RAI: IL DECLINO DELL’IMPERO TELEVISIVO 

di Bloggorai

L’anno che sta per archiviare il suo primo trimestre sarà quello che spianerà il futuro prossimo venturo della Rai e del Servizio Pubblico Radiotelevisivo. Il 2027 è dietro l’angolo ed è tutt’ora pieno di incognite: si dovrà applicare l’EMFA (European Media Freedom Act) mentre scade la Concessione e il subordinato Contratto di Servizio e, al contempo, giunge a conclusione il mandato dell’attuale Cda (se non intervengono fatti nuovi tutt’ora imprevedibili). Nel frattempo il progetto di riforma da tempo annunciato è fermo al Senato con il ministro Giorgetti che si è messo di traverso e nessuno è in grado di sapere se, quando e come si potrà andare in Aula del Parlamento nel contesto del 2027 (forse giugno) quando ci saranno le elezioni politiche.

Nel frattempo, il panorama tecnologico, sociale e culturale della Rai è in rapido mutamento, peraltro parallelo a tutto il mondo della televisione generalista e universale. Cambia il suo pubblico e le sue modalità di fruizione, cambia il mercato pubblicitario, cambiano i modelli di produzione mentre si evolvono le piattaforme di distribuzione.

Vi proponiamo allora un “riassunto delle puntate precedenti” di Bloggorai delle scorse settimane dove abbiamo cominciato ad annotare temi e problemi che si porranno con maggiore evidenza già dalle prossime settimane sul futuro dell’impero Rai, oggi indiscutibilmente in declino.

21 gennaio

La situazione della Rai e il suo futuro non sono nel segno dei tempi: NON è solo colpa di “telemeloni”, non è solo responsabilità di questa “destradestra” e di questo Cda acefalo e ai confini della legittimità. Ci sono colpe e responsabilità che vengono da lontano, molto lontano, e sono bene distribuite in tante “parrocchie” interne ed esterne all’Azienda. Lo abbiamo scritto innumerevoli volte: il male profondo e oscuro che la colpisce è tutto nel grumo perverso e velenoso occupato dalla “politica” nel suo senso più nefasto, quello dell’occupazione di posti riservati agli amici degli amici, ai parenti e ai conoscenti. Una malattia, un virus che non ha risparmiato nessuno. Se non si trova un antibiotico in grado di ucciderlo, non c’è speranza di guarigione. L’ultimo tentativo è stato con l’EMFA (European Media Freedom Act) e pure quello sembra andato a vuoto: nessuno se lo è filato, compresi quelli che lo hanno acclamato con il famigerato “prima la riforma e poi le nomine”. Sappiamo come è andata a finire.

Allora, cerchiamo di dare una risposta alla lettrice e riassumiamo in poche righe quello che scriviamo da quasi 8 anni sul perché la Rai è fatalmente destinata al declino.

Il suo pubblico. Quella che financo pochi giorni fa l’AD Rossi definiva la “sfida” dei giovani è una scommessa persa in partenza. Il pubblico della Rai nella sua prevalenza è cambiato profondamente, è “over”, anziano e lo sarà sempre più. Il retroterra culturale ovvero l’orizzonte della sua offerta editoriale nelle reti generaliste gravita intorno a prodotti e personaggi del passato remoto e lontano. Dalle repliche di Montalbano alle molteplici riedizioni di Don Matteo, allo scintillante mondo antico di Domenica In con la Zia Mara non se ne esce.

Le tecnologie. Come ci ha scritto un autorevole lettore “E’ un miracolose ancora Rai riesce a tenere il passo contro lo strapotere delle piattaforme”. Le tecnologie costano, l’innovazione richiede energie e risorse e mancano tutt’e due. Ci hanno raccontato recentemente una storiella: “ad un certo punto qualcuno ha ritenuto che fosse ora di “aggiornare” il parco microfoni negli studi TV. Si avvia una ricerca per trovare il modello idoneo. Si avvia una gara per l’acquisto. Passano quasi due anni e arrivano i microfoni. Qualcuno allora ritiene che non vanno più bene, sono obsoleti.” Rai Way poi meriterebbe un capitolo a parte: vuoto a perdere ovvero una macchina “mangiasoldi” a totale beneficio degli azionisti privati e dei lauti compensi ai suoi dirigenti strategici (l’AD Cecatto percepisce oltre 500 mila euro, il doppio del suo “proprietario” AD Rai).

