S. TERESA GALLURA E LA DISTRUZIONE DEL TURISMO PROSSIMO VENTURO IN COSTA SMERALDA

di Salvatore Sechi

Il sistema multiforme e molecolare dell’industria turistica ama imbandire come preziose e imperdibili le vacanze in Sardegna.

A colpire è che sempre in primo piano non siano mai mete invidiabili e a basso costo. Mi riferisco a quelle anch’esse come quelle della Costa Smeralda – mozzafiato e incontaminate – che si distendono tra l’Oristanese e il Sulcis.

L’opzione privilegiata si insiste a dire sarebbe il Nord dell’isola, il tratto da Olbia a S. Teresa Gallura.

Profluvie di parole, un lessico incantato descrivono il colore e il cristallino del mare, le sabbie finissime, i fiordi, le cale e calette. Uno spettacolo sicuramente indicibile e iconico. A impressionare, e lasciare un segno indelebile nella memoria, è la persistenza di un mondo ancestrale.

Si tratta della maggiore fonte di fascino di questa isola mediterranea che dal Piemonte fino alla Seconda guerra mondiale è stata usata come un bene di scambio, un corpo mercantile. Si è saputa sottrarre ai vincoli del passato per la sua incomparabile identità. Nei secoli si è preservata fino ad oggi.

Qui ogni anno svengono a spendere le loro vacanze circa 20 milioni di persone. Si sono potuti registrare 5.108.000 arrivi (+15% sul 2024) e 21.802.000 presenze (+15,6%). 

Dal 2018 ad oggi iI nucleo prevalente proviene dai bacini, o mercati che di si voglia, ubicati all’estero. Ammonta a circa il 56% (vale a dire al 12,01 milioni di presenze) delle presenze totali. In testa ai flussi turistici è sempre la Germania, seguita da Francia, Svizzera, Regno Unito e Polonia. Insieme rappresentano circa il 60% delle presenze straniere. In forte crescita sono i mercati di Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Ma i primi cinque paesi registrano 6,7 milioni di presenze, vale a dire il 60,4% dell’afflusso internazionale. Equivale a circa il 33,7% delle presenze complessive che nel 2025 si sarebbero temporaneamente ubicate in Sardegna.

La sintesi che si deve trarre da questo aumento dei cd Big Fives (appunto il turismo estero di Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito e Polonia) è inequivocabile: rispetto a quello domestico, sia in termini di arrivi sia di presenze, i vacanzieri di provenienza estera non presentano un semplice e congiunturale incremento. Sono, infatti, il segnale di un ritmo di aumento più che doppio.

Infatti, nel 2025 gli italiani hanno costituito il 44,1% degli arrivi complessivi (2.253.000) e il 44,3% delle presenze (9.651.000). La loro crescita è stata rispettivamente del +9% e del +8,6% rispetto al 2024.

La distribuzione per regione conferma una forte concentrazione nel Nord (Lombarda) e nel Centro Italia (Emilia-Romagna, Lazio ecc.) con risultato dal punto di vista della spesa complessiva da essi generata che corrisponde a 918 milioni di euro. Le cose diventano più chiare se ci rende conto che questo valore rappresenta il 46% della spesa turistica di origine internazionale registrata nei primi nove mesi del 2025.

I 667 mila turisti tedeschi calati nell’isola l’anno scorso vi hanno sostato in media di 4,8 notti per turista. Si calcola vi abbiano speso 441 milioni di euro, sempre secondo le rilevazioni della Banca d’Italia. Minori i giorni di sosta e le spese dei francesi, inglesi, svizzeri e polacchi.

Che cosa comporta tutto ciò? Comporta che la Sardegna è ormai posizionata su scala internazionale. Ha cessato di essere un’isola sperduta nel mare nostrum. E’ diventata l’epicentro di un sistema di collegamenti e di rapporti che ingloba l’Europa e sempre più   Stati Uniti, Asia e Africa.

A cominciare dagli aerei va radicalmente ripensato della qualità dei servizi. E delle lingue da parlare.

Il futuro di S. Teresa Gallura e dell’isola appartiene al ceto degli innovatori e non dei conservatori di vecchie reliquie e consuetudini.

La Sardegna ha rafforzato il proprio posizionamento internazionale. La Banca d’Italia ha calcolato quanto pesa sul piano economico questo afflusso di turisti. Nei primi nove mesi del 2025 la spesa dei turisti stranieri in Sardegna ha raggiunto i 2 miliardi di euro, rispetto a 1,6 miliardi nello stesso periodo del 2024 (+25%).

La principale beneficiaria risulta essere la Gallura. Infatti, gli oltre 2 milioni di visitatori esteri (51% del totale) hanno mosso i primi passi in Sardegna con l’atterraggio presso l’aeroporto di Olbia-Costa Smeralda. È intitolato all’ideatore e al costruttore del grande turismo privato e poi di massa in Sardegna, il principe ismailita Karim Aga Khan.

