di Stefano Torossi
Nessuno dei tre era musicista, ma se non ci fossero stati loro la musica avrebbe fatto più fatica a esistere.
DOMENICO BARBAJA, Impresario 1778 – 1841
Tutto comincia con una specie di cappuccino shakerato con l’aggiunta di cioccolata, che Barbaja si inventa mentre fa il cameriere al Caffè dei Virtuosi di Milano, proprio accanto al Teatro alla Scala, inaugurato da pochi anni, che ancora si chiama Nuovo Regio Ducale Teatro.
È la “Barbajata”. Calda o fredda secondo la stagione. Successo travolgente, soldi a palate. La clientela? Orchestrali, cantanti e frequentatori dell’Opera.
All’epoca nei teatri, oltre ad ascoltare la musica, nel foyer si giocava d’azzardo. A Milano, per legge, La Scala è il solo luogo dove nei giorni di spettacolo il gioco, proibito in città, sia legale.
Domenico quando è libero dal servizio corre a scommettere ed è così fortunato da accumulare in breve un bel gruzzolo che, accoppiato ai guadagni del suo cappuccino speciale, gli permette di comprarsi il locale dove ha debuttato come cameriere.
Da quel furbacchione che è, quando non c’è spettacolo a teatro, apre le sue salette riservate dove i clienti, oltre alla barbajata, possono gustare un giro di carte o di dadi. Al sicuro dalle ronde della polizia, chissà grazie a quali regali a questo o quel commissario.
Ma non gli basta. Nel 1804 ottiene l’esclusiva del gioco d’azzardo proprio alla Scala. Una miniera d’oro, anche perché nei giorni di apertura si fanno due spettacoli, pomeriggio e sera, e nell’intervallo gli spettatori affollano il ridotto, dove Barbaja ha anche introdotto una novità: la roulette.
Timida a Milano, poi sfacciata dopo il suo trasferimento al Teatro San Carlo di Napoli, parte la clamorosa carriera di Domenico Barbaja impresario, il più grande di tutti i tempi, che diventa presto ancora più ricco che all’epoca della barbajata e apre succursali e agenzie in tutta Europa.
Grazie all’istinto infallibile scopre talenti, fra cui quello di Rossini a cui affida la direzione artistica del San Carlo, con l’obbligo di fornirgli due opere nuove all’anno in cambio di uno stipendio striminzito e una piccola percentuale sugli incassi del gioco d’azzardo, di cui è riuscito ad avere la concessione anche a Napoli. In compenso gli offre l’alloggio a casa propria.
Rossini ci sta ma medita la vendetta. Che arriva nel ’22 quando riesce a sedurre e a portar via la convivente di Barbaja, la bella cantante Isabella Colbran, che poi sposerà. Barbaja si consola subito con una collega a scelta fra le tante con cui si mormora abbia avuto intimità: la Malibran, la Pasta, la Boccabadati, la Cecconi. E poco dopo farà la pace anche con Rossini: gli affari sono affari.
Altri due grandi nomi da aggiungere alle sue scoperte: Bellini e Donizetti. Altri teatri che dirige dopo Napoli: la Scala e la Cannobbiana a Milano, il Theater an der Wien e il Karntnertor a Vienna.
Fra le sue megalomani ma benefiche iniziative c’è anche la ricostruzione del San Carlo distrutto da un incendio, che lui porta a termine interamente a sue spese in nove mesi.
Alla fine di una carriera trionfale si costruisce una bella casa a Ischia (Palazzo Barbaja) dove si ritira in mezzo alle opere d’arte che ha collezionato, e muore nel ‘41.
Una pagellina del personaggio.
Partì semianalfabeta e lo rimase, ma sapeva fare bene i propri conti senza dimenticare una virgola; soprattutto non sbagliava mai il giudizio su un artista o su un’opera. Di musica non conosceva una nota, ma conosceva il pubblico. Non risparmiava quando si trattava di mettere in scena qualcosa in cui credeva. Insomma, fu per più di quarant’anni il “Principe degli Impresari”.
ANTONIO STRADIVARI, Liutaio 1643 – 1737
Legni selezionati, olii segreti, vernici magiche e altre diavolerie; a fine ‘600 a Cremona c’era un intero quartiere di liutai, laboratori e botteghe gomito a gomito: Amati, Guarnieri, Bergonzi, Stradivari.
