IL MEDITERRANEO

di Francesca Maria Corrao

Noi e la classe dirigente dell’Europa come possiamo imprimere una nuova direzione di marcia alla politica se non ricordiamo che il futuro dell’Europa sta dentro la storia e il destino del suo passato: il Mediterraneo.

In un’epoca mediatica dominata dai social è difficile contrastare le fake news, e quindi è più complicato contrastare vecchi pregiudizi, anche perché il lettore medio europeo apprende poco a scuola sulla storia e la cultura della sponda sud del Mediterraneo.

Nell’area euro-mediterranea, dopo gli attentati dell’11 settembre il tema del terrorismo e dell’immigrazione hanno polarizzato gran parte del dibattito politico. Da allora le informazioni dei media narrano in modo ossessivo le minacce per la nostra identità e per il nostro lavoro.

I dati non bastano a placare le prefiche; l’invasione percepita raddoppia i numeri di quella reale, e non si riesce a recuperare la fiducia in una politica di apertura e di scambio culturale, e non si comprende il vantaggio che ne deriva per tutti. La speranza di dialogo e collaborazione nel Mediterraneo, nata con la caduta del muro di Berlino (1989), che sembrava consolidarsi con la firma degli accordi di Barcellona (1995), oggi sembra un lontano miraggio.

I paesi del Mediterraneo avevano firmato questi storici accordi per dare vita al Parlamento euro-mediterraneo, e ad altre istituzioni utili per lo sviluppo di attività economiche e culturali condivise, come la Anna Lind Foundation di Alessandria d’Egitto. Questo pareva un risultato importante, ottenuto grazie agli sforzi fatti per superare i difficili rapporti tra colonizzatori e colonizzati. L’impegno di dialogo e collaborazione era stato avviato da tempo da politici illuminati, come il sindaco di Firenze La Pira che, a partire dagli anni Cinquanta, aveva promosso incontri tra alcune autorità politiche del Mediterraneo. Tali iniziative erano affiancate dagli intellettuali che da entrambe le sponde richiedevano di riscoprire e valorizzare la ricchezza di una storia molto antica.

Gli scambi culturali erano stati avviati oltre un secolo fa da artisti e intellettuali; ad esempio tra gli arabisti che insegnavano all’Università del Cairo, Carlo Alfonso Nallino era stato docente del grande letterato egiziano Taha Husain. In molte capitali del Medio Oriente si trovavano cenacoli culturali internazionali, come la cerchia di amici letterati che a Alessandria d’Egitto si riunivano attorno a Costantino Kavafis e la sua rivista “Grammata”, a cui collaborava anche Giuseppe Ungaretti. Anche in situazioni difficili, come in Algeria, ai margini della violenza e delle tensioni politiche, vi erano contatti e forme di solidarietà verso i rivoluzionari da parte di personalità della cultura e dei sindacati francesi.

In tempi più recenti, nell’Italia del 1965, Leonardo Sciascia scriveva sul giornale «L’Ora» che se, gli arabi non fossero stati deportati e gli ebrei cacciati dalla Sicilia, la nostra cultura avrebbe continuato a rappresentare un esempio di convivenza, come testimoniato dalla storia dei Normanni.

La voglia di lavorare e discutere insieme riusciva a superare ostacoli e pregiudizi, e già nel 1955 in Libano, a Baalbek, gli artisti delle diverse sponde del Mediterraneo si incontravano in occasione del festival internazionale. Gli appuntamenti si moltiplicavano; così nel 1956 si inaugurava il Festival del cinema a Cartagine in Tunisia. Quando la guerra civile (1975-1990), bloccò le attività culturali in Libano, queste proseguirono in Egitto dove apriva i battenti il festival del cinema al Cairo.