Mi pare opportuno a questo punto precisare che i dati statistici citati possono non essere completi, cioè esaurienti. Infatti, le comunicazioni ufficiali di enti locali, hotels ecc. non sono in grado di intercettare pienamente se non il 64,9% (vale a dire oltre un terzo) della capacità ricettiva potenzialmente operativa, Il che vuol dire che non è ipotesi astratta o accademica parlare di un impatto effettivo del turismo sull’isola superiore ai valori registrati.

Lo dimostra un solo dato, ma credo assai significativo. I proprietari, anche se non residenti, delle 312 mila abitazioni utilizzate a fini turistici o stagionali (cioè le cd seconde case) non sono tenuti a denunciarle!

Ho fatto riferimento ai diversi elementi che compongono il turismo in Sardegna per chiedere se si possa parlare di quel che si chiama overtourism. Si è cominciato a accennarne alcuni anni fa, nel 2024.

In primo luogo, le presenze, per il 47%, continuano ad essere concentrate su due mesi, luglio e a agosto, con qualche allungamento nella primavera e autunno.

Il discorso è centrato anche su un secondo aspetto. Non quello dell’ospitalità alberghiera. Con 2.702.000 arrivi (52,9% del totale) e 10.839.000 presenze (49,7%), gli hotels restano il maggiore comparto.

Ma, in realtà l’ospitalità si è estesa a raggiera. Si rileva un extra-alberghiero che registra 1.613.000 arrivi (31,6%) e 6.434.000 presenze (29,5%). Ad esso seguono le locazioni occasionali, che con 793.000 arrivi (15,5%), generano 4.530.000 presenze, pari al 20,8% del totale. Insieme ai B&B nei centri abitati si è delineato quella che si racchiude nel termine di ospitalità diffusa.

Non ha senso continuare a ignorarne il carattere di modello rispetto al passato. Tantomeno si possono sottovalutare l’incidenza economica, il rilievo fiscale e anche i problemi che pone alla sostenibilità territoriale che in molti centri sta ormai esplodendo.

S. Teresa Gallura, il futuro a rischio?

ll turismo di qualità evita uno dei principali centri della Costa Smeralda. Forse perché – si potrebbe dire con malizia – è il comune più ventoso dell’isola. O probabilmente perché la difficoltà di trovare parcheggio, per il sistema dei trasporti, e per una ristorazione (per lo più mediocre ie n preda ai prezzi più folli) a prevalere sono due elementi molto negativi.

Mi riferisco al fatto che la stagione turistica duri solo due mesi (luglio e agosto), con una permanenza media di 7-10 giorni. Per   chi non si può avvalere di seconde case, la durata della presenza assomiglia ad una toccata e fuga. Forse non è improprio dire, con maggiore efficacia, che nei confronti dell’accoglienza dei longonesi (come amano chiamarsi i teresini) scatti un incontenibile mordi e fuggi.

È cresciuta l’insofferenza per i disagi mai affrontati che continuano ad essere sofferti dai turisti.

In primo luogo, il costo dei trasporti. I 5O minuti di taxi da Olbia a S. Teresa costano più del biglietto per il trasporto aereo da Bologna a Olbia. Le convenzioni stabilite dalla Regione con la spagnola Volotea riguardano soltanto quanti si imbarcano a Milano e a Roma. Chi vive in altre città sono figli di nessuno.

Dove c’è una responsabilità diretta dell’amministrazione comunale il salasso è doppio. Si pagano 2 euro ogni ora per il parcheggio a ridosso della Rena bianca o alla spiaggia di S. Colomba, a Capo Testa. Al quotidiano L’Unione sarda la famiglia di un pensionato confessava una lista di costi ormai insopportabile:

“Ma si possono spendere 12/14 euro a vuoto solo per tenere l’auto sotto al sole a bordo strada, nel caso di Capo Testa? Per 14 giorni sono quasi 200 euro. Da sommare all’affitto di casa sempre per due settimane (circa 1400/1600), alla nave per arrivare sull’Isola (800/1000), più la tassa di soggiorno l’anno scorso, 1,50 euro a persona, per 14 giorni altri 52 euro”.

Il sindaco in carica ha dato un proprio inobliabile tocco stabilendo in 2-3 euro il soggiorno in una delle spiagge che la cessione ai privati ha reso un scempio. Ha vestito con penne di aulici cantori degli strimpellatori che strombazzano e ululano in piazza. Lascia che bande di ragazzotti facciano degli assordanti raids sui loro motorini in Via del mare. Dove non esiste lavoro. È una gioventù perduta, purtroppo-

Affidandola alle virtù inenarrabili perchè invisibili dell’amichettismo paesano, il Comune fa deperire in un naufragio inarrestabile la micro-biblioteca Grazia Deledda. Le strade sono un mosaico di rattoppi o di dissesti a cielo aperto. Sui marciapiedi dall’ingombro di scalinate per accedere alle abitazioni si è passati ad erigere manufatti in legno o mattoni per dare visibilità all’ennesima spaghetteria.