All’inizio alcuni erano solo intagliatori di angeli e santi, il legno era protagonista. Altri invece facevano già strumenti per committenti che erano amatori privati, ma anche musicisti di fiducia di Re o Principi della Chiesa che talvolta compravano intere orchestre: Cristina di Svezia, il Cardinale Ottoboni, Cosimo Granduca di Toscana.
Le misure non erano ancora fisse; succedeva perfino che una viola da gamba diventasse un violoncello. Anche l’astuccio degli strumenti, la “cassetta di conserva” era un lavoro di fino. Doveva essere perfetto e proteggere lo strumento nei viaggi sulle pessime strade di allora, dentro sgangherate carrozze, spesso alla pioggia. Importante quasi quanto lo strumento che conteneva, era foderato di stoffe preziose e ricoperto di pelle.
All’inizio della carriera Stradivari è cauto; non vuole fare ombra ai suoi due grandi maestri: Nicolò Amati e Andrea Guarnieri.
Finalmente, nei primi anni del ‘700, il periodo d’oro, i sui strumenti raggiungono la perfezione, anche in confronto agli altri dell’orchestra: legni e ottoni, ancora molto imperfetti come meccanica e intonazione. Con lui passa di moda lo strumento intarsiato, semplice oggetto di collezione e trionfa la ricerca sonora e non solo estetica.
Particolarmente oculato nella gestione del denaro (secondo alcuni decisamente tirchio) Stradivari lavora fino all’ultimo giorno della sua vita: novantatré anni! Per l’epoca un’età favolosa. Si calcola che abbia costruito più o meno milleduecento strumenti, quasi tutti violini; per il resto arpe (solo una sopravvissuta), chitarre, viole, violoncelli, liuti, tiorbe, viole da gamba, mandolini. Circa la metà sono ancora in giro a produrre suoni perfetti e scatenare emozioni travolgenti.
Infiniti i miti che accompagnano il suo nome: dalla formula segreta delle vernici alle soluzioni con cui trattava il legno, alla cura con cui sceglieva i tronchi di abeti rossi della Val di Fiemme. Raccontano che addirittura chiedesse ai tagliaboschi di far rotolare sulle rocce gli alberi abbattuti per identificarne la sonorità. Fantasie, ma certo la sua scelta dei materiali doveva essere meticolosa, all’altezza delle sue soluzioni tecniche. Basta guardare i risultati.
Perché per fare un mito ci vuole comunque una base di realtà.
BARTOLOMEO CRISTOFORI, Cembalaro 1655 – 1732
Ci stavano provando in parecchi ma lui ci arriva per primo. Si tratta di inventare uno strumento a tastiera che riesca ad aiutare i musicisti a esprimere le loro emozioni un po’ meglio di quel monotono, talvolta fastidioso zanzarone del clavicembalo.
Si chiamerà prima “Arpicimbalo che fa il piano e il forte”, poi “Gravicembalo col piano e forte”, poi ancora “Fortepiano” e finalmente, ma parecchio più tardi, “Pianoforte”.
Bartolomeo comincia presto, a Padova, come garzone nella bottega di un cembalaro. Il lavoro gli piace e riesce bene, ma il colpo di fortuna gli capita col passaggio dalle sue parti del Principe Ferdinando de’ Medici, figlio del Granduca, appassionato di musica e squisito clavicembalista.
Gli offre un posto a corte a Firenze, lui accetta e rimarrà al servizio dei Medici per tutta la vita. Il suo mecenate lo sostiene in tutti i modi prima come liutaio, poi come cembalaro in carica (c’è traccia di un suo strumento in cipresso costato 597 lire nel 1692).
A questo punto, provando e riprovando, comincia a trovare quelle che poi diventeranno le modifiche fondamentali per distinguere il decrepito clavicembalo dal neonato pianoforte, destinato a diventare l’arma finale di Scarlatti prima, poi di Mozart, Haydn, Beethoven e tutti gli altri dopo di loro. E pensare che per almeno una trentina di anni Cristofori e i suoi amici musicisti di Firenze sono ancora convinti che il nuovo strumento non sia quel colpo di genio che è, ma semplicemente un cembalo modificato. Tale la novità che neanche il suo inventore se ne accorge.
Si trattava semplicemente (mica tanto, poi: ci sono voluti anni!) di sostituire la penna che pizzicava le corde del vecchio strumento con il martelletto che batte su quelle del nuovo in modo da “render su gli strumenti il parlar del cuore, ora con delicato tocco d’angelo, ora con violenta irruzione di passioni”.












