Il futuro che potrebbe esserci
Partiamo dalla fine, dal futuro che non c’, quello del post-umano, della singolarità, della fusione tra biologia e silicio. Dalla fantascienza insomma.
Nel 2005 esce un libro di Ray Kurzwei, “La singolarità e vicina”, in cui si prevede che nel volgere di due decenni si sarebbe arrivati all’intelligenza artificiale. Nella sua prima opera “La singolarità è vicina”, Kurzweil teorizza la Legge dei ritorni accelerati, secondo cui il progresso tecnologico non è lineare ma esponenziale, e prevede che la “Singolarità” avverrà intorno al 2045. Con la singolarità l’intelligenza artificiale supererà quella umana e le macchine saranno in grado di migliorarsi autonomamente, portando a una fusione tra biologia e tecnologia. La genetica, la nanotecnologia e la robotica trasformeranno radicalmente la civiltà, permettendo di superare i limiti biologici, inclusa la morte.
Dopo il primo grande successo Kurzweil ritorna sul tema con “La singolarità è più vicina”, un sequel in cui si analizzano i progressi fatti negli ultimi vent’anni, su tutte l’IA generativa , e una nuova profezia: nel 2029 l’IA raggiungerà un’intelligenza di livello umano superando il test di Turing. Ci saranno “Nanobot”, piccoli robot che entreranno nel flusso sanguigno per connettere il nostro cervello direttamente al cloud e curare ogni tipo di malattia e la vita andrà oltre il limite biologico di 120 anni grazie alla medicina rigenerativa.
Ray Kurzweil è una visionario, non ha il dono della preveggenza, ma è uno dei pionieri dell’intelligenza artificiale: è inventore, informatico, saggista e futurologo uno dei pionieri mondiali dell’intelligenza artificiale, insomma ne capisce. Dal 2012 ricopre la carica di Director of Engineering presso Google, dove si occupa di progetti legati all’apprendimento automatico, la machine learning, e all’elaborazione del linguaggio naturale.
Tra i tanti spunti interessanti del suo libro vale qui la pena soffermarsi su quello degli sviluppi della medicina e della bioingegneria. Kurtzweil immagina scenari fantascientifici ma forse visto che ha indovinato già una volta forse vale la pena prendere sul serio la sua previsione. Considerando che il contesto culturale di oggi spinge già in quella direzione.
I “solo Umani” e il software obsoleto
Raymond Kurzweil è convinto che con la singolarità si dovrà smettere di pensare a se stesi come “solo umani”: il corpo solo umano è una sorta di “Software Obsoleto”, perché la nostra biologia sia basa su un codice genetico, il DNA, che si evolve troppo lentamente rispetto alla tecnologia. Con la “singolarità invece sarà possibile una fusione “intima” e simbiotica tra la biologia e il silicio e la malattia sostanzialmente potrà essere sconfitta, nel senso che si potrà curare prima che insorga.
Lo stesso vale per il disturbo psichico, la depressione, i disturbi alimentari sono anch’essi “errori di sistema” dovuti a un hardware, il cervello biologico, che non riesce a processare la complessità del presente. La soluzione per i maghi dell’IA e del digitale sta nell’espansione della neo-corteccia tramite il cloud. Se l’io è stanco, triste, malato depresso, la soluzione non è la terapia, ma l’upgrade. Esattamente come qualunque altro acciacco o malattia, compreso il colesterolo alto.
Tornando alle patologie psichiche, nelle società passate lo stigma era morale o sociale.
Nella società della performance e delle aspettative lo stigma è l’inadeguatezza psichica e il funzionamento sociale inadeguato. Nell’era post umana e della Singolarità di Kurzweil, il biologico, o il “solo” umano, con la sua fame, la sua sete e la sua fragilità, rischia di essere visto come un sistema operativo non più supportato. Il digiuno, in questo senso, non è più una patologia da curare in una clinica, ma un segnale di “arretratezza dell’hardware”.
