di Dalisca
Dove sei? Dove sei?
Chiede a gran voce la nutrice alla sua bambina di sempre: Antigone.
Come mai alle quattro di mattina non sei nel tuo letto?
Cosa potrei mai rispondere a tua madre Giocasta se ora mi chiedesse perché tu esci di casa a quest’ora?
Forse non sono stata abbastanza attenta!
Così inizia Antigone in scena al teatro Vascello fino al 30 novembre con la regia di Roberto Latini e la partecipazione di Manuela Kustermann nella veste della affezionata nutrice.
Una versione questa, una rilettura contemporanea della tragedia greca ad opera di Anouilh Jean scritta nel 1941 e pubblicata nel 1943.
Tragedia: dal greco antico tràgos ovvero capro e oidé ovvero canto quindi letteralmente canto del capro. Questa origine viene collegata agli antichi riti religiosi in onore del Dio Dioniso oppure al premio consistente in un capro offerto al migliore attore distintosi durante le feste dionisiache. Pertanto, questo termine non era riferito a vicende luttuose come oggi intendiamo, ma col passare del tempo il significato si è evoluto e ne ha assunto uno drammatico reso tale da autori quali Eschilo, Euripide e nel nostro specifico Sofocle.
Una tragedia di Sofocle che ci parla del coraggio di una donna che osa disobbedire al re per rendere giustizia al suo sentimento fraterno anteponendo la validità della legge umana a quella politica.
Il re Creonte aveva ordinato di non seppellire il corpo di Polinice fratello di Eteocle dopo che i due si erano uccisi a vicenda per la conquista del trono di Tebe poiché egli era stato considerato traditore per non aver rispettato i patti di alternanza alla guida della città.
Ma Antigone, a differenza di sua sorella Ismene, decise, pur sapendo di pagare cara la sua disobbedienza, di dare sepoltura a suo fratello ritenendo che chiunque ne ha diritto qualunque fossero state le sue inadempienze in vita.
Invano la sorella la pregò di soprassedere e di lasciare quel corpo perdersi nel nulla dal momento che veniva sorvegliato dalle guardie del re a simbolo del rispetto della sua volontà. In breve, questo il sunto della tragedia di un destino non voluto ma inesorabile che non avrà un lieto fine; infatti, Antigone morirà in seguito alla sua impresa.
La pièce è stata ambientata con scene contemporanee, niente abiti sontuosi, né scenari regali, niente che poteva riportare ad un antichità che sentiamo lontana ma che ci appartiene intimamente quasi che gli abiti, il portamento e la gestione della voce degli attori sarebbero bastati a suscitare in ognuno di noi un corto circuito tale da riconoscere noi stessi in Antigone, Ismene, Creonte in una sfera emozionale con al centro un io attuale. Cambiano i tempi, cambiano gli abiti , cambia il contesto, ma l’uomo non cambia! Questa è la legge umana e finché ci sarà l’uomo così come ancora oggi, nonostante tutto, lo consideriamo, la vita proseguirà il suo corso e da esso dipenderà e, non solo in parte, il nostro cammino, la nostra conoscenza del mondo. Non poteva mancare all’ensemble la maschera, il volto coperto a metà come nell’antico teatro ma sotto quella maschera si nascondono attori, personaggi che alla fine dello spettacolo, tolta la maschera assegnata, scompaiono per ricomparire in un prossimo illusionismo teatrale.
L’attualizzazione della tragedia non si fa scrupolo di scambiare i ruoli; la voce di Antigone si innesta in quella possente di Roberto Latini per esprime tutta la forza di quella donna, così come Creonte si nasconde sotto una figura femminile e non ultima la sorella Ismene ridotta come una bambola snodata che, in preda alla paura, perde la sua bellezza e si disintegra nell’intento di sottolineare come la realtà culturalmente creata nei secoli, possa essere capovolta e rivestire una nuova immagine.












