IL SISTEMA TV CAMBIA PELLE

di Marco Mele

Tecnologia e mercato sono i grandi assenti dall’attuale dibattito pubblico sul sistema televisivo e delle comunicazioni.

La classe politica e professionale, anche quella esterna al Parlamento, è concentrata esclusivamente su un tema, comunque strategico, come la governance del servizio pubblico multimediale. L’urgenza di approvare una legge per mettersi in regola con l’EFMA e il suo articolo 5, in attuazione dall’otto agosto scorso, ha portato alla bozza unitaria del centro-destra e ad un intenso lavoro dell’opposizione per arrivare o ad un testo comune o ad alcune profonde modifiche al testo della maggioranza.

Ma a cambiare il mondo (televisivo) sono in primo luogo le tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale generativa e dall’immagine digitale e il mercato, dove si cambia l’assetto del sistema, le dimensioni dei suoi protagonisti. Poca attenzione, a livello “politico” (non solo partitico ma anche di professionisti ed esperti di comunicazione) si presta al fatto che MFE-Mediaset abbia acquisito il controllo della tedesca ProSieben.Sat1 con il 43,6% della azioni, a fronte della frammentazione degli altri azionisti e continui a perseguire una strategia europea per un network commerciale multi-piattaforma. Qui una delle domande riguarda gli eventuali partner di Mediaset, ad esempio in Francia. Sarà interessante seguire cosa farà MFE in un mercato nazionale dove l’accordo tra TF1, il principale broadcaster commerciale, e Netflix potrebbe spiazzare la concorrenza, presente e futura, dal 2026, anno in cui diverrà operativo. In Francia l’alternativa a Netflix messa in piedi dalla TV pubblica e da quella privata è fallita a fronte della concorrenza della stessa Netflix. La nuova fase vede accordi tra le TV nazionali e i colossi dello streaming (TF1 con Netflix e France Television con Amazon Prime).

MFE è, in questo momento, l’unico operatore televisivo nazionale, sia pure con sede legale in Olanda ed operativo in altri mercati , Spagna in primis, ad avere una strategia di crescita all’estero, a partire dall’Unione europea.

Ancor meno attenzione viene prestata, in questa fase, al mondo delle frequenze e delle reti di connessione per il trasporto dei contenuti televisivi. Si è creato una divario tecnologico sempre più evidente tra grandi città e piccoli centri per quanto riguarda la banda larga. Divario che, come effetto collaterale, rafforza la resilienza e gli ascolti delle reti digitali terrestri di fronte all’avanzare dello streaming. Tutto questo quando l’Italia ha un Piano delle frequenze costruito e approvato per uno standard televisivo, il DVBT2 HEVC, che non è quello utilizzato dalla maggioranza dei canali televisivi che trasmettono in base a quel Piano. Standard la cui adozione per tutti i canali sembra prorogata all’eternità, a favore di una sorta di riproduzione qualitativa dei programmi esistenti. Vengono così penalizzate le produzioni in Ultra HD e la creazione di canali e produzioni specifiche, inclusa l’Informazione, ideate, pensate, sceneggiate e realizzate specificatamente per tale modalità di produzione e trasmissione.

Nessuno mostra attenzione e interesse, inoltre, a ciò che resta della dimensione territoriale dell’emittenza televisiva, fortemente penalizzata dalla mancata adozione del nuovo standard in quanto relegata ad una sola frequenza per bacino d’utenza – dal Governo Giallo-verde – e, soprattutto, dalle modalità con le quali si è realizzato il digitale terrestre in Italia, in continuità con la concentrazione analogica. Il consumo delle tv non rilevate, peraltro, continua a crescere, frenato dalla ritardata diffusione della fibra ottica all’esterno delle grandi città, con molti tecnici di Tim e Open Fiber, che, sottovoce, consigliano molti utenti di prendersi Starlink, anche se per ora non offre la “voce” telefonica classica ma solo la connessione Internet. Accanto ai soliti Netflix, Amazon Prime e Disney, andrebbe attentamente seguita la politica di offerta di contenuti da parte di You Tube, con una moltiplicazione progressiva di contenuti auto-prodotti ma anche di prodotti a livello professionale.

