di Beppe Attene
La storia plurimillenaria della specie umana sulla Terra è stata sinora caratterizzata da un uso sistematico della comunicazione simbolica che è stata presente (e centrale) nel susseguirsi nel Tempo e nello Spazio delle più varie e diverse formazioni economico-sociali.
Il simbolo è una forma espressiva che si caratterizza per funzionare efficacemente soltanto quando entra in contatto con una persona che è già in grado di riconoscerne i contenuti.
L’esempio forse più famoso è quello che si deve ai Cristiani dei primi secoli.
Io traccio per terra, con la punta del bastone o con un piede, due linee curve che si incontrano alle estremità.
Se la persona che è con me riconosce in quel segno grafico apparentemente casuale il segno del pesce vuole dire che condivide la mia Fede.
Legge in quel Simbolo la parola greca Ichthys che significa “pesce” ma è l’acronimo di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
Se non reagisce un rapido movimento del piede cancellerà quel segno casuale.
Il Simbolo continuerà ad aspettare chi lo riconosca e lo possa leggere.
Insomma il Simbolo contiene un messaggio che può pervenire solo a chi ha una maturata predisposizione a riceverlo.
Per secoli le madri hanno attaccato al collo dei figli che andavano in guerra una moneta spezzata, conservandone una parte.
Quel pezzo di metallo era privo di valore per chiunque ma era assolutamente prezioso per una sola persona al mondo.
Essa attendeva il ricongiungimento del Simbolo che avrebbe potuto essere drammatico quanto incredibilmente festoso.
Sotto questa luce il Simbolo ci appare in tutta la sua straordinaria natura democratica.
Non impone a nessuno l’obbligo di condivisione e conoscenza, ma vive nella coscienza di ciascuno secondo il livello di lettura e approfondimento che il singolo essere umano gli assegna.
La Santa Croce non è soltanto la rappresentazione grafica dello strumento di tortura e soppressione del Cristo.
Essa contiene e offre una serie di contenuti simbolici che parlano alla mente, e al cuore, di chi ha deciso di ritrovarli.
Ma, se anche questo non succede, non perde nulla della sua capacità simbolica iniziale.
Naturalmente all’universo simbolico si affianca una moltitudine di altre forme di comunicazione non direttamente esplicita ma comunque funzionale.
Pensiamo all’uso della allegoria che è una forma più indirizzata di comunicazione o, più in generale, alla produzione artistica quando sia capace di esprimere e fare emergere stati d’animo e di coscienza in chi vi si rapporta.
Così può facilmente avvenire che un quadro di Edvard Munch strappi all’anima del momentaneo utilizzatore un Urlo di cui nessuno supponeva l’esistenza sino a quel momento.
E, ancora naturalmente, un vastissimo insieme di segni, marchi, segnali, emblemi e indicazioni di grado: tutti insieme a costituire il substrato inconscio della intera società umana.
Forse un giorno riusciremo a porci il problema dell’inconscio collettivo e di quanto storicamente lo abbia costituito e come abbia fatto.
Ma, a parte gli sforzi straordinari di Luigi Zoja che cerca di narrare a questo livello il nostro mondo, non sembra che oggi siamo molto sensibili a questa questione.
Quel che sembra infatti prevalere è un elemento auto-identificativo che impregna tutta la comunicazione.
Qui sta, a ben vedere, la reale differenza tra il Simbolo e la Chat.
La chat viene prevalentemente vissuta dall’utente non come uno strumento di comunicazione e vicinanza ma piuttosto come affermazione “ci sono anche io!”.
Questo, ovviamente, non succede quando si tratta di comunicazioni funzionali a un evento o un passaggio comune ma si riproduce in continuazione quando il cosiddetto social si nutre del nulla.
Perché non essere presente, si dice il chattista, negli auguri a un vecchio attore che non ho mai conosciuto o nella fasulla sofferenza per la scomparsa di un lontano personaggio che non ho mai incrociato?
In fondo, costa così poco e lo posso fare anche se non vale nulla.
Il paradosso di tutto questo è che viene definito e vissuto come forma di socialità, mentre si basa sul suo esatto opposto.
Il chattista che piazza al volo il meme con l’applauso o con il volto in lacrime è totalmente indifferente al raggiungimento di un reale oggetto della sua azione che impropriamente viene catalogata come comunicazione.
Sta solo proclamando la sua individuale esistenza in quello che gli appare come il vero mondo.
Supera, con quel piccolo gesto elettronico, i dubbi esistenziali su se stesso e si afferma senza essere sottoposto a valutazioni e giudizi.
Come tutto questo andrà a finire è difficile dire.
Per aggiungere solo una nota di ottimismo vorrei solo ricordare che la parola simbolos indica in greco la possibilità di esprimersi e parlare con qualcuno, mentre diabolos indica esattamente il contrario, vale a dire quel che divide e impedisce di parlare.
E da qui, naturalmente, il nostro Diavolo.












