LA RIVOLUZIONE DEL “MASSIMO DELLE EMOZIONI”

di Giancarlo Governi

“La vita è l’arte dell’incontro”, è il titolo di un disco dove si realizzò la magia dell’incontro fra un grande poeta tradizionale, Giuseppe Ungaretti, e due poeti moderni, quelli che si esprimono con la musica, i due cantautori Vinicius De Moraes e Sergio Endrigo.

Ognuno nella vita ha avuto incontri eccezionali che gli hanno cambiato l’esistenza. A parte gli incontri privati, anche io ho avuto i miei incontri eccezionali, quello con Guido De Maria e Franco Bonvicini, detto Bonvi, quello con Alberto Sordi e quello con Massimo Fichera, che è stato in un certo senso l’occasione e il motore degli altri due incontri.

Questa riconoscenza nei confronti di Massimo mi è capitata di esprimerla pubblicamente più di una volta, tanto che alcuni anni fa ebbi il piacere di ricevere una sua telefonata in cui mi ringraziava commosso. “Non sapevo di aver lasciato una traccia così profonda” mi disse.

Massimo fece una vera e propria rivoluzione e come tutti i rivoluzionari è stato amato, osteggiato e anche tradito.

Fu un rivoluzionario perché a noi suoi collaboratori più stretti raccomandò subito di portare la televisione nella società italiana e di portare la società italiana nella televisione. E se ci si riflette serenamente a distanza di oltre trenta anni possiamo dire che la sua Seconda Rete si è basata e si è imposta su questo ambizioso programma.

Prima dell’incontro professionale, conoscevo Massimo come un fine intellettuale che si era occupato di mass media e di televisione. L’avevo conosciuto nell’ambito della sezione Cultura del Partito Socialista Italiano nel quale militavamo entrambi, e anche come consigliere di amministrazione della Rai, un ruolo che seppe interpretare – come tutti quelli che ha ricoperto nella sua ricca vita professionale –  in maniera fortemente innovativa, battendosi per la riforma del servizio pubblico e per il rinnovamento della televisione italiana, oramai ingessata nel monopolio democristiano incarnato nella direzione bernabeiana.

Ci eravamo conosciuti prima, ma il nostro incontro si concretizzò e dette frutti importanti quando lui fu chiamato a fondare e dirigere la Seconda Rete, autonoma e indipendente dalla Prima, in una concorrenza simulata che anticipava la concorrenza reale che arriverà di lì a poco dopo la rottura del monopolio.

Gli aggettivi “genio” e “maestro” oggi vengono attribuiti con grande facilità. Ci sono pochissime persone che meritano questi riconoscimenti. Uno di questi è senz’altro Massimo Fichera, l’iniziatore della televisione moderna e strenuo difensore del servizio pubblico. Con lui e con altri dirigenti come Emmanuele Milano nacque, dopo la riforma del 1975 una Rai nuova, più aperta a tutte le componenti della società italiana, politiche sociali e culturali.

Le reti si divisero per la prima volta e si assunsero compiti diversi. La Prima Rete, che poi si chiamerà RaiUno, continuò a rivolgersi a un pubblico vasto e popolare, da vera televisione generalista, mentre la Seconda Rete si rivolse a un pubblico più aperto, più giovane, quello che più rappresentava i fermenti di quegli anni e che si identificava in un’area culturale, la sinistra laica, che fino ad allora aveva avuto scarsissima rappresentanza nel servizio pubblico.

A Massimo Fichera fu affidata la Seconda Rete, affiancato da Andrea Barbato alla direzione del TG2. E da lì iniziò veramente una era nuova. Noi giovani giornalisti, programmisti e anche dirigenti, ci scatenammo, spronati da Massimo, nel tentativo di portare la nostra televisione nella realtà italiana e nel contempo di portare la realtà italiana nella televisione.

Con Fichera ritornò in televisione Dario Fo che era stato allontanato 15 anni prima, e poi tutta la grande realtà dello spettacolo italiano, vecchi e nuovi da Gigi Proietti a Roberto Benigni, da Enzo Tortora (con il suo programma più popolare, Portobello), a Lucio Dalla, da Renzo Arbore ai più grandi cantautori come Venditti,  De Gregori e Paolo Conte. Fichera riuscì a portare in Rai con lo storico Storia di un italiano Alberto Sordi e grandi registi come i Taviani e Francesco Rosi. Aprì persino le porte ai fumetti che entrarono in televisione dalla porta principale con Supergulp!

Mandò in onda inchieste giornalistiche di grande valore, come Nascita di una dittatura e La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Insomma una vera rivoluzione, che durò soltanto cinque anni e che fu interrotta quando in Italia si spensero le grandi spinte innovative e anche la televisione tornò alla normalità. Massimo poi aveva disturbato in qualche maniera il nocchiero del PSI che nel frattempo era diventato Bettino Craxi. Al suo posto, alla fine del 1980, dopo neppure quattro anni nei quali però la Seconda Rete era fortemente cresciuta dal nulla e si era consolidata, arrivò un altro dirigente socialista che garantiva di più la politica craxiana. E fu il ritorno alla normalità, a quella normalità che Fichera aveva scardinato sotto la sua forte e costante spinta innovativa, che ora, dopo la rottura del monopolio e l’affacciarsi sul mercato della televisione commerciale di Silvio Berlusconi, appariva come un forte ostacolo ai disegni politici che si andavano delineando.

