Tutto possibile all’ombra del Duomo?
di Franco Raimondo Barbabella
Dopo che Nietzsche aveva dato l’annuncio “Dio è morto”, Dostoewskij ne aveva tratto la conclusione che “tutto è possibile”, cosicché nel suo capolavoro “I fratelli Karamazov” Smerdjakov, il fratellastro, ammazza il padre. Punta estrema non paragonabile con il caso che esaminiamo. Ma il riferimento c’entra per il clima culturale.
Era la fine di ogni criterio di verità. Arrivò il postmodernismo, la microfisica del potere, il pensiero debole. Niente gerarchie, pura soggettività, via libera alla sfrenata competizione, ognun per sé e dio per tutti. Destra e sinistra incominciarono a sovrapporsi, fino a non distinguersi più per poi sostituirsi nei rispettivi riferimenti sociali.
La politica perdeva così ogni interesse per progetti di miglioramento e si trasformava, aiutata anche dall’esplosione dei social, in lotta per il potere priva di visione e coerenza. I potenti con i potenti? Magari questo sì, un po’. I deboli con i deboli? Ma quando mai! Il simile con il simile? No, solo il potere per il potere, il vantaggio, la centralità del particolare. La vittoria di Guicciardini su Machiavelli. Ma soprattutto una gran confusione in cui ognuno può pescare il suo.
Nel clima postmoderno ogni minoranza, ogni enclave, pensa di essere legge a sé stessa. Il mio punto di osservazione del mondo è l’unico che conta. Non lo dirò mai, anzi, dirò esattamente il contrario, ma al momento del dunque farò del tutto perché il mio sia quello che trionfa, caschi pure il mondo! Che mi appartiene, soprattutto se è il mio mondo.
Questo clima si respira leggendo della vicenda dei Vip dell’Alfina (la zona tra Umbria e Toscana dei comuni di Orvieto e Castelgiorgio) schierati lancia in resta contro il progetto Phobos, sette torri eoliche della multinazionale tedesca Rwe. Leggendo, dico, il micidiale “La rivolta dei Nimby Vip” di Luciano Capone lunedì 29 giugno su “Il Foglio”.
La lotta contro il progetto Phobos in realtà rappresenta una vera storia, lunga e complessa come tutte le storie che hanno acquisito un senso, come ogni tentativo di modificare l’ambiente e il paesaggio quando impatta con la vista di chi ha scelto il luogo interessato come proprio heimat d’elezione, il luogo ideale del focolare o dei propri interessi.
Ogni vicenda di questo tipo si somiglia: va avanti un po’ alla stracca, coinvolge qualcuno, qualche amministrazione, ma poi arriva regolarmente alla notorietà quando ne sono coinvolte direttamente persone note che usano il loro potere di notorietà. È il caso anche di Phobos, il progetto eolico dal nome di paura, che fa paura più di quanto non la facciano la crisi climatica, il surriscaldamento e i fenomeni atmosferici esasperati.
Da sempre l’individualismo è stata la regola, regola rigorosamente trasversale, a sinistra notoriamente regola aurea, un po’ come quella di Carlo M. Cipolla. Perché meravigliarsi dunque che ci sia un variegato mondo, detto di sinistra, convinto di essere nel vero e nel giusto mentre si impegna a trasformare la proprietà privata in bene universale da proteggere a ogni costo!?
Di questo no, ma di altro non solo è giusto meravigliarsi, è anche doveroso. Perché, appunto, non è vero che anche nel clima postmoderno tutto è possibile. Non è possibile, ad esempio, fare le proprie soggettive battaglie eleggendo arbitrariamente il Duomo di Maitani a proprio sponsor e protettore, tirandolo per la giacchetta come fosse un elastico o, peggio, un proprio famiglio.
È ben vero che dalle parti di Orvieto sta diventando un’abitudine. Tempo fa un tentativo di gestione razionale del ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti ben lontano dalla rupe arrivò in Parlamento con un abile fotomontaggio che annullava i chilometri tra il sito di discarica e il Duomo così da far pensare che i rifiuti avrebbero riempito la piazza antistante e sporcato la facciata. Ah, potenza della narrazione! Voi penserete che qualcuno se ne accorse e bollò gli autori come turlupinatori. Macché, non se ne fece nulla di pratico, ovvio, ma se ne discusse, e questa è la cosa grave.
Oggi un altrettanto abile fotomontaggio annulla distanze di chilometri e fa pensare allo scempio di Phobos, la paura, torri eoliche a quattro passi dal Duomo. Un falso, pura propaganda, solo abile e strumentale narrazione, ma intanto le anime innocenti si mettono in agitazione e piangono.
E così un centinaio di personaggi si sentono in dovere di appellarsi al Presidente della Repubblica per evitare lo scempio e quel simpaticone di Fiorello non può evitare di sposare la causa e lanciare l’accorata richiesta alla presidente dell’Umbria di annullare l’Au (Autorizzazione unica) per autotutela. Ciò che regolarmente avviene con la motivazione che va evitato il pericolo che le pale creino problemi ai pipistrelli. Vabbè, che dire?!
Che distanza tra questo appello e quello che negli anni ottanta del secolo scorso altri cento intellettuali, imprenditori, personaggi dello spettacolo, rivolsero alle istituzioni per la salvezza di Orvieto e del suo Duomo, allora davvero in pericolo per le frane della rupe!
Certo altri tempi, allora qui c’era Malerba, ma non può essere solo questione di penetrazione anche in provincia della logica e del clima del postmoderno, che pure ovviamente ha la sua ragion d’essere storica e perfino la sua dignità. Qui la questione prescinde anche dal merito del progetto e va al di là della sua natura e della sua eventuale inappropriatezza o pericolosità.
È questione di tante cose, che vengono a galla, basta pensarci: chi è classe dirigente? Quali doveri ha chi esercita un ruolo intellettuale? E ci sono o no limiti al potere mediatico di mistificare la realtà? Infine, e solo per finire, quale equilibrio tra potere generale e potere locale nella gestione dei beni e degli interessi collettivi? Quest’ultima essendo la questione più delicata e importante, che emerge con chiarezza leggendo l’articolo di Luciano Capone.
Una questione in cui l’intrico oggettivo di norme e procedure che rendono impossibile qualsiasi serio obiettivo di programmazione viene esaltato da vicende come quella di Phobos e dei suoi agguerriti nemici che qui avversano le rinnovabili sostenuti dai regionali umbri del Campo largo nello stesso momento in cui a Roma, alla Camera dei deputati, i loro riferimenti politici rimproverano il Governo di non fare abbastanza per l’eolico, il fotovoltaico e il geotermico. Qualcosa non quadra, mi pare evidente.
La confusione culturale e politica può e deve preoccupare, ma appare per quello che è, grave e poco seria nello stesso momento. L’intrico oggettivo invece è di quelli che non possono attendere, e perciò è da sciogliere al più presto.
Dovrebbe essere sentito come dovere, preoccupazione e occupazione di una classe dirigente che senta la dignità e il peso di definirsi tale avendo come orizzonte essenziale il miglioramento del futuro. Quello di tutti, senza sconti. Non sono sicuro che sarà così.












