O giugno 1973, è Fanfani, ma il nuovo segretario è tallonato dagli uomini nuovi, tra cui Bisaglia, favorevole ad una collaborazione organica con il P.S.I.

Il 1973 è un anno importante per la vicenda Bisaglia: nel 1980 un giornalista (Giuseppe Catalano, “Europeo”, 1° dicembre 1980) farà rilevare che proprio nel 1973 iniziano gli attacchi a Bisaglia da parte dell’Agenzia di stampa “Op” diretta da Mino Pecorelli “con una pesante insinuazione sui costumi privati dell’onorevole Bisaglia” (resoconto stenografico Senato della seduta del 19 dicembre 1980, pag. 11122). L’insinuazione era passata quasi inosservata: nel 1973 “Op” non era ancora una rivista (lo diverrà nel 1978) ma solo un bollettino di pochi fogli ciclostilati, uniti da un punto metallico e distribuito solo per abbonamento ad una cerchia ristretta di persone.

Bisaglia prosegue la sua carriera politica: è vicesegretario della D.C. con De Mita e quando (1973) Fanfani diventa segretario, si schiera contro il Governo Andreotti, appoggiato dai liberali. Quando Andreotti è costretto a dimettersi per la pressione dei socialdemocratici a favore della ripresa della collaborazione con i socialisti, Presidente del Consiglio è ancora Rumor (luglio 1973) che nel marzo 1974 succede a se stesso e forma il suo quinto governo. Nel nuovo governo

Bisaglia è Ministro dell’agricoltura e pochi mesi dopo (novembre 1974), nel IV Ministero Moro, Ministro delle partecipazioni statali, incarico che mantiene nel V Governo Moro, nel lII, IV e V Governo Andreotti, fino all’agosto 1979, incarico che mantiene anche nel I e Il Governo Cossiga e nel Governo Forlani, che succede a Cossiga.

E’ ancora giovane – ha solo cinquant’anni – ed è tra gli uomini più potenti d’Italia, ministro ed insieme uno dei punti di riferimento della corrente dorotea, ancora formalmente governata da Flaminio Piccoli, che già al congresso di Roma del 1975 si è avvicinato alla eterogenea maggioranza (va da Moro a Rumor, da Donat Cattin a Colombo e De Mita), che elegge Zaccagnini alla segreteria DC.

Nel 1980 segretario della D.C. diventa Piccoli, questa volta con lo spezzone doroteo di Bisaglia nella maggioranza. Il Ministro dell’industria, che nel 1975 ha rotto i rapporti con Rumor non appoggiando la sua candidatura alla segreteria D.C., è ormai il signore incontrastato del Veneto “bianco”. Nel 1980 conosce Romilda di Saint Pierre, una donna molto ricca, quasi coetanea di Toni, vedova dell’ing. Attilio Turati, erede di uno dei più cospicui patrimoni d’Italia (soc. Carpano, casa ed. Boringhieri, etc.), con due figli ormai adulti. Toni, a cinquantadue anni, decide per un matrimonio (non si è mai sposato) che gli aprirà fra l’altro il mondo del grande capitale (Agnelli, Nasi, Ferrere, Marone Cinzano) e della letteratura (Moravia, Piovene, Prezzolini, Saul Bellow).

Il 22 dicembre 1982 nella chiesa della Madonna dell’Orto a Venezia Toni e Romilda si sposano: ad officiare il matrimonio è Don Mario Bisaglia, il fratello maggiore dello sposo, colui che Toni aveva avuto inizialmente l’intenzione di seguire nella via del sacerdozio. L’indomani i due sposi partono per un viaggio in Africa: è finalmente una pausa di distensione dopo due anni di fuoco.

Dopo il 1973 gli attacchi di Pecorelli sull’agenzia di notizie “Op” a Bisaglia sono continuati. Nel 1976, quando Andreotti forma il suo terzo Governo, Pecorelli si dichiara certo che ne faranno parte, tra gli altri, “il Toni e l’Egidio”, cioè Bisaglia e Carenini, entrambi nel carniere di un certo Licio Gelli: è solo uno, e non il più acre, nei confronti di Bisaglia. Il 29 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso a colpi di pistola in una strada di Roma: il Ministro dell’industria non lo sa, ma sono in vista guai grossi per lui.