Kurzweil ipotizza che entro gli anni ’30 del 2000 inizieremo a collegare il nostro cervello direttamente alle macchine. La psicopolitica si sposta su un piano bio-digitale, nel senso che il controllo diventa preventivo: non si cura più il disturbo dopo che emerge, né si previene a livello sociale, ma si “ottimizzano” i neurotrasmettitori in tempo reale. Il dolore, la stanchezza, nel nostro caso l’ansia o il rifiuto del cibo, potrebbero essere “corretti” prima ancora di prendere forma e diventare funzionamenti scorretti, tipici di una ”intelligenza biologica non potenziata”. E in quel caso sentire la fame o la stanchezza diventa un atto volontario. Chiaramente, questo l’autore non lo dice, bisogna capire quanto sono accessibili queste tecnologie e chi se potrebbe giovare…
L’era del Post-Umano non ammette quindi la malattie, la considera un errore. Resta il fatto che non è comunque l’intelligenza super intelligente a decidere che cose è un errore da correggere ma chi la ha inventata. Insomma almeno in linea teorica la macchina è ancora uno strumento, sottolineato “almeno in linea teorica”…
Fantascienza, forse. Fino ad ora Kurzweil ci ha indovinato però…
Del resto la soluzione di un problema che per la sua complessità sembra non averne si trova spesso in un livello superiore,, che potrebbe essere quello indicato da Kurtzweil.
La società senza dolore
Tornando a scenari a noi più familiari, la malattia, la sofferenza, il fallimento, il disagio, la morte, l’idea stessa di dolore sono bandite dal racconto e dall’immaginario collettivo della nostra società.
Una “società senza dolore” come la chiama il filosofo e divulgatore Byung-Chul Han, un autore che ha avuto molto successo qui da noi in Italia. Han è coreano ed insegna in Germania. Ha importanti studi di teologia alle spalle e una straordinaria capacità di affascinare il lettore e di farsi capire.
Tra le tante contraddizioni che sta vivendo l’uomo del XXI secolo c’è quella della rimozione del dolore dall’esperienza umana, uno dei tratti più caratteristici della contemporaneità. La nostra società, secondo Han, non tollera più la sofferenza, sia fisica che psichica, e tenta in ogni modo di eliminarla o nasconderla, anestetizzandola o rendendola invisibile. Il dolore, un esperienza fondamentale dell’esistenza e della vita dell’uomo, diventa un “errore da correggere”, un “disturbo” da silenziare o da “neutralizzare”.
Eliminare il dolore, ciò che rende possibile la profondità dell’esperienza, il legame con i simili e la formazione dell’identità significa eliminare anche la capacità di ascolto, di empatia e di trasformazione. La società senza dolore prevede invece un’esistenza sterilizzata basata sulla prestazione e dominata dalla ricerca compulsiva di benessere e di successo. A tutti i costi e con ogni mezzo possibile.
Particolarmente interessante è il legame che Han stabilisce tra la rimozione del dolore e la digitalizzazione dell’esperienza. Nella società dei social media, il dolore non è condivisibile se non in forma spettacolarizzata o rapidamente consumabile. Senza partecipazione reale e affidato a meccanismi di comunicazione che rimuovono sofferenza ed empatia tra le persone. Il dolore, un sentimento che richiede tempo e silenzio per essere condiviso, è incompatibile con la velocità e la superficialità del mondo digitale, che consuma tutto in tempi rapidissimi.
Ci sono altri spunti estremamente attuali nel lavoro di Han, ad esempio la medicalizzazione eccessiva delle emozioni, l’ossessione per il benessere psicologico inteso come assenza di disagio, la difficoltà crescente di elaborare il lutto o la frustrazione nell’accettare le sconfitte. Nel suo pessimismo lucido Han sostiene che si debba recuperare una relazione con il dolore che dia “senso” alla libertà e alla relazione tra le persone, superando o almeno mettendo in discussione l’ideologia della “felicità obbligatoria”.
Dal divieto alle aspettative
La rimozione del dolore è quindi una perdita di senso: non un segno di progresso, ma uno degli effetti collaterali della società della prestazione e della positività forzata.
Le persone oggi non sono più oppresse da norme e divieti “esterni”, ma da una serie imperativi “interni” e interiorizzati: si deve avere successo, essere felici, efficienti e performanti. Il dolore è incompatibile con questo modello: chi soffre è “improduttivo”, “difettoso”, comunque “colpevole” della propria condizione. Ne derivano forme di sofferenza come depressione, burnout e ansia cronica, che per Han sono quasi sempre silenziose perché non trovano uno spazio simbolico per essere espresse o un modo di comunicarsi. Una conclusione questa opposta a quella cui giungono altri pensatori, come Alain Ehrenberg.
La sofferenza è un linguaggio con cui nella nostra società si esprime il disagio
MODENA, settembre 2024 Festival della Filosofia. Il sociologo francese Alain Ehrenberg è una delle figure più importanti nella sociologia contemporanea della salute mentale.