Le risorse. Non ci sono e quelle che ci sono o ci dovrebbero essere sono o malgestite o sono incerte. La Corte dei Conti sono anni che scrive nella sua relazione annuale che andrebbero contenuti e razionalizzati i costi, specie quelli esterni. Nulla. Il citato EMFA dispone che le risorse del Servizio Pubblico debbano essere certe e garantite. Nulla, come nulla fosse gli tagliano 10 milioni dal budget e gli minacciano la riduzione progressiva del 20% annuo e nessuno si oppone.

La “riforma”. Una Chimera. Ormai non ne parla più nessuno e forse è bene così. Un pasticciaccio brutto al quale hanno concorso tutti, compresi i tanti “amici” esperti europei e “professori” a vario titolo associati ai partiti. Morale della favola: presto, forse, riprenderà il dibattito in VIII Commissione Senato e nessuno è in grado di immaginare se e quando un testo potrà andare in Aula.

Nel frattempo, la Vigilanza è paralizzata e il Cda non ha un Presidente e nonostante gli appelli e l’intervento di Mattarella siamo alla “moral suasion” con il nome di Mario che rispinta dal cilindro, proposto peraltro dell’ex ministro Sangiuliano. Manca poco più di anno al rinnovo della Convenzione, al nuovo Contratto di Servizio e alla scadenza dell’attuale Cda e siamo a “Caro amico ti scrivo…”

I “piani”. Piano Industriale, piano editoriale e piano immobiliare ovvero la somma di tanti “vorrei ma non posso” oppure “potrei ma non voglio”. Un Piano si lega all’altro come quelli delle palazzine di periferia di cui si vedono solo gli scheletri in calcestruzzo in un vortice di perenne incompiuto. Ne abbiamo scritto innumerevoli volte: il piano sull’informazione che quando pure c’era è stato affossato (il famigerato Piano Verdelli) dall’interno (e i killer sono ancora in attiva circolazione) e quando non c’era nessuno ha fatto nulla per scriverne uno nuovo. Morale della favola: i Tg Rai perdono telespettatori e Rai News24 galleggia con numeri da prefisso telefonico mentre in tutta la “baracca” informazione Rai lavorano oltre 2.000 giornalisti e quando si tratta di avviare una nuova trasmissione di informazione si prendono esterni ben pagati. Stendiamo un velo pietoso sul Piano industriale e della Digital Media Company e un velo di cemento armato sul Piano Immobiliare: tra affitti a perdere (Milano) ristrutturazioni costose (Mazzini) e vendite improbabili (Venezia).

17 febbraio

La Stampa con il titolo “Pantano Rai” riporta i dati elaborati dallo Studio Frasi dove emerge quanto noto da tempo: la Rai negli ultimi tre anni ha perso tre punti share passando dal 38% al 35% che, tradotto in soldoni, significa “… la Tv pubblica con meno spot e meno risorse crolla e Mediaset si rinforza… Le reti pubbliche finiscono nel pantano mentre, più o meno, tutte le concorrenti crescono in fatturato e ascolti…azienda rimasta orfana di dirigenti e uomini prodotto, si lottizzati ma capaci”. Punto. A capo. In poche righe la sintesi perfetta della situazione attuale. Si legge pure che grazie alle Olimpiadi e Sanremo a febbraio/marzo qualcosa potrà migliorare ma la baracca può reggere solo con due grandi eventi e il reso dell’anno arrancare?

