DA “AMBASCIATORI SENZA FELUCA” AGLI AIUTI UMANITARI VIGILATI
di Giorgio Fiorentini
Nella guerra — mai dichiarata formalmente — tra Iran e l’alleanza Israele-USA, poi estesa a Libano, Iraq e Stati del Golfo, abbondano le informazioni sui conflitti a fuoco, su quelli verbali ed economici. Molto più scarso è invece il riferimento alla drammatica ricaduta sulla popolazione civile.
Assistiamo a una guerra regionale ad alta intensità, con un’escalation che coinvolge Iran, Israele, Libano, Iraq e Stati del Golfo, con ripercussioni sulla popolazione civile di entità “in progress”.
I dati su questo fronte sono limitati, a differenza della cronaca impietosa che ha raccontato quotidianamente i numeri di uomini, donne e soprattutto bambini morti o feriti a Gaza. Utilizzando un approccio di “interazione conversazionale” (basato su chatbot), emergono stime aggregate fondate su fonti internazionali, ONG e autorità sanitarie: circa 1.700 morti civili in Iran (di cui 240 bambini), 900 in Libano, una settantina in Iraq, mentre in Israele si contano circa 25 vittime civili.
Ancora più significativo, in termini di impatto umanitario, è il numero dei feriti: circa 20.000 in Iran (1.600 bambini), 4.000 in Libano, alcune centinaia in Iraq e circa 6.500 in Israele.
Perché parlare di “crudo realismo”? Perché questi feriti rappresentano i principali destinatari delle attività delle ONG, spesso gli unici veri operatori di pace sul campo.
Ma che cos’è una ONG? È un’organizzazione — associazione o impresa sociale, spesso multinazionale — che, per statuto e cultura maturata negli anni, svolge il ruolo di “ambasciatore senza feluca” per la pace e organizza, in “camice bianco o in jeans”, la produzione e la distribuzione di beni e servizi umanitari in tutto il mondo.
Tradizionalmente impegnate in missioni di sviluppo e cooperazione, le ONG sono finanziate in larga parte dagli Stati di origine, ma anche da cittadini e imprese private. Il loro operato si è storicamente tradotto in interventi su risorse idriche, agricoltura, formazione professionale, incubatori di impresa e tutela dei diritti delle fasce più deboli.
Nei contesti di guerra, tuttavia, il modello è cambiato. Oggi le ONG operano soprattutto in ambito sanitario, assistenziale e sociale: tutela dei minori, distribuzione alimentare, gestione di rifugi e alloggi di emergenza (shelter), oltre alla gestione diretta di ospedali, come avviene in Ucraina, a Gaza e in altri teatri di crisi.
Tra le principali ONG attive nell’area del conflitto Iran–USA–Israele figurano Amnesty International, Medici Senza Frontiere (MSF), il Norwegian Refugee Council (NRC), CARE International, Oxfam, Islamic Relief e Caritas.
Oggi, però, operano in condizioni sempre più difficili. Sono di fatto “sorvegliati speciali”, quasi che la pace stessa fosse considerata un atto ostile. Israele, ad esempio, ha imposto regole restrittive alle attività delle ONG, anche a seguito dei sospetti di collusione con Hamas emersi nel contesto di Gaza. Molte delle organizzazioni oggi attive in questo nuovo scenario erano già operative proprio a Gaza.
In questo contesto, il loro ruolo resta fondamentale ma è fortemente limitato da ostacoli crescenti: restrizioni amministrative, rischi operativi elevatissimi e vincoli politici. Amnesty International, ad esempio, continua a denunciare violazioni e a fare pressione per il rispetto delle Convenzioni di Ginevra, ma opera in una condizione di “libertà vigilata”.
Il risultato è un ridimensionamento del ruolo tradizionale delle ONG come “ambasciatori senza feluca”. Anche la loro capacità operativa sul campo risulta indebolita, talvolta sostituita da attori non neutrali. È il caso della distribuzione alimentare a Gaza, dove dal maggio 2025 è intervenuta la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), vicina all’amministrazione Trump e a Israele, bypassando le agenzie ONU.
Le ONG non si sono ritirate, ma si trovano intrappolate in una crescente “ossessione burocratica”: permessi, registrazioni, vincoli di sicurezza e delegittimazione politica ne rallentano l’azione. Continuano a denunciare violazioni, a sostenere rifugiati e a offrire servizi sanitari, ma con difficoltà logistiche sempre più rilevanti. In sintesi, gli aiuti arrivano “con il contagocce”.
Lo spazio umanitario si restringe, la sicurezza peggiora e la politicizzazione cresce. Le ONG perdono capacità di incidere direttamente sul campo, pur mantenendo un ruolo essenziale di advocacy e denuncia.
Si apre così un dilemma strategico: fornire aiuti limitando la denuncia dei crimini, oppure mantenere indipendenza e trasparenza rischiando l’espulsione dai teatri operativi?
Le relazioni con gli Stati in conflitto sono sempre più tese. I governi temono che le ONG non siano neutrali e possano veicolare pressioni o valori non allineati. È in atto anche un conflitto sul piano della comunicazione: gli Stati belligeranti tendono a limitare la funzione di testimonianza indipendente delle ONG.
Il numero complessivo delle ONG presenti è difficile da determinare con precisione. Le stime più affidabili riguardano quelle ancora operative nel teatro USA–Israele–Iran (Gaza, Cisgiordania, Israele e aree limitrofe), dopo le restrizioni imposte tra il 2025 e il 2026.
In conclusione, le ONG, che in passato hanno rappresentato un’estensione informale della diplomazia per la pace e hanno contribuito a costruire relazioni più equilibrate con i Paesi in difficoltà, oggi operano “a mezzo servizio”. Il rischio concreto è un progressivo ridimensionamento del loro ruolo, proprio nel momento in cui la loro presenza sarebbe più necessaria.












