di Nicoletta Iacobacci
Angelo Bosani, sindaco di Pregnana Milanese, settemila abitanti, ha appena portato a casa una trattativa che qualsiasi amministratore italiano gli invidierebbe. Tre data center su tre aree industriali morte, l’ex Olivetti, l’ex Citroën, l’ex Iveco. Tra i venticinque e i trenta milioni di euro tra oneri e compensazioni, cinque volte il bilancio annuale del suo comune. È riuscito a far contare negli oneri anche gli impianti esterni, i gruppi di continuità, il raffreddamento, e solo questo gli vale tre milioni in più. Ha stabilito in anticipo la ripartizione con i comuni confinanti, cosa che altrove hanno rimandato con i risultati che si immaginano. E ha una scuola da dodici milioni che, come dice lui al Post, può pagarsi senza nemmeno fare il mutuo.
Poi lo stesso sindaco dice che lasciare la pianificazione al singolo comune è una follia, e che preferirebbe una procedura guidata.
Non è una posa. È l’unica frase lucida di tutta la vicenda, e viene da chi ha vinto. Perché Bosani sa una cosa che il legislatore italiano preferisce non guardare: nel raggio di trenta chilometri dal suo municipio ci sono già una sessantina tra data center in funzione, cantieri aperti e progetti depositati. Le ricercatrici del Politecnico di Milano hanno un nome per quello che sta succedendo nell’hinterland, e il nome è competizione negoziale. Vuol dire che il comune con l’ufficio tecnico più preparato strappa condizioni migliori. Vuol dire che vince il sindaco bravo. E vuol dire che ogni singola vittoria è legittima, difendibile, spendibile in campagna elettorale, e che la somma di tutte queste vittorie è un paesaggio che nessuno ha mai deciso.
Bosani non chiede di essere protetto dagli investitori. Chiede di essere protetto dalla somma delle proprie decisioni ragionevoli. E qui finisce la parte in cui l’Italia fa bella figura.
Il 24 febbraio la Camera ha approvato la legge sui data center all’unanimità. Duecentoquarantatré voti a favore, nessun contrario, sei astenuti. Prima di applaudire conviene leggere cosa hanno votato: una legge delega, che incarica il governo di scrivere le regole vere entro sei mesi dall’entrata in vigore. Duecentoquarantatré parlamentari hanno deciso all’unanimità di decidere dopo.
E c’è il dettaglio che dice tutto. Prima del voto, dopo i rilievi della Ragioneria Generale dello Stato, il testo era tornato in commissione, dove sono stati eliminati i principi e i criteri direttivi che risultavano onerosi, per garantire l’invarianza finanziaria. Detto in italiano: i pezzi di legge che avrebbero comportato una spesa sono stati tolti, perché una legge deve essere a costo zero. Quello che è rimasto non costava niente. Ed è passato senza un voto contrario.
Nel frattempo la Lombardia, prima e unica regione ad aver legiferato, stabilisce che i data center vadano costruiti prioritariamente nelle aree dismesse. Prioritariamente. Non vieta di costruirli su suolo libero, lo rende soltanto un po’ più caro. Per fondi immobiliari e hyperscaler che muovono mezzo miliardo a impianto, pagare oneri più alti per un campo agricolo non è un ostacolo, è una voce di bilancio.
E la scala di ciò che sta arrivando è già scritta nei numeri: nel 2025 le richieste di connessione alla rete di alta tensione hanno superato i cinquanta gigawatt, un multiplo enorme della potenza oggi installata. Non tutti quei progetti si faranno. Ma è la domanda che qualcuno, da qualche parte, avrebbe dovuto guardare in faccia prima di delegare al governo il compito di guardarla più avanti.
Il punto che voglio sostenere è questo, e non riguarda i data center.
Abbiamo smesso di distinguere tra negoziare e decidere. Un sindaco che tratta bene il metro quadro sta facendo il suo lavoro, e lo sta facendo benissimo. Ma trattare bene non è decidere, e la somma di sessanta trattative eccellenti non produce una scelta, produce un esito. Un esito che nessuno ha voluto, che nessuno può rivendicare, e che nessuno, di conseguenza, può revocare.
C’è un ultimo livello, ed è quello di cui nessuno parla. Il comune negozia l’edificio. La Regione negozia la potenza installata. Il Parlamento delega. E in nessun punto di questa catena, in nessuna legge europea, esiste una riga che chieda a cosa serva quel calcolo. Due data center identici sulla carta possono avere impatti diversi di ordini di grandezza, a seconda che stiano cercando parole in un archivio o facendo girare modelli che pensano ad alta voce. Si misura il capannone. Il pensiero dentro non lo misura nessuno.
Bosani ha chiesto una procedura. Gli hanno risposto con una delega.