Il secondo articolo lo ha pubblicato La Notizia con il titolo “Immobiliare Rai, vende e affitta, un giochino da 159 milioni” dove si descrive dettagliatamente la nefasta storia dell’operazione immobiliare, parte integrante del famigerato Piano, senza capo ne coda: si legge “Vendere un bene per fare cassa riprenderlo in affitto e quindi andare in affitto presso terzi spendendo 159 milioni di euro”. Siamo nella fase “svendita gioielli di famiglia”: dallo storico Palazzo Labia a Venezia alla sede di Firenze, dallo Studio ex Delle Vittorie al Teatro Olimpico. 

Il terzo articolo compare su La Repubblica con il titolo “La nuova Rai? Vecchia, anzi antica” dove si legge “E così nel meraviglioso mondo di TeleMeloni si sfornano grandi idee e titoli che arrivano direttamente da un glorioso passato… La nuova Rai nel 2026 non è vecchia è vecchissima ferma da quel dì”

Con questo articolo arriviamo al dunque: per la gioia dei nostri cari vecchietti di Villa Arzilla, nientepopodimenoche, il Corriere di oggi titola a piena pagina “Torna Canzonissima. Dopo mezzo secolo, annuncio di Milly Carlucci, progetto top secret in primavera”. Che gli vuoi dire a questi geniacci dell’ex Viale Mazzini? Dopo aver ripescato Sandokan, mandato in onda oltre 26 volte il Commissario Montalbano in buona compagnia di Don Matteo hanno capito che hanno un grande futuro dietro le loro spalle.

20 febbraio

…Bene, veniamo alla Rai dove “c’è grossa crisi”. Una crisi che viene da lontano e lo abbiamo scritto innumerevoli volte: non è colpa solo di Telemeloni. È una crisi che va lontano, si diffonde come un virus influenzale e che già nei prossimi giorni con l’inizio di Sanremo potrebbe dare segni tangibili (dicono, si legge che nell’ex Viale Mazzini si avverte un certo senso di timore … vedi quanto scrive oggi Lisa di Giuseppe (solitamente bene informata) su Domani “Ansia per Sanremo .. Gerry Scotti agita il festival”. Ma la crisi andrà ancora più lontano subito dopo. Nei giorni scorsi si è letto di una calendarizzazione in aula Senato della proposta di riforma sulla Rai, presunta anticamera di grandi mutamenti politici. Abbiamo fatto le nostre verifiche e non lo riteniamo possibile per vari motivi (anche se il regolamento Senato lo prevede). Il primo tra tutti è che tra i partiti di governo non c’è accordo e non è irrilevante la corrente che spinge a lasciare tutto fermo in attesa delle prossime elezioni. Idem sulla questione di cui si legge: Chiocci, direttore Tg1, che molla e va a Palazzo Chigi. Lo abbiamo già scritto e per essere sicuri abbiamo rinnovato l’interrogativo ad un nostro “molto autorevole interlocutore”: non se ne parla proprio, almeno per ora.

E in questo quadretto di crisi, l’opposizione che ti combina? Nulla. In ordine: la Floridia ha convocato Rossi per l’11 marzo e non è detto che ci sia riuscita a portare l’AD a farsi impallinare dalla Vigilanza che giace in letargo da oltre un anno. Ieri sul Corriere Antonella Baccaro gli ha posto una domanda sibillina ma significativa: “Ha mai pensato a dimettersi?” risposta “ … non lo escludo …”.

Poi, una menzione particolare meritano i consiglieri di opposizione Alessandro di Majo e Roberto Natale che da un po’ a questa parte non ci fanno mancare qualche comunicato stampa (che nessuno riprende, nemmeno Bloggorai). È tutto un fiorire di “ … ci vorrebbe più coraggio” e non si capisce a chi è diretto l’invito, forse a loro stessi? Oppure “ … non è certo questa la via…” e non si capisce quale dovrebbe essere o chi dovrebbe dare indicazioni in merito. Oppure ancora (Natale Dixit) “…cambiare subito rotta …” e non si capisce il “subito” da quando dovrebbe decorrere, in che modo e chi dovrebbe essere il nostromo che traccia la nuova rotta.

