E la Riscoperta dell’Antiretorica Italiana
di Silvana Palumbieri
Il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo Roma inaugura un progetto di portata monumentale che ambisce a riscrivere la geografia del sentire artistico nazionale dal secondo dopoguerra a oggi. “Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi“, curata da Andrea Bellini e Francesco Stocchi, non è soltanto una rassegna espositiva, ma un tentativo di mappare quella definizione di “caparbia intenzione anti-tragica” che il filosofo Giorgio Agamben ha individuato come il vero fil rouge della cultura italiana.
Il Fondamento Filosofico: da Dante ad Agamben
L’assunto di partenza è audace l’identità artistica italiana non risiede nella solennità della tragedia classica, bensì in quella “Commedia” dantesca che per prima ebbe il coraggio di affrontare i temi massimi — il divino, il peccato, l’eternità — attraverso un registro quotidiano, intrecciando l’aulico con il popolare. In questa prospettiva, il “tragicomico” non è un semplice genere, ma una sensibilità nazionale, una lente attraverso cui l’artista negozia il dolore del mondo tramite l’ironia, il paradosso e la deviazione ambivalente.
L’opera manifesto della mostra, che ne suggella l’intento dissacrante, è una carta intelata di Lucio Fontana del 1958. Se sul fronte l’artista scrive “Io sono un santo”, sul retro la confessione si ribalta in un brutale “Io sono una carogna”. In questo gesto si compie la missione della mostra: sradicare l’immagine dell’artista come figura eroica e sacerdotale, restituendone la dimensione umana, fallibile e profondamente ironica.
Un Dialogo tra Visioni: Il Rigore e l’Apertura
La forza (e la criticità) di “Tragicomica” risiede nel confronto tra le due anime curatoriali. Da un lato, Andrea Bellini (Direttore del Centre d’Art Contemporain di Ginevra) propone una lettura rigorosa, focalizzata su quegli artisti che hanno posto il binomio riso-pianto al centro della propria ontologia. Dall’altro, Francesco Stocchi (Direttore artistico del MAXXI) suggerisce una “antistoria” dell’arte italiana, un montaggio di risonanze e incongruenze che amplia il canone fino a includere l’antieroico e il frammentario. Il Conflitto Curatoriale come Motore Creativoun aspetto affascinante e critico della mostra è lo scarto tra le visioni dei due curatori. Andrea Bellini persegue un rigore ontologico: il tragicomico come stato d’animo fondante. Francesco Stocchi adotta invece una “visione strabica”, un montaggio quasi cinematografico che preferisce la risonanza visiva alla coerenza filologica.
Questa dialettica genera una mostra ipertrofica e stratificata, dove oltre 300 opere di 130 artisti saturano gli spazi di Zaha Hadid. Se da una parte questo “strabismo” curatoriale rischia di confondere i confini tematici, dall’altra permette di riscoprire figure ingiustamente dimenticate o rimaste ai margini del sistema, come Nori de Nobili, Guglielmo Achille Cavellini e Clemen Parrocchetti, che qui dialogano alla pari con i giganti del Novecento.
Il Percorso Espositivo tra Icone e Riscoperte
La mostra rifugge la cronologia didascalica per favorire un confronto visivo e concettuale. Grandi maestri dell’Arte Povera e della Transavanguardia si mescolano alle generazioni più recenti:Maurizio Cattelan domina con la sua cifra inconfondibile, dalla celebre banana di Comedian alla spettacolare installazione de La Nona Ora, qui riproposta in una collocazione suggestiva su una terrazza protetta. Piero Manzoni e la sua Merda d’artista rappresentano il punto di non ritorno della provocazione ironica. L’impegno politico si veste di sarcasmo in Italia all’asta di Luciano Fabro, dove il profilo dello Stivale appare letteralmente “infilzato”. La ricerca contemporanea emerge con vigore attraverso i lavori di Elena Bellantoni, che mette in scena un esercito di donne ribelli, e le installazioni luminose di Monica Bonvicini (Built for Crime), la cui intensità stroboscopica avverte il pubblico sul confine sottile tra seduzione estetica e disagio fisico.
Uno degli elementi più preziosi di “Tragicomica” è la potente presenza di una linea ironica femminile artiste come Tomaso Binga, Mirella Bentivoglio, Chiara Fumai e Silvia Giambrone non usano l’ironia solo come filtro estetico, ma come strumento di lotta politica e sociale. Attraverso il gioco linguistico e la parodia, queste autrici scardinano il patriarcato e le convenzioni accademiche, l’ironia diventa qui una “lama gentile” che seziona i rapporti di potere, dimostrando che il tragicomico è anche, e soprattutto, una questione di genere e di identità.In questo “caotico strabismo” — sebbene possa disorientare il visitatore meno esperto — ha il pregio di generare cortocircuiti inediti. Vedere i coriandoli di Tano Festa dialogare con le stufe parlanti di Jacopo Belloni (Confabula) significa accettare che l’arte italiana non è un monolite, ma un arcipelago di voci dissonanti che trovano unità solo nel rifiuto della retorica.
L’allestimento sfida l’architettura di Zaha Hadid laddove le linee del museo suggeriscono fluidità e proiezione verso il futuro, “Tragicomica” risponde con una densità che richiama i Salons dell’Ottocento. Questa scelta espositiva, definita da alcuni “ipertrofica”, costringe lo spettatore a un corpo a corpo con l’opera. Non c’è spazio per la contemplazione distaccata; si è immersi in un “mare magnum” dove oggetti quotidiani — stufe, piume, scritte al neon, immagini sacre colpite da meteoriti — reclamano attenzione simultanea. “Tragicomica” non si esaurisce nelle pareti delle gallerie, approfondisce questi temi all’interno della produzione culturale in senso ampio, coinvolgendo anche il cinema, il teatro, l’architettura, la letteratura e la filosofia in un ricco public program un racconto alternativo dell’arte italiana, che scompiglia il canone.
In definitiva, “Tragicomica” è un’operazione coraggiosa che restituisce dignità a un tratto somatizzato della cultura italiana: la capacità di guardare alla tragedia con distacco, citando il Charlie Chaplin secondo cui “la vita è una tragedia se vista da vicino, ma una commedia se vista da lontano”.
Pur tra le sue contraddizioni e una densità che talvolta soffoca il singolo lavoro, la mostra riesce nel suo intento principale: dimostrare che l’arte italiana non è solo fatta di marmi e solennità, ma di una resistenza intellettuale che passa per il sorriso, il paradosso e la demolizione sistematica di ogni retorica. Un appuntamento necessario per chiunque voglia comprendere non solo cosa siamo stati, ma come abbiamo imparato a sopravvivere alla storia attraverso la forza liberatoria dell’ironia.
Mostra MAXXI – 02 Aprile 2026 > 20 Settembre 2026 – ROMA