Per ricordare quello che ha fatto Massimo alla Seconda Rete, basta ricorrere a tre grandi nomi dello spettacolo italiano: Carmelo Bene, Roberto Benigni, Alberto Sordi.

Carmelo Bene, grande genio emarginato dalla televisione e dalla ufficialità, trovò nella Rete retta da Massimo il palcoscenico che meritava. Alcuni anni dopo l’uscita di Fichera dalla Rete, Carmelo Bene fu protagonista di un avvenimento epocale a Bologna: la recita di Dante dalla Torre degli Asinelli, voluta dal sindaco Zangheri ma osteggiata da alcuni gruppi politici, i quali si appoggiarono ad alcuni consiglieri di amministrazione della Rai  che impedirono alla televisione di riprendere l’avvenimento.

Carmelo Bene commentò così: “tutto questo è stato possibile perché a dirigere la Seconda Rete non c’è più quel grande uomo di Massimo Fichera”.

Roberto Benigni lo trovammo in una cantina di Roma dove recitava il suo celebre monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, lo portai a Fichera che ne capì immediatamente la genialità. A Benigni Massimo dette la possibilità di mettere insieme un programma controcorrente e rivoluzionario e ‘scandaloso’ come Onda Libera che difese con le unghie e con i denti dagli attacchi interni ed esterni all’Azienda.

Se oggi in Italia abbiamo un Roberto Benigni lo si deve anche a lui, a Massimo.

Alberto Sordi, grazie a Fichera, ci ha lasciato un programma unico e irripetibile, innovatore nei contenuti e nel linguaggio: Storia di un italiano che è il film dei suoi film e la storia del nostro Paese negli anni del fascismo della guerra, della ricostruzione, del miracolo economico e della crisi. Massimo affidò a me questo programma, mi affiancò al grande “mostro” del cinema italiano. E questo è stato il più grande regalo professionale che io ho avuto nella mia vita. La lezione che ne ricavai mi è stata di guida negli anni a venire e ancora continua a dare i suoi frutti.

Massimo, come ho detto, era un fine intellettuale che prestava grande attenzione, oltre che alle innovazioni nel campo della comunicazione e alle voci nuove, anche alla cultura popolare.

Più di una volta sono stato sorpreso da Fichera in questo senso. Nei primi tempi della sua direzione, un giorno mi chiamò, trasse dalla tasca un foglietto e me lo porse: ci era scritto il titolo di una canzone cantata da Claudio Villa. “E’ l’unica che mi manca” mi disse. Ovviamente chiamai Claudio e glie lo dissi. “Mi stai prendendo in giro?” disse e poi si fece in quattro per trovare quel vecchio disco che portò a Massimo, felice di aver completato la sua collezione.

Prima di Fichera avevo lavorato, come capo servizio programmi speciali nella direzione dello spettacolo diretta da Angelo Romanò. Il ruolo e il titolo del servizio di cui mi era stata affidata la direzione, mi aveva dato una forte spinta all’innovazione. Insieme al grande disegnatore  Bonvi e a Guido De Maria, un geniale regista e uomo di spettacolo, inventammo Gulp!, un programma basato esclusivamente sui fumetti, con il loro linguaggio specifico. Andarono in onda una dozzina di puntate poi, nonostante il grande successo, per i “Fumetti in TV” non ci furono più soldi. Progettammo e realizzammo un pilota di un programma più lungo e più articolato che chiamammo appunto Supergulp!, che però rimase a giacere nei cassetti per oltre tre anni.

Lo mostrai a Massimo nei primi giorni della sua direzione,  che si divertì moltissimo e alla fine della proiezione mi disse: “Fatemene cento puntate!”. Le facemmo davvero cento puntate di Supergulp! che passarono alla storia della televisione.

Massimo è stato, come accade soltanto ai riformisti veri, un vero rivoluzionario. E la sua rivoluzione è stata quella di aver incitato noi, suoi collaboratori, ad aprirci al mondo, alla realtà sociale e culturale del nostro Paese. A noi socialisti in più ha insegnato come un socialista deve operare nel servizio pubblico.

Non mi stancherò mai di raccontarlo ai miei figli e ora ai miei nipoti. E soprattutto compatisco i giovani della televisione di oggi che non incontreranno mai un capo e una guida come Fichera che, noi che abbiamo avuto la fortuna di lavorare con lui, chiamavamo “Il Massimo delle emozioni”.

Come invece Fichera è stato dimenticato dalla RAI che sta ricordando soltanto i 50 anni del tg2. Memoria corta o atto voluto?

Come direbbe il BELLI “Venissimo a sape’ che so’ misteri”.