Se occorre possiamo dare tre suggerimenti anche se non richiesti: A rivolgersi ad un affermato studio legale per verificare la legittimità dell’operato di questo Cda. Ci sono tanti e ragionevoli motivi per ritenere che il dubbio sia lecito e che la verifica debba essere fatta: ci dice un nostro autorevole “consulente” che “il presidente nominato c’è e non può darsi luogo a presidente anziano che sarebbe in contrasto anche con la regola del regolamento del Cda che prevede il presidente anziano solo allorquando manchi il presidente”. Comunque, nel dubbio si verifica. B nei giorni scorsi abbiamo letto che negli ultimi tre anni la Rai ha perso circa tre punti percentuali di share con indubbie perdite di risorse pubblicitarie. C’è stata colpa? Si può profilare il dubbio di “danno erariale”? Quando, come è avvenuto ieri, si è avuta certezza della prossima trasmissione affidata ad un giornalista esterno (e che esterno!!!) al modico compenso di oltre 800 mila euro, non viene il dubbio di rivolgersi alla Corte dei Conti per verificare se viene applicato quanto la Corte stessa dispone ogni anno nel suo report sulla Rai a proposito delle collaborazioni esterne? 

Il terzo suggerimento è noto ma vale la pena ribadirlo: la vostra presenza in questo Cda è il segno di una sconfitta politica ancora prima della vittoria di Telemeloni. Non gli concedete pure la soddisfazione di fargli dire che “hanno rispettato il pluralismo”. Arrendetevi e cambiate postura: non potete scardinare questo rapporto di forza che la vostra stessa nomina ha reso possibile. Non dimenticate mai il “prima la riforma e poi le nomine” che ha dato vita a questo Cda: un frutto avvelenato di un albero malato nelle radici profonde. La riforma non c’è e la Rai è in loro balia. Non siete e non potete essere i cani da guardia delle loro malefatte e non saranno i vostri comunicati stampa ad arginarli. A chi obietta che “è meglio avere un nostro testimone al loro interno” rispondiamo che è assolutamente inutile: il divenire delle “cose” si misura dai risultati e questi, salvo prova contraria, non si avvertono.

3 marzo

Fatte le debite proporzioni e definito il giusto contesto, si può sostenere serenamente che l’Europa non conta nulla nel mondo … l’Italia non conta nulla in Europa … la Rai non conta nulla in Italia e il Cda del Servizio Pubblico non conta nulla all’interno o all’esterno dell’Azienda se non a garantire una “gita” a Sanremo a favore di telecamera.

Sul ruolo e sul peso dell’Europa e dell’Italia nella scena internazionale non c’è molto da dire (magari c’è da ridere): è tutto abbastanza evidente. La “nuova era” globale segnata dalla militarizzazione delle relazioni internazionali vede un solo uomo al comando mentre nessuno ha la voglia e la forza di opporsi. Il nuovo marchese del Grillo agisce impunito e indisturbato ed anzi talvolta supportato. Accanto a lui solo servi sciocchi oppure solo servi addormentati che non vengono nemmeno disturbati nei momenti critici quando si tratta di premere il grilletto. 

Sicché, tutto scorre sotto il segno di una apparente afasia e relativa indifferenza. Si sente dire e si legge “rischio terza guerra mondiale” come se fosse un semplice incidente sul monopattino e tutto scorre in attesa di un qualcosa di indefinito che nessuno è in grado di intuire quale possa essere. La Pace? Boh!