Classe 1950, Ehrenberg è il direttore di studi all’EHESS l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. I suoi lavori si concentrano sul rapporto tra individuo, norme sociali e patologie psichiche. È noto per essere stato il primo ad aver analizzato la trasformazione storica della depressione, non solo come malattia clinica, ma come fenomeno sociale e culturale. (Tesi sviluppata in La fatica di essere se stessi, La società del malessere, L’individuo incerto, tre volumi di grande importanza)
Rispetto al coreano Han, Ehrenberg è coinvinto che la sofferenza si “comunichi” eccome nella nostra società, anzi sia un linguaggio con cui si esprime il disagio nelle sue diverse forme di intensità .
La sua tesi fondamentale è che le patologie psichiatriche riflettono il tipo di società in cui viviamo: ogni epoca “produce” le proprie forme dominanti di sofferenza mentale, in base ai valori, alle norme e alle aspettative sociali condivise.
Quella che era la vecchia società, fondata sul divieto e sulla disciplina, oggi è stata superata da una nuova società, fondata sull’autonomia e sulla responsabilità individuale.
Questo cambiamento determinato dal passaggio dalla norma e dal divieto alla responsabilità ha trasformato radicalmente il disagio psichiatrico e il modo di “ammalarsi”.
Se nelle società “tradizionali” o “autoritarie” la patologia centrale era la nevrosi, legata al senso di colpa o alla trasgressione delle regole, la società di oggi non si regge più sull’autorità ma sulla libertà, sulla aspettativa e sulla prestazione. Una sorta di “puoi essere tutto, dipende da te…” e se non riesci vuol dire che non sei Inn grado di cogliere le opportunità e le possibilità, o all’altezza delle aspettative, e che in buona sostanza è “colpa” tua. Il problema non è più disobbedire, ma non essere all’altezza.
La depressione secondo il sociologo francese è la malattia dell’autonomia: non è solo tristezza o dolore, ma vera e propria fatica di esistere di fronte al carico di aspettative. La depressione deriva dalla interiorizzazione dell’obbligo di essere una persona autonoma, performante e realizzata, ma di non riuscire a sostenere questo peso. Il soggetto depresso non si sente “colpevole”, ma, molto peggio, incapace ed inefficace, un perdente senza appello e senza “senso”, svuotato di ogni capacità di funzionamento ed energia.
Nella narrazione ormai di massa che nella società contemporanea si fa dell’individuo ogni persona è vista come “imprenditore” di se stesso, chiamato a migliorarsi sempre. E l’unico e solo responsabile del proprio successo o del proprio fallimento. Una libertà straordinaria, spesso solo apparente, che diventa pressione permanente, e che può generare le nevrosi che oggi sono sempre più diffuse; ansia, burnout e depressione, disturbi dell’alimentazione, autolesionismo, ritiro sociale.
L’aumento delle patologie psichiatriche in questa ottica non sono una “epidemia biologica” ma derivano da un cambiamento profondo del contesto sociale e della cultura dominante.
Alla crescita costante e continua delle aspettative individuali, si affianca poi un indebolimento progressivo delle strutture collettive, della famiglia, della comunità, delle ideologie e delle grandi narrazioni del secolo scorso che tenevano “assieme” le persone. L’interiorizzazione del fallimento dunque è sempre più una colpa esclusivamente personale. Il famoso “sei povero è colpa tua” di papa Francesco resta la più efficace critica alla meritocrazia distorta tipica di un certo pensiero neoliberale degli ultimi 30 anni che genera un contesto spesso tossico in cui si soffre perché viene richiesto di essere sempre adeguati e all’altezza.
JUST DO IT
Bill Bowerman è il geniale inventore delle prime scarpe Nike prima ancora delle altre calzature leggendarie e ancora oggi campioni di incassi su tutti i mercati del mondo, le AIR Jordan. Si racconta che Bowerman scopri per caso come fare la sua Nike da corsa osservando la grata sul quale la moglie metteva a scalfare il ferro da stiro. Osservando bene la forma della grata immaginò di colarci della gomma liquida per ottenere una suola leggera e capace di fare una presa ottimale sulla pista. Pare che l’avventura della Nike, iniziata negli USA nel 1964 sia davvero andata così, poi certo il successo di Nike deriva dal fatto che l’azienda statunitense non vende scarpe o magliette ma identità e botte di fiducia nelle proprie possibilità. Senza limiti al “FAI QUELLO CHE TI PIACE, perché SE VUOI ALLORA PUOI, e quindi cosa aspetti? FALLO E BASTA! ADESSO!
