LA BANALITÀ DELLA GUERRA

di Beppe Attene

Mio padre portava sempre con sé un piccolo ritaglio di giornale. Conteneva la notizia che un suo amico e compagno di studi presso la Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari era morto in Africa durante la guerra. Serviva a ricordargli che per quella guerra due giovani ufficiali erano andati contemporaneamente a combattere. Uno in Croazia, appunto, e l’altro in Africa.

Amici e uguali. Uno, però, poteva ora gustarsi un piatto di spaghetti al tonno e dell’altro non si era riusciti nemmeno a recuperare il cadavere.

Impossibile da dimenticare, e forse anche da capire.

Quel che però ancora il ricordo portava con sé era una specie di “considerazione oggettiva” della guerra.

Essa esisteva e, pur non condividendola, occorreva riconoscerla come una componente stabile della esistenza umana.

Così, quando giunse l’8 settembre del ’43, mio padre sciolse il suo distaccamento, che in quel momento era a difesa delle coste meridionali sarde, e liberò i suoi soldati mandandoli a casa. Erano “coscritti” e non avevano certo scelto di combattere.

Lui, però, andò da Badoglio e continuò per gli ultimi quasi due anni di guerra.

I tedeschi lo affondarono mentre partecipava al trasferimento di soldati in Continente, ma la complessità della vicenda sembrava non turbarlo molto.

Quando io mi affannavo a chiedergli perché non si fosse anche lui rifugiato nel piccolo paese sardo da cui proveniva mi ripeteva che i militi erano stati costretti a combattere, ma lui invece aveva giurato fedeltà agli ordini del Re.

Del Monarca non gliene fregava assolutamente nulla ma doveva ubbidire al rispetto per se stesso e al giuramento che, alla fine del corso Allievi Ufficiali, aveva siglato con il suo nome.

Ora quella guerra gli appariva come un tremendum che si era abbattuto sulla sua generazione portando via amici e speranze. Non poteva dimenticarla ma non poteva nemmeno odiarla.

La guerra, insomma, aveva una sostanzialità oggettiva che andava oltre le responsabilità e le colpe, pur evidenti, di chi la volle e la provocò.

            Ma, per fortuna, noi siamo cresciuti successivamente al riparo dell’articolo 11 della Costituzione Italiana.

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”

Era un grande passaggio. Negli anni dalla proclamazione del Regno d’Italia alla approvazione della Costituzione l’Italia non era mai stata aggredita e le molte guerre che ne avevano punteggiato la Storia erano sempre state dichiarate dalla parte italiana.

Era, in fondo, un poco come voler anche chiedere scusa, in particolare per l’ultima, da cui eravamo appena usciti.

A nessuno, però, poteva sfuggire il carattere etico (e straordinariamente poetico) dell’uso del verbo ripudiare in quel contesto.

            Sin dove si spinge il concetto di ripudio?

Poniamo, per mero esempio, che domani la Turchia decida di riacquisire e riconquistare quella Sicilia che in tempi lontani aveva fatto parte del suo universo di pertinenza.

Va bene che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie, ma, probabilmente, se dei soldati ottomani sbarcassero in armi sul nostro Territorio dovremmo loro contrapporre una forza militare almeno altrettanto valida.

E se, sempre solo per esempio, il Comando Supremo Turco decidesse di colpire per motivi di tattica anche zone non siciliane della nostra Nazione è quasi certo che noi dovremmo fare altrettanto con loro.

E che, se non lo facessimo, la Turchia incorporerebbe tranquillamente la nostra amata Trinacria (alla faccia di Giuseppe Garibaldi).

            E, del resto, Putin non ha mai esplicitamente dichiarato di voler muover guerra all’Ucraina. Sta semplicemente restituendo alla Grande Madre Russia territori e popolazioni che ritiene ne facciano parte.

Siamo, purtroppo, nel centro esatto della questione e delle strumentalità che ne conseguono.

Non soltanto le guerre nel mondo non sono mai cessate ma sono tendenzialmente destinate ad aumentare alla luce della mondializzazione dei mercati e della finanziarizzazione dell’economia.

La guerra di una parte dell’Islam per la cancellazione dello Stato di Israele non si estinguerà su se stessa, nemmeno per la prova provata di unitilità.

Anzi, nel quadro attuale, sarà facilitata nel trovare riscontri ed alleanze diffuse anche nel mondo occidentale.

            Se queste poche osservazioni sono, anche in parte, valide emerge con chiarezza il limite del concetto di ripudio della guerra per come è stato presentato e viene largamente vissuto.

Vi sono due strade davanti a noi.

La prima è considerare l’assoluto rifiuto della guerra come un tratto distintivo della identità italiana come è emersa dal superamento del mussolinismo e dalla sconfitta militare subita nell’incauta guerra a fianco della Germania hitleriana.

In altri termini l’Italia si impegna, di fronte alle altra Nazioni, a non utilizzare mai più lo strumento bellico per la rappresentazione delle proprie esigenze o istanze. Punto e basta.

            L’altro approccio, quello più diffusamente di pancia, consiste nell’allontanare qualunque riferimento a situazioni o possibilità di guerra considerate comunque inaccettabili per lo spirito e l’identità degli italiani.

La guerra viene comunque considerata colpa o responsabilità di qualcuno dei contendenti o, meglio ancora, di tutti i contendenti.

Se tutti, si pensa, praticassero il ripudio come fa la Nazione Italiana il mondo vivrebbe in perfetta pace e le cose andrebbero meglio per tutti. Ovviamente una posizione del genere è naturalmente corretta quando proviene dal Santo Padre affacciato sul balcone di San Pietro. Egli, per definizione, non è né italiano, né americano, né argentino …e così via.

            Ma se da quella universale posizione passiamo alla ben più ristretta che ci appartiene (o a cui apparteniamo) il nobile ripudio si fa ben presto strumentale e cinica indifferenza.

Innanzitutto si modificano le definizioni. Le aree di guerra, in Ucraina come in Medio Oriente come in tanti altri posti del mondo, perdono il loro sostantivo per essere catalogate come “zone di crisi”. Nei loro confronti si determina una attenzione in base alle ricadute sulla vita dei “ripudianti”. Perfetto esempio di questo è la sostanziale indifferenza verso la situazione del popolo ucraino. Dopo quattro anni dalla aggressione russa in giro ci si chiede se l’Europa faccia bene a finanziarne la resistenza e se, in fondo, non dovrebbero essi limitarsi a dare a Putin quello che desidera e vuole. Magari, si pensa, preferiscono la guerra. Non sono saggi come noi che abbiamo ripudiato.

            Ovviamente maggior attenzione accompagna quelle guerre le cui ricadute agiscono direttamente sulle nostre immediate condizioni di vita. Negando la drammatica oggettività di quel che, non da oggi, sta capitando si auspica che l’Italia si sfili dal contesto evitando di subirne gli effetti.

In fondo, sarebbe come cambiar marciapiede se sul nostro lato è in atto una rissa che non ci riguarda.

L’obiettivo su questo versante del pensiero non è più nemmeno il raggiungimento della pace ma la salvaguardia degli interessi diretti e momentanei degli italiani.

            Si può, e si deve, opporsi sempre alla guerra tra le Nazioni, i Popoli, le Culture e le Religioni. Ma occorre anche riconoscere che questa opposizione non la sconfigge e cancella. Questa consapevolezza ci deve accompagnare come quel piccolo ritaglio di giornale accompagnava mio padre.

E, forse, da quella consapevolezza si potrebbe ancora ripartire.