Bene, veniamo alla Rai e al suo “peso” ovvero alla sua irrilevanza nella gerarchia dei temi di interesse nazionale. Come un pugile suonato è pari a zero e si riprende solo per il successo (!!!) di Sanremo! Oggi pomeriggio era atteso al Senato il previsto dibattito sulla proposta di riforma Rai che invece non ci sarà e nessuno sa dire se e quando ci potrà essere. Non ci sarà perché anzitutto non c’è un testo condiviso sia all’interno della maggioranza che ne ha predisposto uno suo indipendente dall’opposizione e sia perché la stessa opposizione ha rinunciato ad un testo proprio preferendo invece emendamenti al testo di maggioranza (peraltro elaborati e confinati tra una ristrettissima cerchia di “esperti europei” e professori pescati a caso).

Lo stato dell’arte dal punto di vista tecnico è semplice: il testo è tutt’ora in discussione in VIII Commissione Senato che, teoricamente, dovrebbe validarlo prima di andare in Aula. Se non che, il testo non solo non è stato validato ma è ancora in attesa di una parallela validazione della Commissione V (Bilancio) che deve necessariamente esprimere un parere sulla sostenibilità economica del testo di riforma. E questo parere, per quanto noto, non c’è e non è prevedibile che ci potrà essere per un banale e semplice motivo: la Lega, ovvero il “proprietario” della Rai nelle vesti del ministro Giorgetti non ha nessuna intenzione di sostenere questa riforma. O per meglio dire, usa queta opposizione alla riforma Rai come grimaldello ovvero strumento di ricatto/trattativa con i suoi alleati. Il Ministro ha tanti buoni motivi. Formalmente, le obiezioni del MEF sono limitate a due punti: i criteri di nomina e durata del prossimo Cda (di fonte parlamentare e non governativa come avviene ora e la possibile riduzione del canone del 5% progressivo). Sostanzialmente, è in corso un braccio di ferro tra le componenti di governo non solo e non tanto sulla riforma quanto sulla redistribuzione di sfere di potere rilevanti dentro e fuori la Rai. Sono oltre 100 le nomine nelle società controllate o partecipate dallo Stato che si dovranno rinnovare nelle prossime settimane tra le quali 5 sono di assoluto rilievo: ENI, Enel, Leonardo, Poste e Terna. In particolare, per quest’ultima si è letto di una possibile candidatura della Agnes, attuale presidente Rai designata ma non ratificata dalla Vigilanza (che giace bloccata). Giù pe li rami, dentro la Rai è prossima ad essere libera l’ambitissima poltrona dell’AD di Rai Way dove ora siede Cecatto (Lega) con un “modico” compenso di oltre 500 mila ero l’anno (il doppio del suo controllore Rossi). Chi verrà prescelto, forse, dovrà guidare la possibile “vendita/fusione con EiTowers: una operazione di assoluto rilievo strategico per il futuro dell’Azienda Rai.

Per ora, in attesa di un futuro improbabile e con buona pace di chi ha menato vanto di “prima la riforma e poi le nomine”, tutto rimane fermo e non c’è nessun valido motivo per muovere qualcosa: del resto il partito di Governo, FdI, ha l’AD Rossi, l’altro partito, la Lega, ha il “presidente” si far dire F.F. e FI è al palo con una presidente designata che rimane tale. L’opposizione in cda Rai, nel frattempo, va in gita a Sanremo.

Già. La Rai può attendere, c’è ben altro a cui pensare.

7 marzo

Pubblico, vogliamo parlarci chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere tra le righe e e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura…” Prima pagina del Corriere, Milano, 5-6 marzo 1876.

Un incipit del genere è il sogno di tanti che si affacciano o praticano questo mestiere. Secco, incisivo e diretto, almeno negli auspici. Che poi i lettori (o i telespettatori) siano “educati e maturi”, tutt’oggi, è un dibattito molto aperto.