Negli anni questi incontri hanno stimolato artisti e intellettuali a organizzare convegni mirati a consolidare il dialogo e ad approfondire la conoscenza degli antichi rapporti diplomatici, culturali e socio-economici che legavano il nostro mare. Lo studio del patrimonio culturale mediterraneo veniva affrontato a partire da diverse prospettive, per ricostruire e rileggere la ricca e complessa memoria del passato: dall’archeologia alla storia, dalla letteratura alla pittura e alla musica si rievocavano i miti antichi e la loro rivisitazione attualizzata apriva nuove modalità di comprensione del presente. Un esercizio molto utile perché la percezione della realtà è condizionata, tra le altre cose, dalla conoscenza, dalle emozioni e dalla volontà. Guardare con gli occhi dell’altro ci aiuta a vedere aspetti che a prima vista ci sfuggono. Questa esperienza è servita a sviluppare la consapevolezza dei limiti di una visione eurocentrica, e a verificare l’arricchimento che scaturisce dal ripensare gli eventi a partire dalla prospettiva dell’altro. Basta poco, e questo migliorala capacità di stabilire relazioni basate sul rispetto e il dialogo.

La collaborazione politica e culturale sembrava aver raggiunto l’apice con l’alleanza tra l’Occidente e i Paesi arabi nel contrastare l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Husein (1991). Francis Fukuyama scriveva sulla fine della storia (1992) e un anno dopo si siglavano gli accordi di Oslo; finalmente pareva che la transizione post-coloniale fosse finita con la risoluzione del pluri-decennale conflitto israelo-palestinese.

Finalmente in molti Paesi arabi pareva che si stesse allentando la morsa della censura, e nelle librerie tornavano i libri un tempo proibiti; nascevano le prime ONG che si occupavano di diritti umani e si organizzavano convegni su temi che sino a pochi anni prima erano considerati un tabù.

Molti intellettuali uscivano di galera e alcuni venivano anche reintegrati negli uffici pubblici. Pure la guerra civile del Libano era giunta alla sua fase finale. Sembrava che si fosse inaugurata una stagione di apertura culturale che avrebbe portato alla rapida modernizzazione della regione. Ma era un sogno di breve durata. Tuttavia, quella boccata d’aria, quelle iniziative comuni avviate con i Paesi della sponda Nord sembravano essere di buon auspicio, e così si chiudevano gli occhi di fronte al dilagare della corruzione, che stava bloccando il piccolo boom economico generato dall’apertura al mercato libero. Inoltre, l’esplosione demografica portava grandi ondate di giovani sul mercato del lavoro, con non pochi effetti collaterali: dalla disoccupazione alle rivolte, dalla repressione all’emigrazione.

L’apertura democratica e la crescita economica non seguirono un percorso lineare, come si sperava, e oggi è evidente che gli attacchi terroristici non sarebbero diminuiti ma cresciuti in modo esponenziale per colpire la stabilità e i suoi sostenitori favorevoli a politiche pacificatorie: in Israele un estremista uccideva Rabin (1995). Nei paesi islamici i fondamentalisti più radicali avevano già alzato il tiro uccidendo Sadat (1981), e colpendo gli occidentali nei siti turistici che, nella loro deviata visione, erano considerati luoghi di perdizione. Neanche dopo gli attentati terroristici gli eventi e gli scambi artistici e culturali si fermarono. Gli incontri erano occasioni preziose per discutere sui rischi insiti nell’idea dello scontro di civiltà di Hungtinton che polarizzava il dibattito sugli opposti estremismi. I fautori del dialogo denunciavano quei nefasti vaticini, riconoscendo in essi un attacco diretto alla tradizione di proficuo scambio multiculturale tra i popoli del Mediterraneo.

Da questi incontri nascevano importanti collaborazioni: scavi congiunti sui siti romani, ricerche sui fondi arabi per approfondire la conoscenza degli scambi commerciali al tempo delle repubbliche marinare e non ultimo le produzioni artistiche. Vale, come esempio, ricordare l’opera del poeta siriano Adonis; tra la fine del ‘900 e l’inizio del nuovo millennio Adonis ha visitato più volte l’Italia; partecipato a conferenze, tenuto lezioni universitarie e, oltre a scrivere dei viaggi, si è cimentato a creare un’opera per l’Europa Teatro Festival (2008) di Napoli. In quella occasione ha soggiornato a lungo nella città per documentarsi sulla sua storia e sulla sua millenaria bellezza.