Il futuro della televisione, in ogni caso, è strettamente connesso a quello delle infrastrutture di connessione e alla loro modalità di fruizione con una pluralità di terminali: il 5G Broadcasting può rivelarsi una nuova “rivoluzione digitale”, trasformando i broadcaster in fornitori diretti di contenuti agli utenti finali, in diretta concorrenza, o in alleanza con gli attuali operatori telefonici, o finire nel nulla come il DVB H, senza investimenti sugli impianti e nei chip dei cellulari.

Anche la fibra nelle abitazioni, con tutti i suoi costi, rischia di diventare, a fine decennio, un’infrastruttura da museo della comunicazione.

Rischio ben maggiore lo corrono le torri di trasmissione televisive, se non si troveranno nuove modalità di utilizzo. E qui si torna alla Rai: tutti a scontrarsi sulla governance (e, di sfuggita, sul canone), ma dibattito quasi del tutto assente sulla possibile fusione sulle strategie industriali del settore: RaiWay-EI Towers, si farà magari sotto la regia della Cassa Depositi e Prestiti, quindi con un ulteriore ampliamento dell’intervento pubblico nelle infrastrutture del Paese? Si tratta di un’operazione tutt’altro che secondaria per un servizio pubblico che, senza rete trasmissiva, dovrà trovare una missione e un ruolo definito, nei riguardi della Cultura Italiana ma anche della sicurezza e della indipendenza dell’Informazione nazionale entro il 2027, anno nel quale dovrà essere rinnovata la sua concessione decennale. Privarsi delle torri e dei sistemi di trasmissione può dare un vantaggio finanziario, può ridurre l’indebitamento e può dare ossigeno alla produzione ma la Rai perderà know how tecnologico e dovrà garantirsi sul mercato la diffusione universale dei propri contenuti.

A questo proposito, il testo proposto dall’attuale maggioranza di governo, pur avendo come obiettivo principale la presidenza della Rai, ampliandone i poteri e acquisendolo alla stessa maggioranza con la liquidazione dell’esperienza del Presidente “di garanzia”, contiene due novità interessanti e poco valutate. Da una parte l’ingresso dei privati nelle società partecipate dalla Rai, che dovrà però mantenere il controllo di quelle non quotate (via libera a RaiWay) e dall’altra la creazione di un canale di “promozione culturale” del servizio pubblico, senza pubblicità. Con due dettagli non secondari: non si nomina mai la Rai in quanto “società cui è affidata mediante concessione il servizio pubblico” e, soprattutto, il finanziamento del canale dovrà arrivare o “dal canone o dalla fiscalità generale”. Frase che sembra prevedere una possibile scelta per modificare il finanziamento del servizio pubblico dopo il 2027, anche se in altra parte del testo si conferma il canone pagato dai cittadini quale fonte di finanziamento, vietandone una riduzione superiore al 5% “in condizioni eccezionali debitamente motivate”. Si sa che l’attuale maggioranza ha diverse “anime” riguardo alla Rai e al servizio pubblico…

Sul mercato, infine, non ci sono più solo Rai e Mediaset: la politica dovrebbe interrogarsi sul ruolo di Sky e del suo azionista Comcast, che prima aumenta i prezzi, nel silenzio generale, così come DAZN, poi, a fronte della perdita di abbonati, li riduce drasticamente solo per il calcio. La scelta di fare di Sky una sorta di Hub televisivo dove trovare tutte le app, con un proprio apparecchio di ricezione, è un rischio forse necessario a fronte della pressione esercitata dai colossi statunitensi dei contenuti. Ma Sky deve investire in contenuti per non essere cannibalizzata dalle stesse app che ospita sulla propria piattaforma, avendo un azionista che la spinge a concentrarsi sulla connettività e sul mercato della telefonia mobile e fissa.

Una vicenda imprenditoriale importante, quella del gruppo un tempo della famiglia Murdoch, nella propria sede di Milano Santa Giulia, lontano (troppo?) da Roma dopo la chiusura del complesso di via Salaria, che andrebbe seguita con grande attenzione. La Rai, intanto, continua a criptare su Sky gli eventi sportivi, compreso quelli della Nazionali italiane penalizzando gli abbonati, in continuità con un passato ormai lontano (e perdendo ascolti rispetto a Mediaset). Il duopolio, si sa è duro a morire.