Sicchè, ieri stava trascorrendo un placido e convalescente pomeriggio primaverile quando, sul far della sera, comodamente adagiati in poltrona, ci siamo messi a scorrazzare tra i canali tv per vedere cosa passava il convento. Giocoforza, abbiamo iniziato con RaiUno e li ci siamo fermati. Siamo rimasti affascinati dalla trasmissione in onda in quel momento: La vita in diretta dove dibattevano amabilmente il conduttore Matano con ospiti Giletti, Canino, Simona Izzo ed un’altra gentile signora di cui ora non ricordo il nome. Gli argomenti erano sublimi e fascinosi: perché il comico Frassica ha preso in giro la soubrette Marini? E, a seguire, la canzone che ha vinto a Sanremo sarà destinata ad allietare i prossimi matrimoni napoletani? Ovviamente, questo dibattito arriva nella parte finale della trasmissione, ovvero ben dopo aver dedicato oltre un’ora a temi di cronaca grigio/nera. 

Allora ci torna in mente una domanda, un tema antico e profondo che pure proprio ieri mattina Grasso ha sollevato sul Corriere a proposito del pubblico televisivo: “vogliamo aprire una parentesi?”. Care lettrici e cari lettori “vogliamo parlarci chiaro” e allora apriamola questa parentesi e poniamo la domanda: è il pubblico, sono i telespettatori che richiedono a gran voce un’offerta editoriale “bassa”, ovvero overdose di cronaca condita da “racconto leggero” cioè la “vita in diretta” come realmente avviene e si svolge intorno a noi, oppure è la “televisione” che decide, propone e compone la propria offerta editoriale modulata sulle richieste del pubblico visto il “successo” di ascolti che ne ricava?

Abbiamo cercato di capire mediamente quante ore a settimana Rai e Mediaset dedicano, ad esempio, al solo caso di Garlasco: per quanto abbiamo potuto verificare, seppure in modo approssimativo) Rai con le sue trasmissioni di punta (Ore 14 nelle due versioni, Storie Italiane, Lo stato delle cose, Far west, Chi l’ha visto) insieme ai minuti interni ai Tg e alle varie trasmissioni di informazione intrattenimento occupa circa 8 ore settimanali. Mediaset invece (con Quarto grado, Pomeriggio Cinque, Quarta Repubblica e Le Iene) ha dedicato al tema Garlasco mediamente 5 ore. Non sono poche ore e non “pesano” poco nella cosiddetta “narrazione” del Paese specie se si considera, in particolare in questo momento in vista del prossimo referendum, quanto possa incidere nella formazione di un pensiero collettivo sul tema “funzionamento della giustizia e ruolo dei giudici”. Vedi, appunto, le dichiarazioni di ieri della Meloni a proposito della “famiglia nel bosco”.

Allora riposizioniamo la domanda: sono i telespettatori che “richiedono” di essere costantemente aggiornati ed informati sullo sviluppo del caso Garlasco o è “la Tv” che “spinge” e propone questo tema in modo compulsivo ed ossessivo?  Per esteso: son i telespettatori che richiedono e apprezzano prevalentemente la “cronaca” di vario colore o sono gli editori che scelgono di dedicare ampio spazio a questo genere?

Grosso modo, siamo orientati per la seconda ipotesi.

19 marzo

 Oggi è previsto il Cda Rai con all’ordine del giorno un pasticciaccio brutto brutto: Rai Way. È credibile sostenere che il dossier fusione/cessione con Ei Towers (Mediaset) si possa ritenere la madre e il padre di tutte le battaglie il cui esito può segnare profondamente il futuro del Servizio Pubblico radiotelevisivo in uno dei sui pilastri fondamentali: le tecnologie di produzione e diffusione. Non è pensabile in alcun modo supporre o ipotizzare nulla che possa somigliare ad una Digital Media Company se almeno non si capisce se e quanto questa debba essere di “Servizio Pubblico” o meno. Sono più di dieci anni che l’affare del “polo delle torri” si trascina senza intravvedere una possibile soluzione. Oggi il consiglio dell’ex Viale Mazzini dovrà decidere se prolungare il MoU (Memorandum of Understantment) già sottoscritto e rinnovato con Ei Towers. Per quanto abbiamo potuto sapere è molto possibile che si andrà verso un suo ulteriore rinnovo (scadenza prevista 30 marzo). Non ci sono presupposti concreti per fare altrimenti.