Un claim che è anche un manifesto della società degli anni 80 e sue versioni successive, in cui quello che conta davvero è l’individuo, nel suo universo di possibilità e di libertà. Nike non anticipa le tendenze ma è sempre sul pezzo. A cavallo tra l’avanguardia ed il mainstream. Conformista e anticonvenzionale allo stesso tempo, senza target e senza età. Nike innova senza essere innovativa. Pop e classico, destra e sinistra, maranza e redical chic, vintage e avveniristico assieme. Per semiologi e esperti di trend della moda un vero caso da studiare ormai da anni.
Just do IT un inno alla libertà, ma è anche uno degli strumenti più potenti che tengono assieme questa società dell’aspettativa e della performanza. Nike non è un nome a caso, in Greco Nike, NIKE vuole dire trionfo e successo, o vittoria, e lo “swoosh” del logo raffigura una delle ali della dea simbolo del movimento e della velocità, la mitica figlia di Stige e di Pallante spesso raffigurata con Atena e intenta a celebrare con palese e corone di loro i vincitori un guerra o nello sport.
Entranbi, Ehrenberg e Byung-Chul Han, descrivono una società che non opprime più dall’esterno, ma logora dall’interno e che trasforma la libertà in obbligo e la realizzazione personale in fonte di sofferenza.
Per Ehremberg però la malattia psichiatrica non è più quella associata allo stigma della pericolosità ma a quello del funzionamento, ed è essenzialmente una forma di comunicazione del disagio nel contesto sociale contemporaneo.
Così come la rimozione del dolore per Han nella società contemporanea, Ehrenberg pensa che proprio la malattia mentale sia una delle manifestazioni più emblematiche della contraddizione della società basata sull’aspettativa e sulla possibilità. Torneremo in seguito su questo argomento.
Il tema delle divergenze e dell’aumento delle malattie neuro psichiatriche e del disfunzionamento diventa una tema culturale e politico, non solo sociale.
Una nuova idea di psicopolitica: il controllo senza divieti e il consenso.
La stessa psicopolitica prevede un approccio teorico che legge le forme di potere contemporanee non più come imposizione esterna o repressione, ma come governo delle menti, dei desideri e delle emozioni. Il concetto ripreso dal coreano Han, affonda le sue radici in una storia più ampia del pensiero politico e sociale.
Il concetto di psicopolitica deriva da quello della biopolitica elaborato da Michel Foucault negli anni 70. Foucault mostrava come il potere moderno non si limitasse a comandare o punire, ma “amministrasse” la vita biologica delle persone, i corpi, la salute, la sessualità, la natalità, la mortalità. Con il passaggio alle società neoliberali e digitali, il controllo si sposta dall’esterno all’interno, e il principale campo di intervento del potere non è più il corpo, il bio, ma la mente e il comportamneto, la psiche.
Il controllo viene interiorizzato e il potere smette di presentarsi come coercizione, per assumere la forma della libertà. L’individuo viene spinto a essere autonomo, creativo, motivato, in una logica psicopolitica per cui il soggetto si “auto-sorveglia”, si “auto-valuta” e si “auto-sfrutta”, credendo di agire liberamente e in realtà dandosi norme ancora più stringenti e punizioni ancora più dure.
Byung-Chul Han in ”Psicopolitica”, (2014), definisce la psicopolitica come il governo che agisce non attraverso divieti ma attraverso la seduzione, la motivazione e la positività. Le tecnologie digitali e i social media diventano gli strumenti centrali: raccolgono dati, modellano i comportamenti, orientano le scelte e producono consenso senza bisogno di repressione visibile. Il potere non dice più “devi” o “non devi”, ma “puoi”, quindi “devi fare” e “devi essere all’altezza”.
Ne deriva è una spinta fortissima alla prestazione, in cui il valore dell’individuo è misurato in termini di efficienza, visibilità e successo, e le patologie sono i sintomi di un conflitto interiore anziché di un nemico esterno.
La libertà come strumento di governo è una delle chiavi di lettura più frequenti nella letteratura scientifica che si occupa dei meccanismi del consenso e di esercizio del potere nelle società digitali, dove il controllo è tanto più efficace quanto meno è percepito come tale. Nella società della prestazione il valore dell’individuo non esiste se non nella misura ius cui può essere misurato in base a ciò che produce, o raccontato in base a quello che mostra o dice di sé.
Il digitale gioca in questo senso un ruolo essenziale