Dal suo sguardo affascinato sul “Cristo velato” di Sammartino, dall’attenzione alle idee di Vico e di Croce, alla scoperta dei testi del Basile e di De Filippo, dall’approfondimento delle coraggiose gesta dei rivoluzionari napoletani, nasceva l’opera “Alberi adagiati sulla luce”. Il regista Franco Scaldati la metteva in scena ambientandola in una Napoli devastata dal conflitto mondiale, che al poeta ricordò la Beirut da cui era fuggito durante la guerra civile (1975-1990). Nel 1985 Adonis si era rifugiato a Parigi, e da allora si è sempre prodigato per promuovere incontri culturali con intellettuali e artisti occidentali e orientali. La sua opera in generale, e quella particolare messa in scena a Napoli, mettevano a nudo la specularità dei drammi che ancora affliggono il Sud del Mediterraneo: vaste aree di arretratezza rispetto a un Nord che cresce troppo velocemente, disorientamento di fronte all’incalzante avanzata di tecnologie spaesanti e dai costi irraggiungibili, senso di impotenza di fronte al diffondersi dei conflitti e agli effetti delle crisi climatiche. A questo scenario da anni si aggiunge l’impossibilità di emigrare, e il rischio di perdere la vita nel tragitto verso il nord per migliaia di giovani in cerca di un futuro migliore.

Facciamo un passo indietro, e cerchiamo di capire cosa ha bloccato la diffusione armoniosa di un pensiero moderno, provocando invece l’emergere del radicalismo. Tra le tante questioni che erano al centro del dibattito intellettuale della sponda sud del Mediterraneo, spiccavano già in tempi non sospetti due riflessioni importanti. Una prima critica riguardava l’immobilismo dei teologi islamici criticato da parte del filosofo siriano Al-Azm; una seconda critica, da parte della saggista Khalida Said, denunciava il patto silenzioso tra la classe dirigente e i teologi a scapito dell’emancipazione femminile.

Secondo al-Azm l’ostacolo al potenziamento del pensiero analitico, che potrebbe portare la popolazione a una coscienza critica della propria condizione storico-sociale, verrebbe dai teologi islamici. Essi, secondo il filosofo, forniscono ai credenti un quadro etico e un ordine metafisico fisso, ma anche una gnoseologia e una epistemologia specifiche e statiche. conservatore è altrettanto deleterio, come dimostrerebbe, secondo l’autore, che l’arretratezza culturale indotta nella popolazione è strumentale per impedire alle persone di comprendere il loro reale ambiente socio-politico.

Sul fronte dell’emancipazione della donna, il nazionalismo arabo non aveva cambiato il rapporto di subalternità della donna, che nella società moderna era passata dall’oppressione coloniale all’umiliazione. In Medio Oriente, secondo Khalida Said, lo stato moderno ha sacrificato la libertà della donna in cambio dell’alleanza con l’élite religiosa. Le costituzioni moderne hanno espunto il capitolo sul diritto di famiglia che è rimasto di competenza del diritto islamico, a eccezione delle costituzioni tunisina, turca e in parte anche quelle del Marocco e dell’Egitto. Tuttavia, da uno studio della sociologa libanese Fahmiya Sharafeddin emerge che l’arretratezza della condizione femminile è un fatto diffuso nelle società mediorientali e non dipende dalla confessione, perché riguarda ed interessa trasversalmente tutte le comunità religiose della regione. Ancora oggi persistono atteggiamenti fortemente discriminanti nei confronti delle ragazze, come si evince dai dati e dai racconti di molte scrittrici, come Etel Adnan, che narrano dei soprusi subiti in famiglia da parte di genitori e di mariti.

Dialogare è fondamentale per capire, ma a monte serve conoscere, e perché ciò avvenga non solo attraverso lo studio è necessario cercare il contributo degli artisti che, con la loro sensibilità riescono a cogliere l’essenza dell’umanità e a trasmettere le emozioni che elevano lo spirito.

