TRA INTELLIGENZA ARTIFICIALE E UMANESIMO DIGITALE

di Giorgio Fiorentini

Nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale ci si affanna pubblicamente a porre la persona al centro del sistema ponendo l’AI come strumento e quindi come second best strumentale; nel privato di alcune imprese-aziende prevale invece la lusinga che l’AI è il primo purpose operativo utile per fare profitto senza calmiere sociale.

Infatti, l’Intelligenza Artificiale, senza stupirsi, può essere anche un veicolo di disuguaglianza in termini sia sociali sia economici. Con un esempio molto concreto si pensi alla relazione indispensabile fra AI e Data Center che sono strutture imponenti ed energivore, che emanano le inarrestabili onde di rumore a bassa frequenza, consumano acqua per raffreddare i server.

Tutto questo si sta svolgendo con grande velocità.

Le Big Tech – Google, Amazon, Meta, Microsoft o OpenAI – comprano aree per gli insediamenti dei data center che producono capacità computazionale per gli algoritmi e li rendono più potenti.

Un’analisi di Bloomberg dimostra come all’aumento dei data center corrisponde proporzionalmente un rincaro notevole del costo della materia prima elettrica.

E’ un settore con ingenti investimenti strutturali e fisici e offre il fianco a speculazioni in Borsa e si sa già che gli investimenti iniziali non generano ricavi così rapidi e alti da far evitare il pericolo di bancarotta per una parte delle imprese di questo business (un rapporto del Massachusetts Institute of Technology calcola che il 95% delle imprese dell’AI oggi non è in utile; Bain Capital stima invece che mancano al settore almeno 800 miliardi di crescita di ricavi entro il 2030 per rendere sostenibili gli attuali investimenti).

Ma si sa anche che la rete così costruita è destinata a sopravvivere ad un eventuale scoppio della bolla; quindi, cambierà il volto della società e il corso della storia economica.

Ed i manager delle Big Tech sanno che “Finché la musica va, bisogna alzarsi e ballare” e quindi così devono fare per far crescere i titoli a Wall Street e poter mantenere le loro stock option.

Questa è una sfaccettatura operativa e finanziaria dell’AI.

La trasformazione digitale è il contesto-presupposto dell’AI e il necessario cambiamento culturale delle persone è un “dover essere” del sistema e quindi tutte le organizzazioni aziende devono adeguarsi seppur con un approccio critico al fine di sviluppare bene comune e misurare un impatto positivo.

Oggi senza dati non si possono personalizzare i prodotti-servizi sviluppando attività personalizzate che hanno una efficacia più che proporzionale rispetto alle risorse investite.

Il contesto aziendale per fare questo si basa su un asset dell’ecosistema composto da purpose, gestione dei processi e benessere organizzativo.

Per fare questo ci vuole un nuovo miniset ed una leadership distribuita.

Infatti, adottare l’AI non vuol dire” aggiornarsi tecnologicamente”, ma cambiare progressi veramente le gerarchie di comando e i modelli di controllo tradizionali.

La velocità della distribuzione dei dati utili per decidere implica una decisionalità autonoma e distribuita sviluppando la propria imprenditorialità. Il mantra decisionale diventa: “Che cosa ci dicono i dati raccolti? Qual è la proposta?”.

In un recente libro (C. Fenaroli, L’intelligenza Artificiale per accrescere l’impatto sociale, GAM ed. 2026) si definisce il dipendente come una “sentinella dell’impatto”.

Ovviamente tutto questo ha esigenze di una nuova governance con un potere propositivo e decisionale distribuito, senza aristocrazia al comando e con un assetto organizzativo a reciprocità informativa e decisionale.

L’organizzazione a piramide è sostituita dalla piramide rovesciata, banalmente dal “top-down” al bottom up”.

La proposta è: per dare all’AI il suo giusto peso nel processo imprenditoriale è necessario adottare il presupposto dell’”umanesimo digitale”.