Iniziano il 28 ottobre 1980 quando Giorgio Pisanò, senatore dell’M.S.I. accusa in Senato il Ministro dell’industria di aver dirottato presso la sua agenzia di assicurazioni di Rovigo contratti di assicurazioni della S.I.R., con premi per complessivi dodici miliardi.

Bisaglia, che dal 1979 ha lasciato la Camera per il Senato, interviene in aula e respinge duramente le accuse, ma è solo l’inizio. Nella seduta del 19 novembre 1980 le accuse del Sen. Pisanò a Bisaglia si fanno molto più pesanti: in una lettera ritrovata in pezzi nei locali dell’Agenzia “Op” dopo la morte di Pecorelli, il giornalista sollecita a Bisaglia la continuazione dei finanziamenti da lui pervenutigli fino a quel momento anche per “vedere chiarito un rapporto che per

il passato è sempre stato improntato a simpatia, correttezza e reciproco rispetto”.

Bisaglia nega subito qualunque finanziamento a Pecorelli, nega di aver ricevuto la lettera e chiede che un giurì d’onore si pronunci, in base all’art. 88 del regolamento del Senato, sulla fondatezza delle accuse rivoltegli. L’attacco frontale di Pisanò è politicamente spiegabile, all’indomani delle notizie sullo scandalo dei petroli, che coinvolse i vertici della Guardia di finanza oltre che numerosi uomini politici democristiani di grande rilievo, tra i quali lo stesso Bisaglia, (sul punto v. Galli, Affari di Stato, p. 187). L’intenzione della destra è quella di mettere sotto accusa la D.C., e in particolare coloro che, spingendo per la collaborazione con il P.S.I. ed oltre, fino al “patto di non aggressione” con il PCI, hanno fatto fallire il tentativo di una maggioranza politica di centro destra. Meno chiari sono i motivi della condotta di Pecorelli, legato ai servizi segreti militari, come risulta ormai da numerosi documenti, e quindi in possesso molto spesso di informazioni riservate. E’ lo stesso Bisaglia, subito dopo l’intervento in Aula di Pisanò, a ricordare al senatore missino i suoi rapporti con Vito Miceli, un tempo capo del SID., accusato di complicità nel tentativo di “golpe” di Junio Valerio Borghese, e poi prosciolto in quanto non di “golpe” si sarebbe trattato. Miceli, che si diceva essere stato un tempo amico politico di Moro, aveva lasciato le forze armate ed era diventato senatore dell’M.S.I.

Bisaglia nega di aver ricevuto la lettera di Pecorelli e convinto che ci sia un complotto contro di lui e lo dice chiaramente al Tg2 della sera stessa del 19 novembre, lasciando intendere di non escludere che si tratti dell’ennesima faida all’interno della DC.

Le pressioni per le sue dimissioni da ministro sono molto forti e provengono anche all’interno della DC., con la sinistra compatta nel richiederle. Bisaglia chiede a Piccoli, segretario della O.C., che ogni decisione sia rimandata a dopo la sentenza del giurì d’onore, ma non ottiene il rinvio dal Presidente del Consiglio Forlani: invia allora a Piccoli e a Forlani una lettera di dimissioni, motivata però dalle accuse rivoltegli ad ottobre per la sua attività di assicuratore (le società di assicurazioni sono vigilate dal Ministero dell’industria) e non da quanto asserito da Pisanò a proposito della lettera di Pecorelli.

Il 19 dicembre Fanfani, Presidente del Senato, dà lettura in aula della decisione del giurì d’onore: “pur non essendo emersi elementi di prova relativi a contributi versati dal senatore Bisaglia a Mino Pecorelli e/o all’agenzia Op” dopo la presumibile data della minuta di lettera (cioè il 1976) “non è possibile estendere la suddetta conclusione al periodo precedente”.

Per Bisaglia è un colpo molto forte ma decide di non mollare: al cinema Astra di Alte Ceccato, in provincia di Vicenza, dove ha riunito i suoi fedelissimi, parla di “oscuri intrecci tra politica e affari che sarebbero alla base del suo siluramento” (Brambilla, pag. 47) e mostra chiaramente di voler riprendere la lotta. Nel partito si schiera con Forlani, ma al congresso del 1983 vince la gara per la segreteria

Ciriaco De Mita che ne è l’avversario politico.

