PER FARE UN FILM CI VUOLE UN ALBERO

di Dalisca

Il film “Il seme del Fico sacro” del regista iraniano Mohammad Rosoulof è stato realizzato clandestinamente, perché il regista era stato accusato di propaganda contro il regime dei mullah.

Noi occidentali viviamo una realtà diversa da quella che vive buona parte del mondo islamico laddove per millenni gli uomini hanno sempre ritenuto di dover tenere a bada le donne e i loro diritti.

Il film in questione prende in esame questo aspetto dell’Islam raccontando la rivoluzione del movimento “donne vita libertà” e lo fa con tutta la crudeltà necessaria per rendere appieno le difficoltà che le donne incontrano ancora oggi nel loro vivere quotidiano.

Dietro le quinte di questo argomento si celano altri problemi che riguardano anche il comportamento dell’unico protagonista che si trova a dover gestire la vita privata e la vita sociale scontrandosi con mentalità e fatti assolutamente imprevedibili che metteranno a dura prova le sue  capacità generazionali e politiche.

Diviso tra l’amore familiare e la giustizia sociale non riesce a risolvere i vari problemi che lo condurranno, suo malgrado, ad una triste soluzione.

Il titolo del film si rifà ad antiche credenze, infatti, in varie culture e religioni come l’induismo e il buddismo il fico è considerato come l’albero della nascita e della saggezza;  in particolare l’albero di Bodhi è simbolo di illuminazione spirituale e di risveglio.

Siamo in Iran, una famiglia tipo: padre, madre le due figlie adolescenti vivono la loro vita in tranquillità, tutto sembra sereno sino a quando il padre non riceve una promozione in base alla quale egli assumerà il compito di giudice istruttore. Inizialmente tutta la famiglia ne sarà orgogliosa; la moglie e le figlie entusiaste anche perché quella promozione cambierà il loro tenore di vita.

Con il passare del tempo le cose però prenderanno una triste piega e tutti i componenti della famiglia saranno costretti a vivere isolati per non intralciare il lavoro del capofamiglia. La moglie patteggerà per il marito mentre le figlie non solo non giustificheranno l’atteggiamento materno, ma si ribelleranno al regime seguendo il loro desiderio di libertà e giustizia. Il padre dovrà fare i conti con il potere ed asservirsi ad esso tradendo la sua coscienza di uomo quando dovrà giudicare tutti coloro che prenderanno parte alle rappresaglie studentesche.

La figlia maggiore non ascolterà i consigli della madre che la vorrebbe chiusa in casa per allontanarla dal pericolo di partecipare ad una rivoluzione studentesca sempre più pericolosa e cruenta, ma l’avvento di un’amica, che sarà coinvolta nella rappresaglia suo malgrado e ridotta in condizioni deplorevoli dalla polizia, accenderà la miccia per una incontenibile azione da parte delle figlie che scalpitano per essere partecipi di eventi importanti e significativi per la conquista della loro libertà.

Il finale sarà triste e violento con la distruzione della famiglia che vedrà i vari componenti l’un contro l’altro armato in una lotta spietata che si concluderà con la morte del padre.

La questione così affrontata dal regista mette in luce tutti i problemi ancora non risolti che affliggono l’Iran sotto il regime di Khomeini, antico nonché convinto assertore di un fanatismo religioso che non gli consente di ascoltare il grido di libertà che si innalza ogni volta che la sua repressione condanna e sacrifica il suo popolo.

Shut your yes and see”, questo il suggerimento che James Joyce ha coniato per ognuno che, accecato dalle sue idee, non riesce a vedere la realtà.

Il film, candidato all’Oscar 2025 è stato premiato al Festival di Cannes per il coraggio dimostrato dal regista e per la denuncia che ne fa di una rivoluzione fatta col sangue degli innocenti, colpevoli di essere nati in un paese dal regime dittatoriale.

Brave le attrici protagoniste che rendono bene il rapporto specifico di ognuna nell’ambito familiare. La madre cerca in ogni caso di aiutare il suo compagno di vita nella realizzazione della sua agognata carriera politica e sociale. Le figlie, che rappresentano le nuove generazioni, osano, pur pagando le conseguenze, di schierarsi contro il regime pur di far valere i loro diritti di donne.

Ancora oggi e proprio in questi giorni la lotta continua, il sangue innocente della rivoluzione scorre ma quando un popolo ha maturato il suo diritto a vivere la vita in base ad una democrazia liberale che gli consente di esprimere le proprie idee e valori, non c’è regime che tenga, la storia ce l’ha dimostrato.

Pertanto, poiché il popolo è sovrano,  prima o poi la libertà sarà conquistata!

Towanda: donna, vita, libertà.