La fotografia di Robert Mapplethorpe
di Silvana Palumbieri
C’è un equivoco che spesso offusca la grandezza di Robert Mapplethorpe (1946-1989), ossia l’idea che la sua arte sia stata solo una provocazione figlia della New York underground degli anni ’70 e ’80.
A fare giustizia di questo malinteso ci pensa la mostra “Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza”, ospitata al Museo dell’Ara Pacis dal 29 maggio al 4 ottobre 2026.
L’esposizione romana curata da Denis Curti, che rappresenta l’atto conclusivo di un importante viaggio iniziato a Venezia (Le Stanze della Fotografia) e transitato per Milano (Palazzo Reale), dimostra come dietro ogni scatto del maestro americano non ci fosse il desiderio di scandalizzare, ma una profonda sapienza geometrica tesa alla ricerca della perfezione. Il rigore della forma e la sacralità del corpo Mapplethorpe non si limitava a fotografare i suoi soggetti li scolpiva nello spazio attraverso l’obiettivo della sua Hasselblad.
Il percorso espositivo, suddiviso in otto sezioni, mette in luce un’ossessione per l’equilibrio, la simmetria e la luce zenitale che affonda le radici nel Rinascimento.
Nelle oltre 200 opere esposte, la forma pura diventa il filo conduttore che unisce mondi apparentemente distanti: I Fiori e le Nature Morte elementi naturali isolati e indagati fino a essere trasformati in dettagli di assoluta classicità. I Corpi scatti sensuali maschili e femminili dove la carne viene immortalata con la solennità del marmo. I Ritratti e le Muse volti celebri della cultura internazionale (da Yoko Ono a Richard Gere) e l’omaggio a figure simbiotiche come la poetessa Patti Smith e la culturista Lisa Lyon. Gli Esordi una selezione di collage tridimensionali e opere giovanili che svelano le prime sperimentazioni dell’artista.
Se spogliamo le sue immagini dal loro contenuto più esplicito, ciò che resta è puro classicismo. Mapplethorpe ha voluto elevare il corpo umano a una dimensione sacra e monumentale.
Il dialogo con l’antico e l’inedito legame con l’Italia, la tappa romana si arricchisce di un nucleo di opere del tutto inedito che indaga il profondo rapporto tra il fotografo e il nostro Paese. Su invito del gallerista Lucio Amelio, Mapplethorpe visitò Napoli e Capri all’inizio degli anni ’80, partecipando alla genesi della celebre collezione Terrae Motus nata per trasformare le macerie del sisma del 1980 in energia creativa. Questo legame intimo trova la sua ideale collocazione all’Ara Pacis, dove la fotografia contemporanea attiva un suggestivo cortocircuito visivo con l’archeologia.
In mostra, la fotografia di Mapplethorpe dialoga direttamente con la statuaria classica attraverso due capolavori prestati dai Musei Capitolini la Statua di Afrodite e la Statua di Atleta. Qui la sapienza degli antichi maestri greci e romani incontra quella dell’obiettivo novecentesco, dimostrando come la vera bellezza sia senza tempo.Il corpo come marmo, l’obiettivo come scalpello. Il dialogo ravvicinato tra le opere di Mapplethorpe e le sculture dei Musei Capitolini – la Statua di Afrodite e la Statua di Atleta – non è un semplice accostamento scenografico, ma la rivelazione di una stessa identità estetica. Esiste un filo rosso, teso attraverso i secoli, che collega la sapienza degli scultori dell’antichità al rigore geometrico del fotografo americano: entrambi condividono la necessità di isolare il corpo umano dal flusso caotico della vita quotidiana per elevarlo a una dimensione monumentale.
Nelle sale dell’Ara Pacis, questo cortocircuito visivo si fa carne e pietra. Mapplethorpe non si limita a ritrarre la pelle, i muscoli o le curve; egli applica alla vulnerabilità del corpo umano le stesse identiche regole di simmetria, proporzione e gestione della luce zenitale che i maestri greci e romani utilizzavano per scolpire le divinità e gli eroi.
L’espressività della posa come nell’atleta dei Musei Capitolini la tensione muscolare è bloccata in un equilibrio perfetto che esprime forza e controllo, così nei nudi di Mapplethorpe l’anatomia maschile e femminile perde ogni volgarità per diventare pura architettura. I corpi si flettono, si tendono o si abbandonano seguendo geometrie precise, dove ogni linea è calibrata al millimetro.
La luce che crea la materia: La vera magia risiede nell’uso del bianco e nero e nel contrasto luminoso. La luce della sua Hasselblad accarezza la pelle scura o chiara dei modelli trasformandola visivamente in una superficie minerale: la carne sembra farsi marmo, bronzo, ossidiana. La morbidezza dei tessuti biologici acquisisce la durezza e la sacralità della pietra lavorata.
In questo incontro, la bellezza smette di essere un concetto legato alla moda o all’epoca storica. L’espressività fiera, immobile e talvolta distaccata dei soggetti di Mapplethorpe specchia la stessa solenne imperturbabilità (la classica apollinea compostezza) delle statue antiche. Che si tratti del corpo scultoreo di Lisa Lyon o del profilo di un modello d’accademia, lo sguardo dell’artista dimostra che la forma umana, quando indagata con assoluta sapienza tecnica, diventa un reperto archeologico del presente eterno, sacro e intramontabile.
Promossa da Roma Capitale e prodotta in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York e Marsilio Arte (il cui AD Luca De Michelis sottolinea la volontà di offrire percorsi curatoriali originali e integrati con la città), la mostra è stata progettata con una forte attenzione all’inclusività. Per garantire la massima accessibilità, l’esposizione offre Contenuti Audio un’audioguida a cura del curatore e il podcast Mapplethorpe Unframed condotto da Nicolas Ballario.
In un’epoca di linguaggi complessi e spesso polarizzati, la retrospettiva di Mapplethorpe all’Ara Pacis non offre solo un’esperienza estetica straordinaria, ma invita il visitatore a esercitare il pensiero critico attraverso la forza immortale della libertà d’espressione.
Mostra “Robert Mapplethorpe – Le forme della bellezza”
Roma Museo dell’Ara Pacis dal 29 maggio al 4 ottobre 2026
A cura Denis Curti
Catalogo: Un volume edito da Marsilio Arte che raccoglie e approfondisce l’evoluzione del linguaggio dell’artista attraverso 257 opere.