Alle elezioni politiche dello stesso anno la D.C. subisce però una seria sconfitta elettorale che può segnare la crisi della segreteria De Mita e rimettere in corsa i suoi oppositori, tra cui Bisaglia che, rieletto senatore, diviene Presidente del gruppo DC del Senato.

Secondo alcune testimonianze – e qui finisce la storia per iniziare il romanzo – Bisaglia non è tranquillo e sente la sua vita in pericolo. 114 giugno 1984 afferma, parlando con alcuni amici, che la sua vita non è sicura e lo ripete 1O giorni dopo ad un party. Il 18 giugno, passeggiando per il centro di Rovigo, indica ad un giovane che gli cammina accanto “dove tra qualche giorno metteranno la sua lapide” (Brambilla, pag. 48 – 49). Verità o fantasia? Bisaglia si sente davvero minacciato? Da chi? Nessuno ha saputo fino ad oggi dare una risposta esauriente a queste domande: unica certezza è che il suo corpo arriva all’ospedale di Santa Margherita Ligure alle ore 16 circa del 24 giugno 1984.

Quando giunge in ospedale è ancora vivo o è già morto? Il medico di turno Luigi Campodonico dichiara agli inquirenti che quando arriva in ospedale Bisaglia è già morto da almeno venti minuti (Brambilla, pag. 14) salvo poi (Chi l’ha visto? 15 novembre 2004) ricordare di avere tentato la rianimazione. Il morto presentava una ecchimosi sul sopracciglio sinistro, che non poteva però essere la causa della morte, avvenuta per annegamento.

Dopo poche ore, arriva a Santa Margerita Ligure il Presidente del Senato Francesco Cossiga con il Segretario generale della Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico: viaggiano a bordo dell’aereo in dotazione alla Presidenza della Repubblica che può essere utilizzato solo su disposizione del Presidente, che in quel momento è Sandro Pertini. Perchè Pertini ha autorizzato quel viaggio che ha lo scopo preciso di portare subito a Roma il cadavere? La domanda è rimasta finora senza risposta. Cossiga (Chi l’ha visto, cit.) ha affermato di avere lui stesso dato disposizioni per la vestizione della salma e la

chiusura della bara: perchè tanta fretta?

Il Procuratore della Repubblica Marcello D’Andrea, che diede, senza nemmeno vedere il cadavere, l’autorizzazione necessaria per il trasporto del cadavere, anche recentemente ha dichiarato che non esisteva alcuna ragione per chiedere l’autopsia, malgrado i segni di violenza (oltre all’ecchimosi sul sopracciglio sinistro venne rilevata una abrasione superficiale su una spalla).

La bara viene trasportata a Genova e imbarcata sull’aereo presidenziale dove prendono posto la moglie di Bisaglia, Maccanico, Cossiga ed il fratello di Bisaglia, Don Mario. All’arrivo a Roma la bara viene subito trasportata, ancora una volta per interessamento di Cossiga, presso la sede della D.C. a Piazza del Gesù, dove è stata allestita la camera ardente. Il martedì successivo, alle 8.30 di mattina, vengono celebrati i funerali di Stato nella vicina chiesa del Gesù. Sul sagrato della chiesa tocca a Flaminio Piccoli pronunciare l’orazione funebre davanti ai maggiori esponenti politici del tempo. E’ presente Sandro Pertini.

Mancano invece Gava e Andreotti, che pure si trova a Roma. Lo stesso giorno la salma viene trasferita a Rovigo dove, dopo una cerimonia funebre in Duomo, viene inumata.

Tutta la vicenda si è svolta in poco più di quarantotto ore, in tre luoghi diversi (Santa Margherita Ligure, Roma, Rovigo) distanti centinaia di chilometri l’no dall’altro, malgrado si sia trattato della morte non per cause naturali di uno degli uomini più noti e più discussi del Paese: troppi elementi insieme per non lasciare adito a molti dubbi e alimentare anche le ipotesi più fantasiose, comprese quelle artatamente diffuse da chi aveva fornito nel 1973 a Pecorelli il materiale per i primi attacchi a Bisaglia, utilizzato questa volta per una ricostruzione palesemente falsa delle cause della morte.

Tuttavia, date anche le scarse notizie fornite (la moglie di Bisaglia si rifiutò, ad esempio, di concedere interviste, pur essendo stata presente ai fatti, sia pure con un paio di occhiali scuri) molti sono gli interrogativi che restano senza risposta.

