di Giorgio Fiorentini
Civismo “applicato” vuol dire anche gestire, sviluppare e regolare il sistema finanziario tramite l’attore importante della Borsa Italiana Sociale in logica trasformativa della Borsa Italiana tradizionale. Il civismo si deve misurare con l’asset esistente.
Infatti quando si dice Borsa si dice ricchezza e sviluppo ed infatti così nacque la prima Borsa moderna a Bruges (Belgio), tra il 1300 e il 1500, e poi seguirono Anversa (1460), Amsterdam nel 1602 ove si emettono le prime azioni scambiabili della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, e poi la Royal Exchange di Londra nel 1571 (da cui evolverà la London Stock Exchange) e, nel Settecento, la Borsa di Parigi (1724).
Tutte queste realtà creano ricchezza dal confronto non solo economico, ma anche di esperienze e modelli di imprenditorialità.
Si investiva dove i modelli erano più convincenti ed innovativi per arricchirsi in modo partecipazione e sociale.
La prima Borsa italiana nasce a Venezia nel 1600, seguita da Trieste (1775) e Milano (1808).
In Italia, le Borse furono storicamente caratterizzate da una forte impronta pubblica rispetto ai modelli di libera associazione degli operatori del mondo anglosassone. Tutto questo all’inizio con l’esigenza di avere un mercato formalizzato e regolamentato. Ma quale era il senso della Borsa? La ricchezza non speculativa, ma equilibrata e distribuita per fare in modo che i molti riuscissero ad accedere alle opportunità di ricchezza.
Oggi è il contrario e quindi c’è bisogno di una nuova Borsa che permetta di essere più sociale non solo orientandosi all’ESG (Environmental, Social, Governance), ma favorire l’incontro tra capitali e imprese che generano intenzionalmente impatto sociale positivo.
Il mercato finanziario deve assumere una connotazione sociale non esornativa, ma essere popolato da imprese che producono valore non solo economico, ma anche sociale e ambientale, rendendo “quotabile” e quindi finanziabile l’impatto sociale stesso. In breve una Borsa Italiana Sociale composta da molte imprese sociali (auspicabilmente tutte).
Ma qual è il mainstream del senso della Borsa? L’affermazione che “la borsa serve e va rafforzata” è un dover essere del sistema socio economico, ma se è vero che la dinamica degli investimenti condiziona in maniera strutturale il funzionamento del nostro sistema economico e, più in generale, dell’assetto sociale e del welfare dobbiamo domandarci se sta avvenendo in modo positivo o negativo e se così fosse quali sono i cambiamenti necessari.
Se il radicalismo della speculazione ad libitum non si trasforma in una logica di equilibrio di redditività degli investimenti che utilizzeranno l’integrazione fra economico e sociale, potremo continuare a giocare un ruolo di “anime belle e benpensanti” da convegno che dichiarano il valore sociale di tutto (anche della finanza) tornando poi nei propri uffici per sviluppare “un dovere fiduciario” orientato al “maximum maximorum” della avidità senza preoccuparsi degli altri. Moralismo?
No, realismo supportato dal dato incontrovertibile che l’inquinamento ambientale è una delle principali cause di morte prematura a livello globale. Circa il 99% della popolazione mondiale respira aria non sicura, e l’inquinamento atmosferico è responsabile di oltre 7 milioni di decessi ogni anno.
In Europa, l’esposizione al particolato fine (PM2,5) ha causato circa 253.000 morti premature, mentre il biossido di azoto (NO2) e l’ozono (O3) ne hanno causate altre 52.000 e 22.000 rispettivamente.
In Italia, l’inquinamento atmosferico provoca circa 80.000 morti all’anno, rendendola il paese europeo con il maggior numero di decessi dovuti a questo fattore.
In Europa, l’inquinamento atmosferico è associato all’1% dei casi di cancro e al 2% dei decessi per cancro, salendo al 9% per i tumori ai polmoni. Ridurre l’inquinamento è fondamentale per prevenire i tumori.
Il particolato fine (PM2.5), è strettamente correlato anche alla mortalità cardiologica. Si stima che circa il 60-80% dei decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico siano dovuti a malattie cardiovascolari, come infarti e ictus. In Italia, ad esempio, circa 9.000 morti all’anno sono attribuiti a infarti causa dall’inquinamento. Senza fare i catastrofisti, né i riduzionisti della decrescita è necessario che le imprese diventino sempre più sostenibili e sociali Molte di queste sono quotate in Borsa.
Un fatto positivo è che gli investimenti determinano anche l’efficace funzionamento del sistema pensionistico attraverso i fondi pensione che sono i maggiori investitori e che sono gli unici che hanno un orientamento sociale agìto finanziariamente. Questa sarebbe una carta vincente per una Borsa Italiana Sociale.
