LA FRATTURA TRA GIORNALISMO CARTACEO E DIGITALE

di Michele Mezza

I dialoghi crudi e senza veli con i soldati israeliani in missione a Gaza, in cui si rivelano pratiche ormai ordinarie di tiro al piccione contro inermi palestinesi, che riporta Gianluca Mercuri nella sua newsletter, pubblicata dal sito del Corriere della Sera, non arrivano sulle pagine del quotidiano milanese.

Lo stesso accade per i taccuini dei grandi inviati come Lorenzo Cremonesi, i cui reportage che vengono impaginati nell’edizione cartacea suonano meno espliciti.

La stessa sensazione la si avverte comparando pezzi che appaiono nelle rubriche personali di opinionisti di Repubblica o della Stampa e le relative versioni stampate.

Si è ormai codificato un salto fra i due mondi del giornalismo. Quello digitale, complice il carattere diretto, personale, con cui ogni autore si rivolge al suo singolo lettore, e invece le tradizionali pagine stampate, che rimangono ancorate ad uno stile generalista, mediato dalla linea editoriale della testata.

Non si tratta, in genere, di forme di auto censure, o di adattamento fra i due format da parte delle firme della redazione.

E’ proprio un linguaggio, ancora di più un alfabeto, diverso che porta sul web a darsi del tu, a parlare quasi in termini confidenziali con l’utente, mentre sulle pagine cartacee si rimane legati ad una sorta di medietà, di linea che congiunge il minimo comun denominatore fra la massa dei propri lettori, o ascoltatori, come spiegò Manuel Castells nella sua trilogia sulla Società in rete dei primissimi anni del nuovo secolo.

Convivono nella stessa persona, nella medesima redazione, un doppio regime di verità. Quella appunto generalista, diciamo da mass media, di tv e testate in edicola che ancora parlano con una lingua trans-sociale, come si dice, che attraversa culture, ceti, figure professionali, che si raccolgono nella tradizionale preghiera laica, come Hegel definiva la lettura del giornale. Siamo immersi in quell’opinione pubblica edificata proprio dall’avvento della tecnologia di Gutenberg, che serializza la cristallizzazione delle narrazioni in una pagina stampata, immutabile e immutata, che eternizza, se viene concesso il termine, il primato dell’autore.

Un autore che identifica il proprio pubblico, la percezione architettata dai messaggi costanti della testata a cui lui con i suoi singoli contributi va incontri rafforzandola. Siamo nel regno dei mass media che nel passaggio fra il XIX e il XX secolo hanno costruito stati e regimi, dando voce a istinti, ambizioni e spesso volontà. Leggendaria la battuta del ciclopico film di Orson Welles Quarto Potere, o meglio Citizen Kane, il cui il Tycoon, siamo all’inizio del ‘900, ma potremmo essere nella Washington di Trump e Musk, con arrogante iattanza dice al suo inviato: tu vai a Cuba, a far scoppiare la guerra ci penso io. E la guerra scoppiò. Siamo nella società in cui Pulitzer e Dewey, alla fine dell’800 duellano per focalizzare il giornalismo: prescrittivo, formativo, o terzista, diremmo oggi, i fatti separati dalle opinioni? Nel 1928 forse più di tutti arriva Edward Bernays, il nipote di Freud, che con il suo Propaganda annuncia l’età dei populismi editoriali “i media sono sistemi educativi delle masse per mostrare il diritto delle aristocrazie a governare”.

La libertà di stampa divenne, in larga parte guerra di elites, con irruzioni occasionali di movimenti popolari. Nel dopo guerra, prima la spinta operaia, poi quella mobilitazione di ceti urbani che rivendicavano il proprio diritto ad essere loro ad informare, che chiamammo 68.

In questa marcia trionfale della medietà di massa, in cui si modula, si sopisce, direbbe il Manzoni, per contaminare le maggioranze silenziose, o per arringare le minoranze militanti, lo specchio si rompe il mille pezzi con la contaminazione della rete. Dal free soft del 1964, in cui la rete primordiale era autogoverno della propria alterità al sistema negli anni ’70 la grande integrazione, e nel decennio successivo, diciamo nel mitico 1984, anno del nuovo Mc. II simbolo dell’autonomia produttiva di ogni individuo, il big bang individualista.

Le masse uniformi si tramutano in moltitudini puntiforme. Le identità comuni vengono sostituite dal culto della propria differenza. Zygmunt Bauman spiega che la lotta di classe viene trasformata in lotta per essere riconosciuti.

La Tv diventa scelta di un programma, non più appuntamento con un palinsesto, programma che si vede in maniera asincrona, ognuno si sintonizza quando è comodo, rompendo ogni simultaneità. I giornali illanguidiscono e convergendo sul web diventano podcast, videoregistrazione di idee e opinioni nominative, con un codice di avviamento postale. I giornalisti lavorano per una propria cerchia di interlocutori, alcune migliaia, nel migliore dei casi, di abbonati che pagano per essere riforniti di opinioni e notizie.

Materia, le opinioni e notizie, che non servono per il dibattito pubblico, ma per la propria autovalorizzazione negli ambiti sociali frequentati, lavoro, amici, famiglia.

La testata diventa così un menù di prestazioni dei giornalisti: guide turistiche, consulenti territoriali, formatori a distanza, consiglieri balneari o gastronomici. La merce pregiata in questo nuovo sistema sono i dati: si producono opinioni per profilare utenti. Lo scambio, e siamo in questi giorni, permette di accumulare una specie di criptovaluta che non ha ancora corso legale: l’addestramento per la propria intelligenza artificiale.

Per questo, come insegna Spotify, l’app di programmazione di compilation musicali, bisogna essere espliciti e riconoscibili per eccitare reazioni forti da parte degli utenti che reagiscono e trasferiscono emozioni al data base della testata. Bingo. I massacri di Gaza sono l’ideale per scovare tendenze. Terribile? Forse ma reale.


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