Il primo riguarda lo scenario in cui si svolge la vicenda. Quante sono le persone a bordo del panfilo quando Bisaglia cade in mare? Secondo i dati ufficiali sono quattro: la moglie di Toni, il regista Sandro Sequi, ospite della signora, e due marinai, lo skipper Luciano Saporiti e il suo aiutante Stefano Zolezzi. Quest’ultimo è al timone quando sente il tonfo in mare del corpo di Bisaglia: non vede la caduta perchè è chino sull’acceleratore. Grida aiuto e da sottocoperta arriva lo skipper che subito si getta in mare per recuperare il corpo. Lo raggiunge e Bisaglia viene issato a bordo: perde sangue dalla ferita alla testa, vomita acqua mista al cibo, melone e spumante, mangiato poco prima, sembra riprendersi. Anche Sequi è sottocoperta: assiste solo alla scena del recupero del corpo. La moglie di Bisaglia, sul ponte a prendere il sole, non ha visto nulla perchè “portava gli occhiali neri antirughe per ripararsi dal sole”.

Luigi Baccialli, il testimone di cui si è già parlato, afferma che sulla barca c’erano otto o nove persone (Brambilla, pag. 104), ma non fornisce alcun elemento per rendere possibile la loro identificazione. E’ una testimonianza rimasta isolata: corrisponde al vero oppure si tratta di una visione delle cose distorta dalla distanza tra il panfilo ed il gozzo a bordo del quale si trovava Baccialli?

Nessuno dei presenti ha comunque visto la caduta in mare dell’ex Ministro: unico dato certo è che la battagliola d’acciaio del panfilo è rotta, uno dei candelieri è troncato di netto e a bordo manca la bandiera: forse è quella trovata in mare avvolta nell’asta anche se mancano precisi riscontri in proposito.

E’ stato un colpo inferto con quell’asta a colpire Bisaglia alla testa facendolo precipitare in mare? Non esiste alcun elemento oggettivo a favore di questa tesi. Ma se non è stato colpito, come mai Bisaglia è precipitato in mare? A provocare la caduta è stata un’onda anomala o una brusca accelerata della barca o un colpo ricevuto dalla boma dell’albero di maestra in seguito ad una brusca virata? Nessuno è stato finora in grado di rispondere alla domanda. Secondo alcune

testimonianze il mare quel giorno era calmo: l’onda anomala sembrerebbe dunque da escludere, anche se potrebbe essere stata provocata da una potente imbarcazione passata a tutta velocità accanto al panfilo.

Nessuna prova, dunque, che non si sia trattato di una disgrazia: a non credere alla fatalità dell’evento è però Don Mario Bisaglia: ai giornalisti racconta che una persona, nell’ottobre 1991, nel segreto della confessione, gli aveva confidato cose relative alla morte del fratello chiedendo l’assoluzione. Don Mario l’aveva assolto e aveva poi chiesto al Vescovo Mons. Martino Gomiero l’autorizzazione, negata, a raccontare ogni cosa all’autorità giudiziaria.

Il nocciolo della confessione è che Toni Bisaglia è stato ucciso. La reazione della moglie è una secca smentita, mentre il nipote Mario Testa alimenta la tesi che Don Mario non sia sano di mente. L’autorità ecclesiastica suggerisce a Don Mario un periodo di riposo, cioè di uscire temporaneamente di scena. Viene di nuovo intervistato da Carlo Brambilla e Daniele Vimercati che gli chiedono tra l’altro se la morte di Ugo Niutta gli suggerisca qualcosa. Don Mario afferma di avere sentito quel nome ed afferma che il collegamento tra la morte di Niutta e quella di suo fratello è la pista giusta per giungere alla verità sulla morte di Toni. Poco tempo dopo Don Mario muore.

I due giornalisti esprimono ampiamente la loro tesi nel volume “Gli annegati”: tra la morte di Bisaglia, il suicidio a Londra di Ugo Niutta alcuni mesi dopo e l’uccisione avvenuta a Roma nell’ottobre 1979 e rivendicata dalle Brigate Rosse del Colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco ci sarebbe un misterioso collegamento.

Varisco, il capitano Varallo del romanzo di Cassala “Monte Mario”, era capo del nucleo traduzione detenuti presso il Palazzo di Giustizia di Roma, collaborava con i servizi segreti ed era a conoscenza di molti segreti riguardanti sia la delinquenza comune che il terrorismo, appresi durante le traduzioni.

