di Stefano Torossi
Sembra impossibile: fino a duecento anni fa un musicista, per quanto famoso, era un oggetto (animato, è vero) di proprietà del suo padrone, nobile, ecclesiastico o militare.
Ecco, questa è anche la storia di Johann Joachim Quantz, il quale però fu così bravo, e fortunato, da essere sì, il bambolotto di un re, ma anche il suo compagno di giochi, anzi addirittura l’unico a cui era permesso fargli una critica.
Ma iniziamo da dove si dovrebbe, dall’inizio.
Papà è fabbro e vorrebbe tanto che Johann Joachim proseguisse la sua professione. Per fortuna nostra (e sua) muore presto e il ragazzo passa nelle mani dello zio che invece è musicista e lo avvia all’arte. Impara subito a suonare il violino, la tromba e l’oboe.
A Dresda entra in contatto con i grandi della musica. Il Maestro di Cappella Schmidt lo ascolta alla tromba e gli offre un bel contratto ma lui preferisce il posto di oboista nella Cappella Reale Polacca, e così finisce fra le sgrinfie del suo primo padrone, l’Elettore di Sassonia e Re di Polonia Augusto II.
Del re è soddisfatto, ma non lo è dell’oboe. Deluso dalla propria incapacità di impadronirsene, lo abbandona e finalmente approda al primo incontro fondamentale della sua vita: il flauto.
Come riferimento per la sonorità del suo strumento sceglie voci umane, quelle dei castrati e delle grandi cantanti che affollano Dresda e Praga all’epoca: il Senesino, Berselli, Margherita Durastanti. L’effetto è magico e presto diventa il primo flautista d’Europa.
Con il permesso di Re Augusto parte per l’Italia: Roma e Napoli, dove incontra Scarlatti, che, pur detestando gli strumenti a fiato (e ha ragione perché all’epoca sono sguaiati e stonati) dichiara di non aver mai sentito suoni tanto belli come quelli del flauto di Quantz.
Il quale, finito nei pasticci per una storia di gonnelle, è costretto a scappare a gambe levate dalla città; risale lo Stivale, passa le Alpi e finisce a Parigi, dove fa i primi esperimenti nella fabbricazione dei flauti con il suo nuovo sistema che ne perfeziona l’intonazione e migliora il suono.
Poi fa un salto a Londra, dove Haendel trionfa organizzando spettacoli e mettendo insieme orchestre. Offerte molto vantaggiose gli vengono fatte, ma lui ha un padrone che lo reclama, così riparte e dopo otto mesi è finalmente a casa a Dresda. Il suo talento è ormai talmente maturato che il re gli raddoppia lo stipendio.
Poco dopo, sempre con Sua Maestà, parte per un viaggio ufficiale a Berlino, dove la Regina di Prussia, incantata dalla sua musica gli offre 800 scudi per rimanere a Corte. Il suo padrone non ci sta: lo vuole a Dresda, dove Quantz ha aperto una manifattura di flauti che funziona a tutto vapore e gli rende parecchio, quindi ritornarci gli conviene pure.
L’unico permesso che gli accorda è di fare due viaggi all’anno a Berlino per dare lezioni al figlio della Regina, il Principe Federico.
Ecco, lui, Federico è il secondo incontro determinante per Quantz. I due si intendono a meraviglia e quando il Principe diventa Re Federico II, nasce un’amicizia più equilibrata di quanto si potrebbe immaginare: da una parte il potere assoluto del re (che nel frattempo è diventato un ottimo flautista), ma dall’altra il talento altrettanto assoluto dell’artista. Il primo è il padrone, d’accordo, ma il secondo è il maestro (che, come abbiamo detto, ha anche il permesso di criticarlo).
L’offerta di Federico per stabilirsi a Berlino, 2.000 talleri l’anno più il pagamento in contanti di ogni nuova composizione e il suo favore incondizionato, convincono Quantz ad abbandonare ogni altro legame e a scegliere come casa la Corte di Prussia, dove abiterà per i suoi ultimi trentadue anni.
La sua giornata a Corte: tutte le mattine raggiunge il re nei suoi appartamenti per suonare insieme i duetti che lui, o lo stesso re hanno composto, e per la lezione; poi si ritira alla tastiera a scrivere, o in sala a provare la musica per tutti gli eventi ufficiali e i concerti che dirige a palazzo.
Non sta mai con le mani in mano: continua a fabbricare flauti (il re ne ha undici di sua fattura), scrive un metodo, ancora attualissimo per il suo strumento; compone trecento concerti per flauto e orchestra, duecento brani per flauto solo, più duetti, trii e quartetti.
Chi è il secondo protagonista della nostra storia?
È il principe Federico, ragazzo dall’animo sensibile, amante della musica e del pensiero, che si trova afflitto da un padre rozzo, manesco e ubriacone: Sua Maestà Federico Guglielmo I, Re di Prussia, il quale non perde occasione di umiliarlo davanti alla Corte, di schiaffeggiarlo in pubblico e di contestare il suo abbigliamento ricercato, le parrucche che porta, la lingua francese che il ragazzo preferisce al tedesco.
Lo stesso Quantz ricorda di aver dovuto nascondersi in un armadio per sfuggire a una sfuriata del re sulla musica e sulla passione del principe per l’amato flauto.
A diciott’anni il giovane infelice decide di scappare di casa aiutato da un amico. La congiura è scoperta; il re condanna a morte l’amico complice e costringe il principe ad assistere all’esecuzione, si può immaginare con quali conseguenze sulla psiche del poveretto.
Il quale, in castigo a castello, si mette a studiare la gestione della politica e della guerra.
Diventerà, forse suo malgrado, un ottimo amministratore dello Stato e un efficiente organizzatore dell’esercito. È lui che farà grande la Prussia.
Formatosi soldato e amministratore da una parte, dall’altra rimane musicista e filosofo e come tale intreccia una corrispondenza con Voltaire a cui manda i suoi scritti filosofici (in francese, naturalmente) da correggere e commentare, e va avanti a studiare il flauto con Quantz, maestro e amico.
Da vecchio finirà solo (non ha avuto figli e non vuole fra i piedi l’odiata moglie Cristina di Brunswick, sposata per obbligo) con i suoi cari levrieri, con sempre addosso una vecchia casacca sdrucita e macchiata, suonando tutti i giorni il suo adorato strumento.
Poco prima di morire chiederà di essere seppellito nel giardino del palazzo accanto al suo cavallo e ai cani.
Ha vissuto e vuole morire da soldato e filosofo.