I punti fermi sono:

Non ci potrà essere accordo se prima non viene messa a terra la riforma Rai (ed è molto lontana). Ma, se mai andasse in porto rapidamente, che ne sarebbe di questo Cda Rai?

Non ci potrà essere accorso se prima non verrà chiarito il futuro del rinnovo della Concessione del 2027 in relazione alla messa a terra dell’EMFA.

Non ci potrà essere accordo se non si definisce il futuro strategico della società quotata del Servizio Pubblico: la sua missione, il suo ruolo e il suo ambito di collocamento nella sfera pubblica o privata.

Non ci potrà essere accordo se prima non si chiarisce o risolve il problema dell’affitto che Rai paga a Rai Way per oltre 210 mln anno, ovvero il “core business” prevalente della quotata.

Non ci potrà essere accordo se non si definisce compiutamente la governance della futura società: chi comanderà?

Non ci potrà essere accordo se prima, all’interno di Rai, non si definiscono le candidature per il prossimo Cda di Rai Way che si dovrà rinnovare il prossimo 28 aprile. Gli “appetiti” di chi già c’è, di chi sta per uscire e non vorrebbe mollare, di chi vorrebbe tornare e di chi vorrebbe entrare sono molto forti (già solo per il compenso per oltre 530 mila euro). Gira voce che si potrà o si dovrà “guardare fuori”. Ma sono ancora più forti le tensioni tra i partiti per le loro “quote” di potere sempre in contrattazione. La Lega non vorrebbe mollare l’osso (e Giorgetti ha forte voce in capitolo). E, forse, abbiamo vagamente intuito, in questa partita potrebbe o vorrebbero farne parte anche altri oltre ai partiti di Governo. Non ultimo: ci sono in gioco altre partite molto ricche: Rai Cinema e Rai Ficion: bocconcini molto appetitosi. 

Non ci potrà essere accordo, infine, se si prosegue a propalare “bufale” come l’apertura di un prossimo Hyperscale a Pomezia del quale lo stesso AD Rai, Giampaolo Rossi, sostiene che “I tempi e i costi del progetto sono in evoluzione, strettamente legati alla quantità di investimenti che stiamo proponendo di fare” (ANSA del 17/3) ovvero, tradotto in soldoni, al momento aria fritta, solo dichiarazione di intenti senza alcun fondamento concreto peraltro alla vigilia possibile seppure improbabile di una operazione di fusione/cessione: sarebbe più ragionevole attendere gli sviluppi e poi lasciare alla nuova società l’onere di imbarcarsi in questo nuovo investimento.

Bloggorai lo sa e lo ha riverificato: Ei Tower non vede l’ora di chiudere il deal: sono dieci anni che ci prova e, oggi più che nel passato, ne ha assoluta necessità. Per il “progetto” di Pomezia si parla di un investimento di 400 milioni: chi li tira fuori? Rai? Quando poi potrebbe essere operativo? Forse, tra due anni? Chi potrebbero essere gli altri soggetti/operatori interessati che poi dovranno sostenere i costosi oneri di gestione e manutenzione? La domanda centrale è: a chi potrebbero essere venduti “i servizi”? Poi si dice: “fondamentale in termini di sovranità tecnologica”??? ma come è possibile? Nel 2024 gli Hyperscale operativi in Italia sono 3 (Amazon Web Services (AWS), Microsoft Azure e Google Cloud Platform) e i Data Center censiti 168 (vedi questo Report molto dettagliato:  https://www.ingenio-web.it/articoli/data-center-in-italia-crescita-consumi-energetici-e-nuove-regole-tra-europa-stato-e-regioni/ ). Come è possibile sostenere che questo progetto possa, oggi, essere definito una pietra miliare della “sovranità nazionale” quando l’operazione è semplicemente 1+ degli altri già esistenti?