Venne ucciso nell’ottobre 1979 quando già si era dimesso dall’Arma per assumere l’incarico di capo dei servizi di sicurezza della Farmitalia, una società a partecipazione statale presieduta a quel tempo da Niutta.

Quest’ultimo era un ex magistrato(stretto collaboratore di Bisaglia, a

conoscenza di tutti i segreti, confessabili o meno, della corrente dorotea della D.C., presidente nel 1975, passato poi all’E.G.A.M. e successivamente presidente (lo sarà per otto anni) della società farmaceutica risultante dalla fusione tra Farmitalia e Carlo Erba, un tempo del gruppo Montecatini.

Il collegamento tra le tre morti è peraltro difficilmente sostenibile. La morte di Varisco avviene quasi cinque anni prima di quella di Bisaglia: la veridicità della rivendicazione delle brigate rosse è incerta, data anche l’arma (un fucile a pompa) usata per ucciderlo, ed è probabile che sia stato ucciso per una vendetta, forse dalle BR, forse dalla delinquenza comune; negli ultimi giorni della sua permanenza a Roma prima di trasferirsi a Milano per assumere il nuovo incarico. Niente comunque autorizza a collegare la sua morte con quella di Bisaglia.

Anche il suicidio di Niutta non sembra legato alla morte di Bisaglia: essa, dato il rapporto di stretta collaborazione esistente tra i due, può forse avere particolarmente colpito Niutta, determinando anche in lui timori per la propria sorte dopo la scomparsa del suo potente protettore, ciò che spiegherebbe il suicidio, ma oggettivamente nulla di più.

Un indizio molto labile nel senso di un collegamento tra le due morti, non necessariamente riconducibile ad un unico disegno criminoso, sono le prove documentali esistenti a proposito dei rapporti tra Niutta e Pecorelli, il primo presumibilmente in veste di finanziatore di “OP”, i ripetuti attacchi nella seconda metà degli anni ’70 all’E.G.A.M. e a Farmitalia, la società presieduta da Niutta, e, in parallelo, i finanziamenti di Bisaglia a Pecorelli (v. dichiarazioni al Tg2del 6 dicembre 1980 del giornalista Augusto Marcelli, già collaboratore di “OP”). Esistevano segreti di cui Niutta temeva la divulgazione, evitata fino a quel momento con il finanziamento di “OP”? Dopo la morte di Pecorelli, coloro che avevano passato le informazioni al giornalista potevano decidere di rivelarli? Bisaglia era morto ma Niutta era vivo e non aveva forse nessuna intenzione di essere investito dallo scandalo che ne sarebbe seguito.

E’ possibile pensare a segreti di questo tipo nel 1980, quando è appena scoppiato lo scandalo dei petroii? Nel gennaio 1984 il senatore Pisanò consegna al Presidente del Senato Francesco Cossiga un fascicoletto di dieci pagine, di incerta provenienza, che dimostrerebbe i rapporti “non superficiali o di pura cortesia” tra Bisaglia e numerosi personaggi della P2: Pecorelli, Licio Gelli, Roberto Calvi, Francesco Pazienza e Giuseppe Santovito, capo del S.I.S.M.I.

Di segreti da tutelare dunque ve ne possono essere stati, alcuni restati ancora oggi tali: indagare sul “caso Bisaglia” in mancanza di concrete prove di reato poteva essere vent’anni fa (e forse può essere ancora oggi) l’occasione per fare venire alla luce fatti che potevano avere un effetto dirompente sul sistema politico, come avverrà solo pochi anni dopo con le inchieste della Procura della Repubblica di Milano, da quella che vide imputato Mario Chiesa in poi.

Don Mario Bisaglia, con le sue dichiarazioni rese proprio quando quelle inchieste stavano dando i primi risultati, rischiava di essere una sorta di mina vagante, nel senso di determinare la riapertura di una indagine a torto o a ragione evitata vent’anni prima?

L’anziano sacerdote viene rinvenuto cadavere il 17 agosto 1992 nel lago di Centro Cadore: è scomparso all’alba del 14 agosto dalla Casa del Clero di Rovigo dove alloggiava e da quel momento nessuno ha saputo più nulla di lui. Che cosa sia accaduto da quel momento fino al rinvenimento nel lago nessuno lo sa: l’autopsia conclude per la morte per annegamento avvenuta forse lo stesso 14 agosto e le indagini vengono rapidamente chiuse. Come ha fatto Don Mario, che non possedeva un’automobile, a raggiungere il lago? Perchè si è recato sulle rive di quel laghetto alpino quasi sconosciuto? Se si è suicidato,

perchè lo ha fatto? Tutte domande che rimangono senza risposta.

