di Dalisca
Odissea, da Odisseo, ma cosa significa etimologicamente questo appellativo?
Odisseo dal greco: colui che è odiato o l’iroso che vuole dire essere adirato e subire odio.
Nel libro diciannovesimo dell’Odissea il nonno Autolico chiama il nipote Odisseo collegando il nome al rancore e al patire.
Perché Odisseo diviene poi Ulisse?
In alcune zone della Magna Grecia il nome non era Odysseus bensì Oulixes con la “l” al posto della “d”. I Romani adottarono la forma con la “l” cosicché Ulisses in italiano divenne Ulisse.
Un piccolo preambolo per meglio comprendere il film appena uscito nelle sale cinematografiche ovvero Odissea.
Chiarita l’origine del nome ora passiamo al riepilogo della storia raccontata tanto tempo fa da Omero anche se tutti o quasi la conosciamo; ma, come dicevano i latini “repetita iuvant”.
Ulisse re di Itaca, l’eroe decantato, salpò con le sue navi e i suoi compagni con l’intento di conquistare la città di Troia. Il suo intento sì realizzò a caro prezzo sia per la perdita di molti suoi compagni, sia per l’onta che ancora oggi, dopo millenni, pesa sul suo personaggio e cioè l’inganno usato per sconfiggere i Troiani. Seguirono anni di tragedia e un numero infinito di morti quasi sacrifici umani celebrati per ingraziarsi gli dei senza nessuna “pietas” per ottenere vane vittorie. Alla fine, Ulisse, solo e deluso, tornò in patria.
Il film, diretto da Christopher Nolan, regista e sceneggiatore statunitense-britannico, è un colossal mediatico, declinato con tanta tecnologia, furberie di attore e tanto altro. Ci si pone l’interrogativo del perché la scelta, in questo momento così travagliato del nostro tempo, di un’opera come l’Odissea. Forse in analogia con le guerre in atto? O solo per attirare con il “capolavoro omerico” il maggior numero di spettatori ed ottenere un forte incasso al botteghino? Se lo scopo era questo, il regista ha fatto centro; infatti, solo al terzo giorno di programmazione, l’incasso è stato di ben 340 milioni di dollari. Che dire?
Sarà vera gloria? Agli spettatori…
In ogni caso il film non rispecchia l’essenza del capolavoro omerico; manca soprattutto lo spirito con cui l’autore lo scrisse. Manca la patina del tempo che ammanta ogni cosa e sollecita la fantasia e l’immaginazione di ognuno nonché il desiderio di intravedersi tra quegli eroi per scoprire ciò che si nasconde in noi così da compiere gesta da ricordare nel tempo a venire e per queste passare alla storia dell’umanità.
La poetica delle narrazioni ha ispirato poeti e scrittori contemporanei.
Quasimodo, durante la Seconda guerra mondiale appese la “lira” o “cetra” all’albero perché le guerre moderne non producevano più poesia così come, nonostante tutto, la produssero quelle antiche combattute corpo a corpo, uomo a uomo.
Le armature belle e lucidate a specchio risultano come appena uscite chissà da quale fucina americana così pure gli abiti ben fatti luccicanti delle donne del racconto.
Una storia d’amore, quella di Ulisse e Penelope, lunga e sofferta, forse la più romantica della storia mai raccontata, piena di sentimento e sensualità ridotta o meglio nemmeno accennata nel film, come del resto l’incontro commovente e poetico del cane Argo con il suo amato padrone Ulisse.
Tutte queste omissioni creano un grande vuoto nella narrazione originale per lasciare spazi ad una battaglia finale durante la quale si assiste alla vittoria improbabile di un eroe simile a Superman che da solo uccide i suoi nemici senza batter ciglio alla maniera americana nell’intento di stupire il mal capitato spettatore.
Bisognerebbe ricordare al regista che i tempi del “sogno americano” sono finiti e che, pertanto, alla luce della nuova America Trumpiana anche la sua grandezza va ridimensionata.
E poi credo doveroso formulare le scuse al grande Omero per l’intrusione fatta nel suo grandioso, apocalittico ma bellissimo mondo!