Lasciare che il dialogo si svolga solo sul piano geo-politico o socio-economico, oltre ad essere limitato ed a volte sterile, porta inevitabilmente a trascurare la domanda essenziale: il progresso è fine a sé stesso o deve puntare a migliorare le condizioni di vita dell’essere umano?

Sciascia, nel parlare dei terremotati del Belice, oltre 50 anni fa, ammoniva che la non considerazione della sofferenza degli altri insieme alla mancanza di rispetto per la dignità della vita, avrebbero favorito una mentalità razzista e biliosa nei confronti dei deboli e degli emarginati del Sud. Questa visione lungimirante, infatti, nonostante sia passato tanto tempo dalle denunce di allora, anticipa una mentalità virulenta nel linguaggio di odio e di ostilità verso i popoli del Sud del mondo: anche loro sono emigranti in fuga, come i nostri antenati, che scappavano dalla miseria e dalle calamità naturali.

La gente parte per bisogno, ma porta con sé il ricordo delle cose più care; spesso il solo bagaglio che si può portare è racchiuso nella memoria dei luoghi lasciati e questi allora assumono una particolare bellezza; la perdita del luogo caro è percepita anche da chi sopravvive in uno spazio totalmente devastato dai conflitti. Per questo dobbiamo pensare sin d’ora a costruire un dialogo, per aiutare a immaginare la ricostruzione dei luoghi perduti. Ricostruire vuol dire anche ridare bellezza alle cose, affinché una rinascita sia capace di rinnovare nelle persone la gioia di vivere. La poetessa libanese Etel Adnan, dopo la devastante guerra civile, scriveva che la distruzione dei luoghi a causa della guerra, o di altre calamità naturali, provoca un forte trauma sia in chi resta sia in chi parte, perché crea uno spaesamento identitario; infatti, i luoghi e gli oggetti, assieme alle narrazioni, sono parte essenziale della nostra storia.

Oggi queste parole suonano come un monito, una richiesta di attenzione e di aiuto per i sopravvissuti.

Ora come allora la sensibilità e la lungimiranza di Sciascia aiutano a capire il dolore che ha generato nelle povere vittime il senso di disperante smarrimento. A questo punto interviene il lavoro dell’artista, che – oltre a dare il senso di sé aiutando a non dimenticare – porta la speranza di poter ricominciare  prerché con la ri-memorazione nutre la fantasia ed alimenta una prospettiva di futuro. La resilienza funziona se c’è la materia prima su cui lavorare: il riconoscimento della propria dignità umana. Non è un caso che a Gaza si continuano a scrivere poesie, come a Beirut film e spettacoli teatrali andavano in scena appena possibile anche nella fase più violenta degli scontri.

Per realizzare questa operazione del ri-memorare, ossia del tornare a ricordare per non dimenticare accadimenti notevoli del nostro passato, Sciascia riteneva necessario ricostituire il puzzle di eventi vissuti dai siciliani nei millenni.

Oggi come allora serve indagare con fare certosino in ogni direzione per tessere quella trama di documentazione utile a ricomporre la storia perduta, o distrutta, nel tempo con il reiterarsi delle invasioni. Per questo bisogna auspicare nuovi incontri, nuove pubblicazioni di opere d’arte, di testi di storia e di letteratura, di mostre e concerti per rendere possibile la ri-memorazione della civiltà del Mediterraneo. La ricostruzione del passato non è un fatto burocratico, come rifare un paese non è mettere insieme quattro mura o quattro resoconti; ci vuole arte, perché l’arte e il bello stimolano l’amore per la vita e abbelliscono il presente anche quando ricordano il passato.  Così l’operato di artisti e di artigiani, con il loro fare concreto e sapiente, assicura il passaggio della tradizione alle generazioni future. L’antico mestiere del fare distingue l’essere umano, lo accompagna e lo completa. Quell’antico mestiere del fare che distingue l’essere umano, lo accompagna e lo completa. La zona Euro-mediterranea ha ampie prospettive di crescita soprattutto se impariamo a lavorare insieme, non abbiamo mai smesso di credere nella necessità di costruire ponti di comprensione e collaborazione, bisogna continuare.