Il Vescovo celebra il funerale in Duomo: sono presenti alcuni parlamentari veneti oltre a Pierferdinando Casini. La vicenda sembra conclusa, anche se la vedova Bisaglia su “Prima comunicazione” si scaglia contro “politici senza scrupoli e giornalisti” in cerca di scoop che avrebbero manovrato Don Mario in vita ed avanza l’ipotesi della disgrazia mostrandosi scarsamente propensa a credere nel suicidio. L’allusione è forse a chi (Turone, pag. 243) afferma che Don Mario ha parlato perchè Andreotti, il nemico storico di Bisaglia, nel 1992 è ormai in fase di declino politico, anche se non esiste alcun elemento oggettivo a sostegno di questa tesi.

Le notizie di un precedente tentativo di suicidio di Don Mario il 18 gennaio 1992 ricevono più smentite che conferme: si è trattato solo di qualche pastiglia per addormentarsi di troppo. Anche la storia del ricovero di Don Mario in manicomio non sarebbe veritiera: sarebbe stato ricoverato qualche giorno presso una casa di cura privata per mettere sotto controllo la pressione troppo bassa.

Sembra una vicenda conclusa ma non lo è: una segnalazione anonima in cui si parla, tra l’altro, di una telefonata misteriosa ricevuta da Don Mario il 13 agosto, un giorno prima di scomparire, induce il Procuratore della Repubblica di Belluno a riaprire le indagini.

Il corpo di Don Mario viene riesumato: una nuova perizia accerta che la morte, avvenuta probabilmente il giorno stesso della scomparsa, è dovuta non ad annegamento ma ad asfissia: solo dopo la morte il corpo è stato gettato nel laghetto. L’avvocato della vedova Bisaglia si affretta a ritenere infondato quanto affermato nella seconda perizia sulla causa della morte (Chi l’ha visto? 15 novembre 2004).

Qualcuno ha intravisto come uno spettro del passato la possibile riapertura delle indagini sulla morte di Toni Bisaglia per verificare l’esattezza di quanto dichiarato dal fratello e si è preoccupato di fare tacere per sempre l’anziano sacerdote? Forse tutto si è svolto come sembra, forse i due fratelli Bisaglia sono morti senza che ciò implichi la responsabilità di qualcuno, forse tutto quanto detto o scritto rientra nella polemica politica piuttosto che nella ricerca di una verità ritenuta per troppo tempo nascosta, forse è una invenzione ancora una volta per motivi politici, il tesoro nascosto di Toni Bisaglia, che ascenderebbe a mille miliardi di vecchie lire, forse preda di astuti prestanome beneficiati inaspettatamente della morte dell’ex Ministro: sta di fatto che il patrimonio di Bisaglia al momento della morte era molto modesto(due appartamenti a Lavarone ed uno a Rovigo, oltre a “poche cose” lasciate in eredità alla moglie (che vi rinunciò).

La storia (almeno per ora) si chiude qui: nessuno può giurare oggi che non abbia un seguito che potrebbe riservare non poche sorprese, non ultima quella che non c’era proprio nulla da scoprire…


NUOVE USCITE HERAION

IN LIBRERIA

E-BOOKS


TAGS DEL MAGAZINE

alimentazione (32) ambiente (37) america (33) arte (79) cinema (65) civismo (67) cultura (437) democrazia (65) economia (139) elezioni (74) europa (129) fascismo (41) filosofia (43) formazione (38) geopolitica (32) giovani (39) guerra (133) intelligenza artificiale (52) israele (35) italia (87) lavoro (59) letteratura (72) mario pacelli (32) media (80) medio oriente (32) memoria (41) milano (36) musica (195) pianoforte (38) podcast (36) politica (642) potere (263) rai (35) religione (34) roma (33) russia (41) salute (77) scuola (41) seconda guerra mondiale (61) sinistra (33) società (594) stefano rolando (32) storia (90) teatro (51) tecnologia (41) televisione (51) tradizione (34) trump (58) ucraina (45) USA (48)



ULTIMI ARTICOLI PUBBLICATI