Grazie alle indulgenze sui vecchi divieti sanciti dal Covid ogni metro di strada, anche a pochi metri della piazza, viene concesso come risarcimento a venditori di artigiana to e cianfrusaglie sardesche. I marciapiedi ricolmi di una straripante paccottiglia non possono più assecondare il diritto di residenti e turisti ad una libera circolazione.

È la replica indigena della vecchia concessione dei re di Francia del Settecento” Cittadini, arricchitevi!”.

I ristoratori teresini hanno risposto compatti e solidali Servire un latte macchiato (addirittura con la spudoratezza di infilarlo in una tazzina da caffè) costa 4,50 euro.

Io vivo a Bologna., una delle città più care d’Italia. Ma al Bar Memo, a una manciata di metri da P.za Maggiore, in una vaschetta tutte le mattine mi porgono una bella e grande brioche da forno privato, un bicchierone di latte fresco, un caffè caldo e un bicchiere d’acqua. Costo: euro 3,50. Saranno pure comunisti, ma per gli affari quelli bolognesi hanno avuto sempre grandi riguardi

A S. Teresa l’impressione è che tra Comune, caffetterie e ristorazione si sia formato quello che gli economisti d chiamano Cartello, un’intesa monopolistica nel fissare i prezzi delle consumazioni. 

Un piatto di pasta dalla Torre spagnola a Capo Testa non te la imbandiscono per meno di 20-25 euro. Il secondo scatta a 30-35. Frutta e dolci tra 8 e 10 euro. Una bottiglia di vino è un lusso da 30 euro in su. Con meno di 50-60 euro non te la puoi cavare. In quando e fin dove c’entra il blocco dell’import/export presso la striscia di Hormuz?

E poi perché non rimettere in vita, non solo il ridicolo onere centesimale sul bicchierino di acqua, ma anche un rudere in ostaggio come il caro e inestinguibile coperto?

Con i blocchi e i ritardi allo stretto di Hormuz ci si rifà mettendo in menu il vino Funtanaliras a 28 euro (anche nella tettoia Janika a Vignola mare). Ma si guadagna di più a dividere un’ombrina o un’orata a pezzulli di 30-35 euro l’uno.

Ma le cose sono più complicate. E’ opportuno domandarsi come mai a S. Teresa Gallura un ristorante di incomparabile livello come Thomas può permettersi prezzi così elevati (per i clienti). E’ solo perchè Marcello Mannoni, che lo gestisce, sa il fatto suo? Credo che la risposta debba andare oltre le qualità personali di un imprenditore.

Questo figlio di un tassista molto amato, Ceschino, rispetto a los momios (cioè le mummie, come dicono i cileni) dell’amministrazione comunale ha saputo rendersi conto, e intercettare, che intorno alla Torre spagnola e una spiaggia derelitta (da quando è stata in gran parte privatizzata) come la Rena bianca giravano, e girano, flussi di turisti con redditi elevati e un altrettanto alta capacità di spesa.

Mentre una cultura paesana sornionamente mafiosa impedisce di   aumentare quel che vistosamente manca (falegnami, idraulici, venditori di computer e condiziona tori di livello, tecnici della televisione, cuochi, camerieri ecc,), da Thomas in presenza di una domanda crescente si pensa non di fare tre turni, ma di sforbiciare all’insu i prezzi. È, dunque, la composizione reddituale, e la stessa qualità del turismo, che è cambiata.

Pertanto, le pratiche indigene, vetero-paesane, per prelevare qualche dollaro in più dalle tasche dei turisti non si conciliano col carattere internazionale assunto dalle vacanze in Costa Smeralda. Possono incrinare, se non determinare la fine, di un centro turistico gestito con la testa volta mestamente al passato.

Questo è il nodo scorsoio che bisogna riuscire a togliersi dal collo. La difficoltà nasce dal fatto che S. Teresa non produce niente. Vive sulla rendita delle attività legate al mare.  

Ma come si fa con soli 2-3 mesi di lavoro all’anno a sbarcare un lunario lungo 12 mesi? Un problema sociale di tale entità non può essere risolto scatenando il paese a rovistare anche il fondo delle tasche dei turisti.

E’ quanto disgraziatamente ha fatto il partito democrati co che ha riconfermato il sostegno alla vecchia amministrazione comunale. E’ il caso di ricordare che la maggioranza di chi ha scelto di passare le vacanze a Lungoni non sono proprietari di Sylicon Valley, in California. Appartengono piuttosto al ceto medio.