La ricchezza disponibile non è mai stata così alta nel mondo (il Pil della terra è di 110 trilioni di volte dollari e la ricchezza totale è dieci tanto) ed il mercato delle azioni quotate ha raggiunto i 115 trilioni di dollari. sopravvivono una cifra compresa tra 2.15 e 6.85$ al giorno e così via.
Quindi l’esortazione è la “moral suasion” del bene comune non del bene elitario è di sviluppare le Borse (oggi sono in stallo) ma in un certo modo e con un finalismo di sostenibilità.
Peraltro la tendenza a sostituire il mercato di Borsa con private equity (cioè investire in imprese non quotate) può presentare alcuni inciampi come la non trasparenza, la sensibilità diretta ai cicli economici, difficoltà di valutazione economica ecc. Ancora una volta è necessario dare spessore sociale anche a questa linea di investimenti rispetto alla Borsa.
Oggi le imprese hanno bisogno di certezze e di progettualità che però deve essere sostenibile.
A questo mood non si sottrae l’Italia con la Borsa Italiana sviluppata da Euronext nel 2021.
Al 2025, il numero delle società quotate in Borsa Italiana è di oltre 408 società quotate tra il mercato principale (Euronext Milano), STAR e Euronext Growth Milano; di queste solo una frazione rientra tra le grandi imprese con più di 1.000 dipendenti.
Il decreto Omnibus della UE (in itinere) sulla semplificazione della responsabilità sociale d’impresa si applicherà solo a 45 e 60 imprese quotate a Piazza Affari che hanno oltre 1.000 dipendenti.
La grande maggioranza delle società su Euronext Growth Milano sono PMI, quindi sotto i 250 dipendenti, e raramente superano i 1.000 dipendenti.
Quindi ancora una volta, con la ritirata regolamentare della Direttiva Omnibus della UE, dobbiamo pensare ad una costruzione istituzionale che ponga paletti e fra questi è la proposta della trasformazione della Borsa Italiana in Borsa Italiana Sociale.
È un percorso difficile e lungo e la Borsa Italiana non è su questa linea d’onda perché il suo finalismo, piaccia o non piaccia, è la speculazione come massimizzazione assoluta della redditività da suddividere fra i pochi azionisti e non la massimizzazione relativa che considererebbe la sostenibilità ed il sociale come parte integrante del profitto in logica multistakeholders.
Assumendo il concetto che il fine generale dell’impresa è “concorrere per molteplici vie alla promozione della persona umana” e che il reddito non è il fine esclusivo dell’impresa, ma “è una parte del sistema dei valori” della dinamica economica, appare evidente che il concetto di impresa sociale è legittimato sia dal punto di vista economico aziendale sia dal punto di vista giuridico a far parte della Borsa Italiana Sociale.
“Tutte le società umane debbono possedere strutture conformi alla dignità umana ed essere perciò ordinate ad agevolare il conseguimento dei suoi fini ultimi. Le società con fini primari economici, direttamente o per mezzo di loro associazioni, debbono inserire tra i propri fini anche il concorso all’ordinato sviluppo economico e al progresso sociale” (si veda C. Masini uno dei padri dell’economia aziendale).
La Borsa Italiana Sociale è un cambio di paradigma e i suoi obiettivi principali sono:
- Facilitare l’accesso al capitale (sia di rischio che di debito a lungo termine) per imprese sociali e “organizzazioni socialmente responsabili” che spesso sono escluse dai canali tradizionali della finanza e dell’accesso alla Borsa Italiana (si veda Alceste Santuari che sottolinea il concetto di” comprendere e contemplare anche l’azione di quelle organizzati e imprenditoriali che, seppure non definiti dal vincolo alla non distribuzione degli utili, parimenti, specie alla luce dei criteri ESG, risultano ingaggiati nel perseguimento di obiettivi sostenibili e sociali. Alceste Santuari-Diritto delle organizzazioni socialmente responsabilità-Franco Angeli 2024).
- Valorizzare e misurare l’impatto sociale: La quotazione avviene non solo su parametri finanziari, ma anche sulla base di metriche che certificano il valore creato per la collettività.
- Colmare il gap tra investitori e imprese ad impatto: Consentire agli investitori “orientati all’impatto” di investire con trasparenza in soggetti che dichiarano e misurano il loro contributo sociale, evitando l’”azzardo morale e la selezione avversa” come driver di scelta.
PS: Queste considerazioni sono fatte alla luce di alcuni articoli pubblicati sui “giornaloni” sul ruolo della Borsa che, purtroppo, sono orientati ancora al suo ruolo di speculazione con qualche calmiere di ESG. Anche se la direttiva Omnibus-UE e l’era Trump sembra indicare il “liberi tutti” finanziario.












